Recentemente un’esponente governativa ha messo in dubbio il valore delle visite scolastiche ad Auschwitz, ritenute strumentali ad addebitare l’antisemitismo al fascismo. Al contrario, chi scrive ritiene che per le scolaresche liceali la visione diretta dei campi di concentramento nazisti abbia una portata morale indiscutibile. Questo perché riesce a rendere reali le dimensioni dell’orrore, ma allo stesso tempo dovrebbe essere integrata dall’analisi storica del ruolo avuto in quelle vicende dall’Italia fascista. Altrimenti, le visite ai Lager rischiano di addensare la memoria dello sterminio consumato in quegli anni nello stereotipo del «tedesco cattivo», ligio agli ordini e sanguinario, a cui è speculare quello del «bravo italiano», esitante nella violenza e nella sopraffazione, perché intimamente contrario alla guerra. 
 
Nell’immediato dopoguerra, tale stereotipo fu incoraggiato dalla duplice esigenza politica della neonata Repubblica di distanziarsi dai tedeschi nel rapporto con gli alleati e di chiudere i conflitti interni. In seguito, negli anni Novanta, con il dissolversi dei partiti costituenti e la rimonta della destra diretta erede del partito fascista, l’invocata «pacificazione» delle parti sottintendeva la sospensione delle ricerche storiche sulla questione. In particolare quelle sul collaborazionismo e sui crimini del regime fascista, nonché l’equiparazione di chi aveva combattuto nelle file della Repubblica Sociale Italiana con quanti ne avevano subito gli eccidi, avendo scelto la via della Resistenza, o le deportazioni, essendo nati ebrei.  

Nei primi anni Novanta, lo storico tedesco Lutz Klinkhammer  ha messo a disposizione fonti d’archivio tedesche che provano il ruolo del fascismo repubblichino nella deportazione degli ebrei dall’Italia, documentato dopo il 2000 da molti altri lavori. Pochi giorni dopo la firma dell’armistizio, avvenuta l’8 settembre 1943, gruppi scelti di paracadutisti comandati da Herbert Kappler, Erich Priebke e Gerhard Köhler liberarono Mussolini da Campo Imperatore e lo portarono in Germania, dove fondò la Repubblica Sociale Italiana (RSI). 

Riconosciuta solo da Germania e Giappone e da alcuni dei paesi firmatari dell’Asse o da esso controllati, la RSI, nominalmente uno Stato sovrano, era in realtà subordinata ai tedeschi che avevano occupato l’Italia. Dal suo manifesto costitutivo, stilato a Verona il 14 novembre, esce estremizzata la componente razzista dell’ideologia fascista, con l’obiettivo dichiarato di giungere alla «risoluzione del problema ebraico», tramite una revisione e un completamento delle leggi razziali del 1938: «Gli ebrei sono stranieri. Durante questa guerra, appartengono a nazionalità nemica».

Due settimane dopo, l’ordine di polizia numero 5 emanato dal ministro dell’Interno della RSI Guido Buffarini Guidi dispose l’arresto di tutti gli ebrei presenti sul territorio nazionale, esclusi gli ultrasettantenni e i malati. Allo stesso tempo si stabiliva la confisca dei loro beni e la messa sotto sorveglianza delle famiglie miste. Furono quindi istituiti ex novo 29 campi provinciali, mentre a Roma e a Milano furono adibiti a tale scopo sezioni delle carceri di Regina Coeli e San Vittore. 

All’inizio di febbraio 1944, i tedeschi ottennero dalle autorità italiane la consegna degli ebrei arrestati, cui aggiunsero gli ultrasettantenni e gli ammalati, incuranti delle disposizioni italiane. Roma, Milano, Torino e Genova avevano importanti comunità ebraiche ed erano all’interno del territorio controllato dalla RSI. Fu pertanto in queste città e in generale nell’Italia nord-occidentale che si stabilì la principale «catena di comando» delle operazioni di polizia politica, antiebraica e antipartigiana. Figuravano personaggi del calibro di Albert Kesselring, che aveva garantito alle truppe tedesche l’impunità per l’uso di violenza estrema contro i partigiani,  Karl Wolff, dello staff personale di Himmler, e di Wilhelm Harster, responsabile delle deportazioni dall’Olanda. La parte operativa era demandata a Walter Rauff, l’ideatore dei camion a gas – i famigerati Gaswagen – e alle forze di polizia italiane. 

