Usanza di altri tempi, da cronaca di provincia, eppure titoli come Filippo e Luca sul filo dei secondi. Duello tra ospedali per il primo nato riempiono ancora le pagine dei quotidiani italiani alla ripresa dopo capodanno. Quale duello a Milano tra un ospedale pubblico (Buzzi) e un privato convenzionato (San Raffaele)? A chi meglio gestisce l’induzione del parto con un bersaglio temporale? O a chi di dimostra più abile nel condurre una procedura che consente di generalizzare ad altre da parte della struttura vincitrice? Mah. Ha comunque vinto Filippo (2 chili e 780 grammi) immortalato in braccio alla mamma, con una mano riconoscente del padre sulla spalla. Mezza pagina nella cronaca di Milano del maggior quotidiano nazionale, per diffusione e lettori, è un evento. Il ritaglio sarà conservato (forse anche incorniciato) per mostrarlo a Filippo quando sarà cresciuto. 

Un evento, la nascita a ridosso della mezzanotte, che ricorre tutti i giorni dell’anno, anche se con minor probabilità ultimamente, poiché la riduzione delle nascite/die tra il 2009 e il 2024 è stata del 12% (145 in meno ogni giorno). La cronaca così fatta sembra rimandare a una nostalgica “Italietta”, quando il tasso di fecondità era di 2,34 (1952) e non 1,18 (2024), quando le famiglie monogenitoriali erano una rarità mal tollerata (mentre oggi, al 2024, sono il 19, 2% e l’82% di questi genitori unici sono donne). Il primo nato dell’anno, anche quest’anno, è di peso adeguato, sano e maschio a completare l’informazione augurale di cronaca per il 2026. E quindi a confermare quell’«Italietta piccolo-borghese, fascista, democristiana, provinciale e ai margini della storia; la sua cultura è un umanesimo scolastico formale e volgare», come ebbe a dire Pasolini polemizzando con Calvino nel 1974. 

Le bambine madri. Davvero una scoperta?

Una immagine costruita che fa torto alla realtà complessa e per molte persone complicata, anche ancor prima di nascere, un’informazione fantasy di quelle che sono oggi la famiglia e la genitorialità. Raccontare un avvenimento senza dimenticare di contestualizzarlo e di fornire elementi non tanto interpretativi, ma che suggeriscano al lettore una riflessione appropriata dovrebbe, comunque, essere compito di una cronaca informativa.  Una cronaca che mostra il suo “umanesimo scolastico” dedicando una pagina dell’edizione precedente, quella dell’ultimo giorno dell’anno, alle «bambine diventate madri che non sono più casi isolati».

Fenomeno che in realtà non è mai stato una novità in nessun tempo e che, comunque, non ha mai avuto appropriati interventi preventivi e terapeutici per la madre, il neonato o la neonata e la comunità (famigliare e sociale). 

Il fenomeno delle mamme bambine è abbastanza circoscritto in Italia, interessando 1,3 parti ogni mille, a differenza di quanto avviene nelle nazioni dell’Est Europa dove i tassi sono anche 20 volte superiori. In Italia è più diffuso nel Mezzogiorno che in Lombardia. Nel 2024 nel nostro Paese hanno partorito 2.285 ragazze minori di 20 anni, di cui 631 in Sicilia; 317 hanno interrotto volontariamente la gravidanza e 7 sono andate incontro ad aborti spontanei. In qualsiasi istituto di scuola superiore ogni anno almeno una studentessa è gravida: una ragazza ogni 615 della stessa classe d’età (15-20 anni).

Serve una rete solidale, fatta di accoglienza e inclusione

Nonostante il numero di parti delle madri minori di vent’anni si sia ridotto negli ultimi anni (10.116 nel 2009 vs 3.552 nel 2024), in particolare per quelle di 15 anni o meno, le caratteristiche rimangono pressoché costanti: circa la metà delle madri sono straniere e un terzo delle coppie genitoriali è straniera. Sono giovani donne vittime di povertà economica, esclusione sociale, deprivazione culturale. La quasi totalità delle madri è nubile e senza un’occupazione lavorativa stabile. Al parto i nati di madre minorenne pesano di meno di quelli di madre adulta, con un rischio quasi doppio di dover essere trattenuti in osservazione per qualche giorno in ospedale. Ed è proprio sul dopo, sul riconoscimento del neonato o della neonata, sull’uscita dall’ospedale, sull’acquisizione della condizione di madre che la garanzia dei diritti, anche quelli prima negati, è essenziale per tutte le parti in causa: la madre, i bambini e le bambine, il padre se presente e la comunità. Occorre la costruzione e disponibilità di una rete solidale, di cui aver fiducia, che sia fatta di accoglienza e inclusione, non solo di servizi, ma anche di famigliari e amici. Esperienze, seppur rare, ci sono e quelle con risultati positivi nel tempo andrebbero sostenute, implementate e generalizzate sull’intero territorio. Iniziative che dalla fase di progetto dovrebbero andare a regime, che prevedono anche attività di sostegno alla formazione educativa e didattica, finalizzate al rispetto dell’obbligo scolastico nell’ottica del rafforzamento dei legami generazionali, dell’inclusione sociale e delle capacità di apprendimento.

