La precarietà degli avvenimenti che caratterizza lo sviluppo del nuovo ordine della globalizzazione minaccia seriamente la salute e il benessere dell’intera umanità. Il discredito delle agenzie nazionali e internazionali e del loro operato per fini politici ed economici, privilegiando pratiche e teorie pseudoscientifiche, sono a testimoniare il rischio reale a cui si è esposti. Il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità, le modifiche al programma di vaccinazione infantile approvate dal segretario alla salute degli Stati Uniti Robert F Kennedy Jr, le recenti linee guida dietetiche statunitensi che invertono la direzione della piramide alimentare ponendo grande enfasi su proteine, grassi e latticini interi al vertice, relegando i cereali e la dieta mediterranea alla base sono alcuni degli esempi.
Anche la piramide delle evidenze, quella costruita negli anni ’90 per rispondere in modo più appropriato a quesiti relativi a un intervento di salute, è continuamente minacciata di ribaltamento nel tentativo di innalzare al cielo l’ampia base con le opinioni degli esperti, sotterrando l’apice con le meta-analisi e le revisioni sistematiche. Fin dal suo inizio l’Evidence-Based Medicine ha ricevuto notevoli critiche, anche da pionieri dell’epidemiologia clinica come Alvan Feinstein, che affermava:
Il lodevole obiettivo di prendere decisioni cliniche basate sulle prove può essere compromesso dalla qualità e dalla portata limitate di ciò che viene raccolto come “migliore evidenza disponibile”. Tuttavia, l’aura autorevole conferita alla raccolta può portare a significativi abusi che producono linee guida inappropriate o dogmi dottrinari per la pratica clinica.
Ma passando dalla critica costruttiva, dalla ricerca e l’uso appropriato delle evidenze, alla priorità attribuita alle sensazioni e percezioni dell’esperto («al parlare con i colleghi») si inverte la direzione della scala verso il cielo e gli dei (della conoscenza basata sulle evidenze), dando maggior importanza all’infrastruttura tombale della piramide.
Come ha dichiarato Vincenzo Mirone, responsabile dell’Ufficio pazienti della Società italiana di urologia (Siu) dopo un mese di programmazione nelle sale del film Buen camino: «Non abbiamo ancora dati numerici precisi, ma parlando con colleghi di diversi centri sul territorio, dopo l’uscita del film riscontriamo un incremento delle visite urologiche preventive». Fattore importante se mantenuto e implementato nel tempo e che rimanda anche a una valutazione circa l’efficacia e l’aggiornamento della Gestione dei percorsi di diagnosi precoce per il tumore alla prostata e dell’applicazione delle Linee guida Carcinoma della prostata, così come dei risultati sinora raggiunti. In Italia attualmente il carcinoma della prostata è la neoplasia più frequente tra i maschi, con 40.500 nuovi diagnosticati nel 2022, il 19,8% di tutti i tumori maschili. Nel 2021 sono stati stimati 7.200 decessi per tumori della prostata, mentre la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è stata pari al 91%. L’eziologia del carcinoma prostatico è multifattoriale ed è il risultato di una complessa interazione tra fattori di rischio (età, etnia, storia familiare, fattori genetici, sindrome metabolica, obesità, stile di vita e dieta: fumo, consumo di alcolici, prodotti caseari, carne cotta a temperature molto elevate, cibi grassi e fritti) e fattori protettivi (diabete mellito/utilizzo di metformina, stile di vita e dieta: attività fisica, consumo di caffè, pomodori e soia). Una priorità di salute pubblica recentemente ribadita con la pubblicazione della quinta edizione del Codice europeo contro il cancro (ECAC5) che raccomanda l’organizzazione di programmi di screening efficaci e sostenibili. Obiettivo che a tutt’oggi deve essere ancora raggiunto con approcci diagnostici innovativi e non con il solo dosaggio del PSA (antigene prostatico specifico) proposto a fasce d’età della popolazione. Il PSA è un biomarcatore sierico di prima linea raccomandato per lo screening del cancro alla prostata, tuttavia, presenta limitazioni critiche per la bassa specificità, individua cioè anche tumori che progrediscono lentamente e porta a biopsie negative non necessarie e alla sovradiagnosi di tumori trascurabili.
Beneficio (economico) vs rischio (culturale)
Di tutto questo, comprensibilmente, c’è poco o nulla in Buen camino, quindi prima di indicarlo come strumento completo e appropriato per una campagna di prevenzione secondaria una valutazione formale della sua efficacia andrebbe fatta, nonostante, o soprattutto, per l’enorme numero di spettatori che ha attratto.