Gli occupanti tedeschi avevano trovato in Italia un sistema repressivo radicato e ancora strutturalmente esistente, il cui organo principale era la Polizia di Stato, la cosiddetta Pubblica Sicurezza. Ogni Questura disponeva di un casellario politico provinciale, la lista aggiornata dei potenziali nemici del regime tra cui gli ebrei. Questo alimentava poi il casellario politico centrale del Ministero dell’Interno, vera e propria anagrafe generale degli oppositori del fascismo. Il sistema aveva suscitato l’ammirazione della Gestapo. 

Organo a sé stante era la polizia politica, che si avvaleva delle informazioni delle Questure e dell’OVRA (Opera per la vigilanza e la repressione dell’antifascismo). Il corpo militare dei carabinieri controllava le zone al di fuori delle città, ma era visto con sospetto dalla RSI, dopo la sua partecipazione all’arresto di Mussolini e all’uccisione di Ettore Muti. I carabinieri considerati più «inaffidabili» furono deportati in campi di lavoro in Germania; gli altri, insieme alla milizia volontaria per la sicurezza nazionale e alla Polizia dell’Africa italiana (la PAI, che aveva in curriculum la deportazione degli ebrei libici nel 1942), furono incorporati nella Guardia Nazionale Repubblicana. Questa era formalmente dipendente dal Ministero dell’Interno della RSI, ma in realtà agli ordini del comandante delle SS Karl Wolff.

La Guardia di Finanza, che ha goduto nel dopoguerra della reputazione di corpo compattamente antifascista, in realtà vide tra i suoi graduati inclinazioni variegate. Un paio di centinaia di finanzieri si arruolarono nelle SS in alternativa all’internamento in Germania, alcuni collaborarono durante l’occupazione con le autorità della RSI e altri fecero il doppio gioco, passando informazioni alla Resistenza o evitando di arrestare gli ebrei. 

Nelle ultime fasi della guerra, quest’ultimo comportamento divenne frequente tra i funzionari delle varie forze di polizia, cui premeva di avere qualche credito da spendere all’imminente arrivo degli alleati. Questo era molto chiaro ai tedeschi e aumentava il loro disprezzo e la diffidenza verso le forze dell’ordine statali, alle quali preferirono le formazioni armate fasciste – le bande – per le operazioni di rastrellamento. Nelle principali città proliferarono le prigioni delle bande: la Koch ne ebbe due a Roma (la pensione Oltremare e la pensione Jaccarino) e poi una a Milano, in via Paolo Uccello. A Torino il GAG aveva la sua in via Galliari 28; a Milano, il luogo dove torturava la Muti era in via Rovello, dove ora ha sede il Piccolo teatro.

Tuttavia, collaborarono nella deportazione non soltanto criminali e degenerati, ma anche funzionari dello Stato, quadri del Partito, militari e semplici cittadini, convinti che denunciare gli ebrei fosse un dovere patriottico e/o un mezzo per arricchirsi. Nelle città le fucilazioni e le impiccagioni dei partigiani e le rappresaglie furono per lo più eseguite dagli italiani, con l’eccezione delle Fosse Ardeatine. Anche le incursioni nei conventi e negli edifici religiosi furono quasi sempre perpetrate da italiani, perché i tedeschi volevano evitare conflitti con il Vaticano.

I dirigenti politici e militari della RSI furono anche l’anello di congiunzione tra il sistema concentrazionario nazista in Italia e quello nei territori del Reich. Si badi che i Lager in Italia non furono istituiti dopo l’8 settembre 1943. In obbedienza all’occupante tedesco ne erano stati aperti a decine fin dal 1940, per confinare oppositori politici, ebrei stranieri, cittadini di paesi nemici, comunità Rom e Sinti, nonché slavi provenienti dai territori occupati a est di Trieste. Dopo l’8 settembre, alcune di queste strutture diventarono «campi di transito» con la funzione di raggruppare i prigionieri fino al raggiungimento di un numero tale da rendere economicamente vantaggioso il trasporto verso Nord, dove il destino era segnato. Sono molte le prove che tra i vertici del governo italiano, già da prima dell’armistizio, circolavano notizie dettagliate sulla Shoah. 

