Il referendum sulla proposta di riforma della Costituzione chiamato semplicisticamente “sulla separazione delle carriere” coinvolge in realtà una materia giudiziaria complessa, con una rilevante implicazione per la salute dei cittadini. La salute è un diritto sancito dall’articolo 32 della Costituzione, che viene specificato da un sistema di leggi e regolamenti la cui tutela è garantita dalla giustizia, concretizzata nelle azioni della magistratura. Quest’ultima «costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» (art.104 della Costituzione).

È frequente l’intervento della giustizia in atti della pratica medica che sollevano interrogativi legali. Per esempio, è drammatica realtà di ogni giorno l’intervento nell’accertamento delle responsabilità delle morti sul lavoro o per incidenti stradali, ed è frequente l’intervento nella valutazione dell’applicazione delle normative di protezione igienica e ambientale della salute. In ciascun intervento concernente la salute in senso investigativo, riparativo o preventivo sono in esame ruolo e responsabilità di persone, in quanto private o in quanto ricoprenti funzioni pubbliche. In altre parole, la tutela della salute implica sempre una valutazione giuridica delle responsabilità individuali.

Un esame imparziale richiede un giudice non dipendente, direttamente o per interposte influenze, dagli interessi spesso legittimi ma spesso anche contrastanti e talora illegittimi delle persone implicate. Tra le tante è esemplificativa la vicenda tuttora in corso delle acciaierie ex ILVA di Taranto, in cui solo un organo indipendente come la magistratura (assistita da consulenti tecnici) è in grado di verificare la effettiva conformità alle norme di protezione occupazionale e ambientale di quanto viene fatto come risultato dell’intersecarsi di legittimi ma divergenti interessi, dei lavoratori al posto di lavoro e la salute, della proprietà al rendimento economico, del governo e della maggioranza parlamentare che lo sostiene al proprio indirizzo di politica industriale. Alla luce della necessità, imperativa in uno stato di diritto, dell’indipendenza della magistratura diventa pertinente domandarsi: ma su cosa si vota effettivamente nel referendum sulla separazione delle carriere?

La risposta sta in alcune considerazioni.

Il quesito del referendum si limita a indicare l’approvazione della proposta parlamentare: Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?. Viene lasciato al cittadino l’andarsi a vedere il testo e confrontarlo con l’attuale Costituzione, e in concreto questo significa che l’illustrazione del contenuto su cui si vota è demandato alle presentazioni e spiegazioni di campagna elettorale.

Tra queste ultime, le più largamente propagandate battono e ribattono che si tratta di decidere se le carriere dei magistrati requirenti (pubblico ministero) e giudicanti debbano essere separate, e formalmente il quesito referendario riguarda effettivamente questo aspetto. Ma la scelta è solo apparente, perché di fatto le carriere sono già separate: tra i magistrati assunti negli ultimi vent’anni la percentuale di passaggi di carriera è dell’ordine dell’1%.

Significa dunque che non c’è nessuna decisione reale in gioco? No: c’è il sistema di controllo della magistratura attualmente esercitato dal Consiglio Superiore della Magistratura. Nella riforma gli organi di controllo diventano, senza chiara giustificazione, tre: il Consiglio unico viene duplicato, uno per la magistratura giudicante e uno per la magistratura requirente, e viene istituita un’Alta Corte. Per entrambi i Consigli i membri magistrati non sono più eletti ma puramente sorteggiati, mentre i membri non magistrati (professori universitari ordinari in materie giuridiche o avvocati con anzianità di esercizio di almeno quindici anni) sono sì tirati a sorte – ma entro una lista di votati e eletti dal Parlamento. Poiché attualmente sia i magistrati sia i non magistrati sono tutti scelti per elezione, la modifica cancellerebbe solo per i magistrati la possibilità di esprimersi sulla composizione dell’organo di controllo attraverso un voto. La stessa condizione vale per l’Alta Corte, di nuova istituzione, le cui modalità di composizione sono simili a quella dei Consigli e alla quale viene trasferita la giurisdizione disciplinare sui magistrati attualmente di competenza della sezione disciplinare del Consiglio. Da notare però che l’Alta Corte responsabile delle procedure disciplinari sui magistrati non sarà presieduta, a differenza del Consiglio attuale e dei due Consigli proposti, dalla figura di garanzia del Presidente della Repubblica.

Risulta quindi che l’approvazione, di quasi nessuna rilevanza pratica, della separazione delle carriere traina con sé l’importante approvazione del cambiamento del sistema di controllo della magistratura, requirente e giudicante, con la soppressione dell’autonomia dei magistrati – e quindi la riduzione dell’indipendenza della magistratura dal potere politico – nella formazione degli organi che ne controllano, e ove necessario ne sanzionano, l’operato.   

La più autorevole conferma che questo è l’obiettivo delle riforma oggetto del referendum viene da un’esplicita dichiarazione dello stesso ministro della Giustizia Nordio, promotore della riforma: questa non concerne il miglioramento della funzionalità della giustizia ma «fa recuperare alla politica il suo primato costituzionale. Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo». Chiarissimo: a essere in questione è il primato del potere politico sulla magistratura, ben al di là della ristretta questione tecnica di facciata della separazione della carriera di magistrato requirente (pubblico ministero) da quella di magistrato giudicante.

Per concludere, su cosa dunque si vota? Sostanzialmente sul grado di effettiva “autonomia e indipendenza” della magistratura. Ed è sicuramente nell’interesse della tutela della salute individuale e collettiva dire “No” a una riforma capace di condurre a magistrati più controllati di oggi dal potere politico, in particolare esecutivo,  nelle innumerevoli questioni legali della medicina e della sanità pubblica.