«Il più grande successo della storia del cinema in Italia», come ha sottolineato Pier Silvio (Berlusconi) firmando il ringraziamento commerciale («grazie Checco») su un’intera pagina sui principali quotidiani italiani. Pier Silvio Berlusconi è vicepresidente esecutivo e amministratore delegato del Gruppo Mediaset ed è anche membro del consiglio di amministrazione di MFE-MediaForEurope, proprietaria di Medusa film e distributrice di Buen camino.
Uscito nelle sale il 25 dicembre, nel primo mese di programmazione il film ha raggiunto il totale di 72.511.250 euro di incassi con oltre 9 milioni di spettatori, recuperando ampiamente i 28 milioni di euro del budget di produzione. Quo vado?, il quarto film con Zalone, sempre con la regia di Gennaro Nunziante e la distribuzione di Medusa film (in quell’occasione anche tra le case di produzione), uscito nelle sale il 1 gennaio 2016, ha incassato a tutt’oggi complessivamente 65.365.676 euro in Italia, rappresentando uno dei maggiori successi del box office italiano. Oggi declassato dalla vetta della montagna aurifera dei sei film con Checco Zalone protagonista.
A confronto, La grazia di Paolo Sorrentino (di cui Scienza in rete propone qui la recensione) nei primi 15 giorni di programmazione nelle sale ha incassato 4.316.527 euro e supererà a breve gli incassi complessivi di Parthenope del 2024 che, con oltre 7,4 milioni di euro, ha rappresentato il maggiore incasso in Italia nella carriera di Paolo Sorrentino. Abilità e possibilità diverse dei produttori e dei distributori? Sì, anche. Ma un’offerta (culturale) diversa.
Più semplice nel trovare attenzione e risposta (anche economica e ben indotta) il prodotto di Zalone, meno catalizzatore il film di Sorrentino e il rapporto iniziale di 8 a 1 negli incassi e negli spettatori può sorprendere molti e deludere pochi. Un rapporto beneficio (economico) vs rischio (culturale), purtroppo, atteso, anche in considerazione dei precedenti film dei due registi, e dei due differenti generi di film: drammatico uno, commedia (molto) leggera l’altro.
Prevenzione al cinema o con il cinema?
Eppure molti si sono stupiti (qualcuno anche con invidia) di tanto successo. Come è stato per Maria Rosaria Campitiello, capo del Dipartimento della prevenzione, ricerca ed emergenze sanitarie del ministero della Salute, al convegno Promuovere la salute, educare alla prevenzione: il ruolo condiviso contro l’HPV all’Istituto superiore di sanità. Campitiello è così intervenuta: «Mi sono sentita un po’ sconfitta, perché sono tre anni che mi occupo di prevenzione e campagne di comunicazione, ma di fatto l’impatto della nostra attività su quella che è la salute pubblica e sull’adesione agli screening è sicuramente minore di quello che ha avuto Checco Zalone con qualche proiezione al cinema». Dote rara tra i politici e i funzionari pubblici quella di ammettere i propri limiti e gli errori del proprio operare, ma pressoché comune quella del perseverare.
Nella sceneggiatura di Buen camino non si narra di HPV, di screening o campagne di prevenzione, il target è sì il pubblico (e in proposito le evidenze confermano l’efficacia del lavoro fatto), non tanto la salute del vasto pubblico, risultati, comunque, ottenuti non «con qualche proiezione al cinema» (a indicare che il capo dipartimento è poco incline anche al cinema). Comunque, questa attenzione da parte di un direttore ministeriale potrebbe sollecitare sceneggiatori e produttori per le alternative ai contributi dei prossimi film, così da non doversi contendere solo i finanziamenti degli assessorati regionali al turismo, dopo i tagli al Fondo Unico per il Cinema e l’Audiovisivo da parte del Ministero della Cultura.
Verso la fine della terra, per ritrovarsi
Ma dove è diretto questo Buen camino? Sì certo alla cattedrale di Santiago de Compostela, nella Galizia in Spagna, e proseguendo addirittura per altri 89 km fino a Cabo Fisterra sull’oceano Atlantico, alla “fine della terra”. Ma perché? E come?
«Quando si va verso un obiettivo, è molto importante prestare attenzione al Cammino. È il Cammino che ci insegna sempre la maniera migliore di arrivare, e ci arricchisce mentre lo percorriamo», scriveva Paulo Coelho in Il Cammino di Santiago del 1987, il suo primo romanzo, dopo aver percorso realmente il Cammino l’anno precedente, alla ricerca della propria strada nella vita. Un viaggio in cui la spiritualità o la riflessione individuale si confrontano con la realtà quotidiana, nei 25-30 giorni indicativi per percorrere gli 800 km del classico Cammino francese già descritto nel 1135 e riconosciuto Patrimonio dell’umanità dall’ Unesco. Gli incontri e le condivisioni sono stati raccontati anche in situazioni assurde, deliranti e romantiche, comunque, divertenti e appaganti. Anche il film di Gennaro Nunziante si attiene a questa narrazione, ma stereotipata, non originale perché non vissuta. Vive, però il potere della narrazione e della creatività cinematografica e della recitazione, come è il caso di Letizia Arnò, che non ha mai percorso il Cammino («Ma informandomi per il film mi è venuta voglia. Farei quello francese, è un’esperienza che può aiutare molto»). Arnò è Cristal, la figlia del protagonista, e lo intraprende e percorre per ritrovare sé stessa.