Il campo di transito più noto è quello di Fossoli di Carpi, che fino al 1942 rinchiuse i prigionieri di guerra inglesi e poi gli oppositori politici e gli ebrei. La maggioranza delle 5.500 persone che vi transitarono fu deportata nei territori del Terzo Reich. Quando il campo chiuse alla metà di agosto del 1944, con la liberazione di Firenze, restarono attivi i transiti di Borgo San Dalmazzo a Cuneo, di Bolzano e della Risiera di San Sabba a Trieste. La quasi totalità dei registri e degli elenchi di questi campi è stata distrutta. Della Risiera di San Sabba è stato raccontato su Scienza in rete.  

Il campo di concentramento nella caserma degli alpini di Borgo San Dalmazzo fu operativo dal settembre 1943 al febbraio 1944; nella prima fase, in cui fu controllato dai nazisti, vi passarono 349 persone, tra cui intere famiglie delle più diverse nazionalità europee, fuggite dalla Francia nel cuneese nella convinzione che, dopo l’armistizio, l’Italia fosse un territorio sicuro. All’esterno del campo si organizzò una rete di soccorso agli internati e di aiuto alle centinaia di fuggiaschi dispersi sul territorio, in collegamento con gruppi partigiani e con la collaborazione di parroci e viceparroci dei comuni montani, alcuni dei quali saranno dichiarati Giusti tra le Nazioni. La destinazione finale degli ebrei stranieri fu Auschwitz, dopo un passaggio dal campo di transito francese di Drancy. Solo 21 persone riuscirono a salvarsi, con la fuga o nascosti dalla popolazione.  Quando la caserma passò sotto il controllo della RSI, vi furono imprigionati 26 ebrei della provincia; con il loro invio a Fossoli per completare il convoglio del 22 febbraio – che trasportò anche Primo Levi – si chiuse il campo di Borgo San Dalmazzo. Tuttavia, nel cuneese venne perpetrato l’ultimo eccidio di ebrei sul territorio ormai liberato d’Europa: il 25 aprile 1945, i militi della Brigata Nera trovarono e fucilarono sei israeliti stranieri. 

Oggi non resta più traccia del Polizeihaftlager di Borgo San Dalmazzo, ma nel piazzale della stazione è stato eretto un memoriale con i nomi delle vittime. Dopo la chiusura del campo di Fossoli e con i comandanti da lì trasferiti, il campo di transito e di lavoro di Bolzano-Gries organizzò 13 trasporti verso Ravensbrück, Flossenbürg, Dachau, Auschwitz e Mauthausen, fino all’inizio di maggio del 1945, quando gli ultimi detenuti furono liberati e la documentazione sulla sua attività fu distrutta. Solo cinquant’anni dopo è stato possibile processare almeno uno dei più feroci responsabili di torture e omicidi, l’ucraino Michael Seifert. Fu condannato all’ergastolo e morì nel carcere di Santa Maria Capua Vetere nel 2010, grazie a un ritrovamento di documenti avvenuto nel 1994, nello scantinato della Procura Generale Militare a palazzo Cesi. In un armadio con le ante rivolte verso il muro e chiuso da una catena, erano stati occultati 695 fascicoli inerenti le stragi fasciste e naziste in Italia. Sul sito dell’Archivio storico della Camera dei deputati è consultabile l’elenco di tali documenti, declassificati dal 2016.

Il campo di Bolzano-Gries, con una decina di campi satellite, impiegò i prigionieri nel lavoro forzato per lo sgombero di macerie, lo sminamento o nei lavori agricoli. Erano antifascisti, partigiani, soldati alleati, disertori e renitenti alla leva di Salò, ebrei, zingari e criminali comuni. Anche in questo caso, una rete sacerdoti, cittadini comuni e brigate partigiane aiutò gli internati sia per le necessità quotidiane sia nell’organizzazione di fughe. Oggi del campo resta solo una parte del muro di cinta, sul quale sono stati posti dei pannelli esplicativi.

Secondo i dati raccolti dal Centro di documentazione ebraica contemporanea (CDEC), annesso al Memoriale Binario 21 di Milano, gli ebrei arrestati da italiani furono 1.951, da tedeschi 2.444, da italiani con tedeschi 332 e da ignoti 2.079. I deportati dall’Italia furono 7.579, di cui 837 sopravvissero; di 733 bambini, 121 tornarono dai campi. Per quasi tutti gli ebrei italiani, la destinazione fu il campo di Auschwitz-Birkenau; solo qualche centinaio fu deportato per ragioni particolari in altri campi (Bergen Belsen, Ravensbrück, Buchenwald, Flossenbürg). 