Come narrato nel docufilm Assomigliami adesso del regista Luciano Accomando e prodotto nel 2024 dall’associazione culturale palermitana Anteprima. Storie di mamme bambine, ospiti nelle strutture di accoglienza di Palermo, tra cui quella di una ragazza di 17 anni, mamma di due bambini, che vive in comunità: “una vita diversa”. Una vita da costruire, non più da sola, anche partecipando a laboratori scolastici aventi come tema l’educazione sessuale, l’educazione affettiva, il confronto generazionale e lo stile di vita. Un percorso di accompagnamento per esprimere e realizzare i propri desideri, per acquisire quell’autonomia, del pensare e del fare, in precedenza negata. Assomigliami adesso non ha un distributore e quindi giungerà all’attenzione di pochi palermitani. 

Le madri minorenni dei fratelli Dardenne

Storia diversa, fortunatamente, per Giovani madri, il film dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, premiati a Cannes 2025 con il Prix du scénario (la miglior sceneggiatura dei film presentati in concorso nella selezione ufficiale). Forse il miglior film dei fratelli Dardenne, il più libero e spontaneo, il più “realista”. La maternità e il riscatto delle giovani mamme in difficoltà ad accettare e gestire la nuova situazione alla ricerca di un futuro migliore per se stesse e i loro figli è un tema caro ai due cineasti belgi, che l’avevano già affrontato con L’enfant-Una storia d’amore nel 2005 vincendo la Palma d’oro come miglior film al 58º Festival di Cannes. Allora era la storia semplice di Bruno, un giovane ventenne, e di Sonia, una ragazza di diciassette anni. Sonia mette al mondo un bambino, ma Bruno è unicamente preoccupato dei suoi traffici. Un film di sentimenti, di percorsi emotivi quotidiani per uscire dalla solitudine, per (ri)nascere, per vivere. Sentimenti che percorrono anche le storie delle cinque madri adolescenti che vivono in una casa di accoglienza per giovani madri e lottano per avere un futuro migliore per sé stesse e per i loro figli. Storie vissute con rabbia e dolore, raccontate molto bene, spesso con volti ed espressioni da attrici non professioniste a rimarcare che spontaneità, casualità e fiducia sono caratteristiche della vita reale e non di quella narrata. Storie di maternità, quella condizione identitaria per il sé e per gli altri, complessa, che non inizia con il parto, ma prima e continua (per sempre?) dopo. Una condizione a cui spesso non si è preparati.

Nella fotografia filmica di gruppo ci sono Jessica, che sta per partorire e che segue ogni giorno la mamma che l’ha abbandonata alla nascita, nella speranza di trovare risposte alle sue domande, e in particolare come non ripetere quanto da lei subito. C’è Julie che vuole vincere la tossicodipendenza iniziando una vita familiare con il suo giovane compagno e il loro bambino. Ariane che cerca di affermarsi contro una madre che vuole vivere la nascita della nipote come rimedio alla sua dipendenza dal compagno violento. Perla che cerca aiuto dalla sorella e poi le restituisce i soldi che le aveva prestato e che cerca di convincersi che il padre del suo bambino, per quanto disinteressato a lei, finirà per essere un bravo genitore. E c’è Naïma, ragazza magrebina, che è al termine del suo percorso in comunità, ha trovato un lavoro, sta per salutare le sue amiche e lasciare quell’ambiente protetto per iniziare una vita adulta. Nella narrazione corale dei fratelli Dardenne ci sono le mamme, molte donne, ma anche tanti bambini e bambine a sottolineare che le attenzioni (i diritti) non sono, e non possono essere solo, esclusivi e unidirezionali, ma avere forma di rondò. Non è quindi un caso che il film termini sulle note della celebre Marcia Turca di Wolfgang Amadeus Mozart, un rondò a strati, “vivace” e partecipato come lo sono le storie narrate.

L’esperienza della maternità è un evento speciale nella vita di una donna che dovrebbe essere vissuto in serenità e come risultato di una scelta partecipata. Nel caso delle mamme minorenni il rischio di disagi nello studio e quello dell’abbandono del percorso scolastico, le ricadute sul lavoro, nelle relazioni famigliari, nella pianificazione e conduzione di un progetto autonomo di vita sono maggiori che non nelle donne adulte. Il livello di autostima è spesso basso, fenomeni di depressione sono frequenti, così come i disturbi alimentari o l’abuso di sostanze, più spesso nelle giovani madri che vivono in condizioni di deprivazione sociale ed economica. Condizioni che coinvolgono anche i nuovi arrivati sin dai primi mesi di vita e li espongono al pericolo di maggiori rischi di abuso, trascuratezza e disturbi cognitivi.

Per evitare le gravidanze precoci nelle minorenni (e più in generale quelle indesiderate) bisogna programmare interventi educativi precoci destinati a migliorare la conoscenza sessuale e ad accrescere la consapevolezza di come evitare le gravidanze indesiderate, anche incoraggiando e sostenendo la contraccezione e una sessualità divertente e consapevole.
Promuovere una maggiore attenzione e rispetto alle relazioni tra le persone, con particolare attenzione alla parità di genere, in famiglia e in ogni contesto sociale. Sono le riflessioni che anche un film può suscitare, come è il caso di Giovani madri, informando lo spettatore della complessità di una realtà autentica attraverso una specifica narrazione fittizia. Guardare attraverso la macchina da presa, in lunghi piani sequenza di volti e di azioni in luoghi dove ci si prende cura, dove ci si riconosce e si è riconosciuti (la casa-famiglia, la famiglia) è un’indicazione per un possibile cambiamento, una speranza.