Trasformare la sabbia instabile in una base capace di trattenere acqua e nutrienti è uno dei nodi chiave nella lotta alla desertificazione. Secondo una notizia diffusa a inizio gennaio 2026, ricercatori in Cina stanno sperimentando una soluzione ispirata alla natura: “blocchi” o “semi solidi” a base di cianobatteri (spesso chiamati alghe verde-azzurre) che, una volta attivati dall’umidità, favoriscono la creazione di una crosta biologica stabile sulla superficie delle dune, riducendo l’erosione e creando le condizioni per l’avvio di un suolo più “vivo”. Il risultato dichiarato è una stabilizzazione rapida, nell’ordine di circa un anno, invece dei tempi naturali molto più lunghi.

L’idea si inserisce nel filone delle tecniche che sfruttano le biocroste (biological soil crusts), comunità di microrganismi – tra cui cianobatteri, alghe, funghi, licheni e muschi – che in molti ambienti aridi agiscono come una vera “pelle” protettiva del suolo: limitano l’erosione e migliorano alcune funzioni ecologiche. Approfondimento sulle biocroste (Rinnovabili)

Perché la sabbia “non diventa suolo” facilmente

Un deserto non è “vuoto” per mancanza di energia: spesso manca soprattutto una struttura stabile. Nelle dune mobili, il vento sposta continuamente i granelli, impedendo alle radici di ancorarsi e rendendo difficile l’accumulo di sostanza organica. Senza una minima stabilizzazione superficiale, molte piantumazioni falliscono o richiedono interventi intensivi.

In ecologia del suolo, la formazione di un suolo funzionale è un processo complesso, lento e fatto di tanti passaggi (fisici, chimici e biologici). ISPRA ricorda che il suolo è una risorsa complessa e fondamentale, “ponte” tra rocce e viventi. Che cos’è il suolo (ISPRA, PDF)

Come funziona la “pelle ecologica” di cianobatteri

Secondo le ricostruzioni giornalistiche, il team ha selezionato ceppi di cianobatteri adatti a condizioni estreme (caldo, aridità, vento) e li ha trasformati in un formato solido e trasportabile (descritti come blocchi o “semi”). Una volta distribuiti sul terreno, restano quiescenti finché non arriva umidità: con pioggia o bagnatura, i microrganismi si riattivano e iniziano a produrre biomassa e sostanze che legano i granelli di sabbia, avviando una biocrosta. South China Morning Post: progetto e obiettivi Interesting Engineering: dettagli operativi

In breve, i passaggi chiave

  1. Selezione dei ceppi (screening di molte specie, poi scelta di quelle più resilienti).
  2. Formulazione con supporti/nutrienti per creare un inoculo più resistente alla logistica.
  3. Distribuzione sulle dune in modo da “segnare” una griglia di stabilizzazione.
  4. Attivazione con umidità: crescita microbica e formazione della biocrosta.
  5. Consolidamento: minore erosione e migliori condizioni per l’insediamento vegetale.

Le biocroste sono note in letteratura per il loro ruolo nel migliorare alcune proprietà del suolo (ad esempio materia organica e nutrienti) e nel sostenere la vita microbica in ambienti aridi. Esempio di studio sulle biocroste e nutrienti (ScienceDirect, abstract)

Obiettivi dichiarati: migliaia di ettari da stabilizzare

Le fonti riportano l’intenzione di applicare la tecnica su larga scala per stabilizzare fino a circa 6.667 ettari in cinque anni in un’area desertica della Cina (Ningxia / area del deserto del Tengger nelle ricostruzioni giornalistiche). EcoInventos: obiettivo 6.667 ettari El Universo: sintesi progetto

Nota utile: quando si parla di “suolo in un anno”, spesso si intende la creazione di una crosta biologica funzionale che stabilizza la superficie e avvia processi di miglioramento, non necessariamente un suolo maturo “tipo prato” in 12 mesi. La distinzione aiuta a interpretare correttamente i risultati.

Cosa c’entra con noi: desertificazione e degrado del suolo in Italia

Anche l’Italia affronta fenomeni di degrado del suolo (erosione, perdita di sostanza organica, impermeabilizzazione, salinizzazione in alcune aree). Diverse sintesi riportano che una quota rilevante del territorio mostra segnali di criticità: su questo tema ISPRA offre pagine di inquadramento e aggiornamenti. Il degrado del suolo (ISPRA) Suolo e territorio: comunicati e dati (ISPRA)

Per un quadro istituzionale, esistono anche documenti dedicati alla vulnerabilità alla desertificazione nel nostro Paese. Vulnerabilità alla desertificazione in Italia (MASE, PDF)

In questo contesto, soluzioni “biologiche” come le biocroste (naturali o indotte) sono interessanti perché puntano a rinforzare processi ecologici anziché sostituirli. L’Accademia dei Georgofili ha pubblicato contributi divulgativi sul ruolo dei cianobatteri nel recupero di suoli degradati. Cianobatteri e mitigazione della desertificazione (Georgofili)

Limiti, domande aperte e perché serve prudenza

  • Scalabilità reale: funzionare in prova e funzionare su migliaia di ettari sono due sfide diverse (logistica, costi, manutenzione).
  • Acqua disponibile: la riattivazione richiede umidità; bisogna capire come si comporta il sistema con piogge molto sporadiche.
  • Impatto ecologico: introdurre ceppi selezionati va valutato con attenzione per evitare squilibri e rispettare gli ecosistemi locali.
  • Che cosa significa “suolo”: spesso la prima vittoria è stabilizzare la superficie e avviare i cicli, non ottenere subito un terreno agricolo maturo.

Detto questo, l’approccio è interessante perché lavora su un “primo anello” cruciale: fermare la sabbia e creare una base biologicamente attiva su cui la vegetazione può, eventualmente, costruire un ecosistema più complesso.

Conclusione

La ricerca sulle biocroste mostra come i microrganismi possano diventare alleati concreti nella rigenerazione degli ambienti aridi: una “pelle vivente” che protegge, stabilizza e prepara il terreno (in senso letterale) alla biodiversità. Se le sperimentazioni su larga scala confermeranno i risultati, potremmo vedere strumenti nuovi per affrontare desertificazione e degrado del suolo, integrando riforestazione e gestione del territorio con soluzioni microbiologiche mirate.

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Fonti