Oltre che nei campi di concentramento italiani, le testimonianze storiche della collaborazione tra i repubblichini e i nazisti sono rintracciabili in tutta la penisola, con maggiore densità nei luoghi che i tedeschi occuparono durante la ritirata e che meriterebbero una ricognizione organizzata dalle scuole.  Per esempio, la provincia di Forlì Cesena era attraversata dalla Linea Gotica e molte località furono segnate da stragi di civili: nel 2001, l’Istituto Storico di Forlì Cesena ha costituito un Coordinamento di 12 Comuni per valorizzare questi luoghi della memoria, facendone mete di visite scolastiche. 

Quando, ai primi di giugno del 1944, le truppe tedesche avevano abbandonato Roma all’arrivo degli Alleati, una parte della polizia segreta di sicurezza fu trasferita a Forlì. Si trattava della famigerata Sicherheitsdienst (SD), responsabile delle torture di via Tasso, della deportazione degli ebrei del ghetto e dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Il reparto fu insediato nel palazzo dell’ex Brefotrofio, in via Salinatore. Agli ordini di Karl Schütz, vice di Kappler, e in stretta collaborazione con le Camicie nere, la SD operava nelle province di Forlì, Pesaro e Ravenna. Si occupava dei rastrellamenti dei partigiani, decideva le rappresaglie da attuare e formava plotoni di eliminazione. Molti dei suoi componenti si erano addestrati a queste attività nei paesi dell’Europa orientale, dove erano stati arruolati negli Einsatzgruppe.

Il percorso della memoria si dipana tra piccoli borghi dell’Appennino, come Tavolicci dove, il 22 luglio del 1944, 64 persone (delle 84 che lo abitavano) vennero assassinate dal IV Battaglione di volontari della polizia italo-tedesca. Molte di loro avevano meno di dieci anni. I militari, dopo aver appiccato il fuoco alla casa dove erano state stipate le vittime, continuarono l’eccidio in due frazioni vicine. 
Le ricerche su questa strage si erano basate soprattutto sul memoriale redatto, un anno dopo gli eventi, dal parroco di Pereto, don Giovanni Babini, sulla sentenza della Corte d’Assise Straordinaria di Forlì del 1946 e sulle testimonianze delle donne e dei bambini che erano riusciti a mettersi in salvo, raccolte negli anni Settanta e Novanta e ora conservate presso l’Istituto per la storia della Resistenza ed età contemporanea di Forlì Cesena. 

Il ritrovamento dello scantinato di Palazzo Cesi permise poi di riaprire le indagini sui fatti, presto archiviate però per l’avvenuto decesso di tutti gli imputati. Peraltro, nella maggior parte dei casi in cui, nel dopoguerra, si riuscì a perseguire gli autori delle stragi, le condanne scontate furono irrisorie: Albert Kesselring, per esempio, fu processato da un tribunale militare alleato per crimini di guerra e condannato a morte nel 1947, ma la pena fu successivamente commutata e nel 1952 venne rilasciato. La piega anticomunista presa a livello internazionale e la frattura tra le forze antifasciste a livello nazionale aveva ammorbidito i giudizi dei tribunali verso i combattenti di Salò. 

Sulle vicende belliche del 1944, anche il Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna ha allestito un lungo percorso naturalistico e di riflessione che ha chiamato Sentiero della libertà. Alle scuole ne viene consigliata la versione breve, di circa un’ora e mezza, che parte da Biserno Santa Sofia e arriva a San Paolo in Alpe, dove sono visibili i ruderi delle case  e della chiesa incendiata dai tedeschi il 12 aprile del 1944. Vanno ricordati, ancora un volta, i molti parroci che pagarono con la vita la vicinanza alla popolazione, come don Ilario Lazzaroni, ucciso al passo del Carnaio insieme a 26 concittadini di San Pietro al Bagno, il 25 luglio del 1944.

Tra il giugno e il settembre del 1944, dentro l’aeroporto di Forlì furono uccise e seppellite nei crateri scavati dalle bombe 52 persone, 18 delle quali di religione ebraica. Una stele in via Seganti e una lapide nel cimitero monumentale della città riportano i nomi delle vittime. Nel novembre del 1944 alcuni dei corpi furono esumati nel quadro dell’indagine condotta dal Special Investigation Branch (SIB) dell’esercito britannico per raccogliere le prove dei crimini commessi dalle SS tedesche nell’area forlivese. Il SIB stese i capi d’accusa almeno per gli esecutori materiali i cui nomi erano stati rivelati da un disertore, ma, per convenienza politica interna e internazionale, il fascicolo fu insabbiato e archiviato anch’esso nell’armadio «della vergogna», dove fu ritrovato nell’estate del 1994 dal procuratore generale militare Antonio Intelisano, incaricato dell’indagine per l’estradizione di Priebke. Anche a margine di questa pratica fu annotato, nel 2003: «estinzione del reato per morte del reo».

Non devono però essere archiviati la consapevolezza e la memoria che senza la collaborazione della questura, della Guardia Nazionale Repubblicana, delle polizie, di gruppi e di singoli fascisti, i numerosi arresti e le deportazioni eseguite dalla SD di Forlì non sarebbero stati possibili. In Germania, la generazione colpevole o complice dei crimini contro gli oppositori politici, gli ebrei e gli altri Untermenschen è stata molto studiata: era quella sconvolta dalla sconfitta del 1918 e perciò facile preda dell’indottrinamento nazista, che gli studiosi hanno chiamato Generation des Unbedingten, generazione dell’assoluto.

In Italia, i combattenti repubblichini appartenevano a tre fasce diverse d’età: i più anziani avevano combattuto nella Prima guerra mondiale, aderito al fascismo delle origini e fatto esperienze brutalizzanti nelle campagne coloniali, in URSS e in Jugoslavia. Un secondo gruppo, il più numeroso, era rappresentato da individui fra i 20 e i 40 anni che non avevano vissuto il primo conflitto mondiale, ma avevano partecipato alle violenze squadriste dell’immediato dopoguerra, alle campagne coloniali e, talvolta, alla guerra civile spagnola. Essi erano l’ossatura delle Brigate Nere, della GNR e delle varie bande. Infine, c’erano i giovani e giovanissimi che avevano conosciuto solo le organizzazioni e l’ideologia del partito fascista e ne erano impregnati. 

Tutte queste persone erano accomunate da un trauma: se quello da cui non riuscirono più a uscire i nazisti tedeschi era il novembre 1918, per i fascisti italiani era l’estate del 1943. La vittoria nella Prima guerra mondiale e il prolungamento del clima di guerra con le campagne in Africa e in Spagna avevano idealizzato le virtù militari. L’illusione di essere uno degli eserciti più forti del mondo, che aveva conquistato un impero, crollò tra il 25 luglio e l’8 settembre 1943 in modo farsesco e inglorioso. Gli 800.000 prigionieri catturati senza combattere dopo l’annuncio dell’armistizio e portati nei carri merce verso i Lager, mentre la flotta si consegnava nei porti britannici, incarnavano il fallimento e il disonore. 

La ricerca di un capro espiatorio portò questi italiani, così come avevano fatto i tedeschi nel 1918, a vedere la causa di tale disfatta nel tradimento interno, i cui responsabili erano gli antifascisti e gli ebrei, corpi estranei che infettavano la nazione.

Per la scrittura di questo articolo sono stati consultati i seguenti testi:

  • Focardi F. Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, Roma-Bari, Laterza, 2013.

  • Klinkhammer L. L’occupazione tedesca in Italia 1943-1945. Bollati Boringhieri: Torino, 1993

  • Collotti E. Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia. Laterza: Roma, 2008. 

  • Di Sante C. I campi di concentramento in Italia. Dall’internamento alla deportazione. Franco Angeli; Milano, 2001.

  • Osti Guerrazzi A. Tedeschi, italiani ed ebrei. Le polizie nazi-fasciste in Italia 1943-1945.

  • Picciotto L. Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945). Milano: Mursia, 2002.

  • Flamigni V et al. Luoghi e memorie: guida per riconoscere segni e testimonianze della Resistenza e della Lotta di liberazione nel forlivese e nel cesenate. Tipografia Valgrigna di Bigatti Domenico e Ottelli Pasina Riccardo: Esine, 2013.

  • Renzi M. Appennino 1944, arrivano i lupi! Atti e misfatti del 4° battaglione di volontari nazifascisti tra Toscana, Marche e Romagna. Cesena: Società Editrice Il ponte Vecchio, 2008.

  • Flamigni V. Aeroporto di Forlì settembre 1944 La grande strage di ebrei e antifascisti. Cesena: Società Editrice Il ponte Vecchio, 2015.