Il Cammino di Santiago è entrato nella sceneggiatura di molti film e nella realizzazione di registi, anche famosi, come La Via Láttea del 1969, diretto da Luis Buñuel. Tra i più acclamati Il cammino per Santiago (The Way) del 2010 diretto da Emilio Estevez, mentre tra quelli più autentici, semplici, senza retorica ma capaci di emozionare, e intensi per la bellezza dei luoghi rappresentati, Il mio cammino dell’australiano Bill Bennett. Un film del 2024 quando decide di realizzare una versione cinematografica del suo libro, dieci anni dopo la pubblicazione.
Nel caso di Buen camino non c’è trasposizione letteraria, la sceneggiatura è pasticciata, con momenti nonsense, per raccontare la distanza e il riavvicinamento tra un padre cinquantenne (Checco Zalone) e la figlia Cristal (in onore allo champagne) che abita con la madre, ex modella e aspirante attrice negli spettacoli del suo compagno palestinese. Gli eccessi caricaturali dei personaggi si accompagnano a gag comiche scontate, banali e alcune scorrette, di una comicità lontana da quella del palco televisivo di Zelig (e ancor più da quella dello storico locale di Milano) su cui approdò Zalone nel 2005. Troppe battute infelici come quelle sulle docce dei campi di concentramento o sull’11 settembre, o su Tarek il nuovo compagno della moglie («Lui è l’unico palestinese che occupa un territorio, gaza mia») che irritano, come le risate, anche rumorose, di alcuni spettatori in sala.
Un filo di impegno sociale
La colonna sonora, con brani musicali in stile latinoamericano-ironico, conferma l’importanza e la capacità di Zalone nell’utilizzare un linguaggio semplice e divertente in una parodia di caratteristiche collettive, del costume italiano, che caratterizza (anche) i suoi film. Un intreccio di comicità, musica e (talvolta) impegno sociale che gli va riconosciuto. Già il 1° maggio 2020, durante la pandemia di Covid-19, Zalone pubblicò la canzone L’immunità di gregge e il relativo video con Virginia Raffaele. Mentre il 30 aprile del 2021, quando era importante favorire le campagne di vaccinazione anti-Covid, soprattutto per gli anziani, Zalone uscì con il video musicale, ironico e intelligente, La Vacinada, girato in Puglia, con l’attrice Helen Mirren, premio Oscar nel 2007 come miglior attrice protagonista per The Queen (La regina) diretto da Stephen Frears.
A chiudere dopo i titoli di coda il finale musicale di Buen camino è Prostata enflamada, una canzone sui sintomi, la cura e la prevenzione secondaria (esame della prostata) così come racconta il film, non sulla prevenzione primaria e le possibili cause. Forse a sottolineare che il target principale del film è il pubblico maschile, over 50? Essendo focalizzata sulla prostata l’attenzione di gran parte della sceneggiatura è ovvio il ruolo principale del maschio, anche se i sintomi della prostatite sono simili a quelli della cistite, che è un’infezione che una donna su due contrae almeno una volta nella vita. Ma forse questo sarà un possibile tema per la prossima sceneggiatura sotto l’egida del Ministero della Salute.
Che il film sia una commedia popolare che, tra risate e gag, affronta temi profondi come padri e figli, spiritualità e crescita personale, come affermato da Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello spettacolo della Cei e direttore della Rivista del Cinematografo, si può anche concordare, dividendosi poi sulla profondità raggiunta nell’affrontarli. Che questo film «illumini la vita», come scritto da alcuni spettatori, è comunque eccessivo, sebbene la scelta di andare al cinema sia legata a spinte emotive, più che razionali e quindi soggettive le attese e le conseguenti reazioni.
Che di questa illuminazione possano beneficiare anche scelte responsabili per la Salute pubblica è però sorprendente. Infatti, la già citata direttrice ministeriale ha aggiunto: «Preannuncio dunque, che nel 2026 il Dipartimento della prevenzione avvicinerà influencer, cantanti, attori e personalità del mondo della Tv, perché se il fine, anche da parte delle istituzioni, è raggiungere l’aumento dell’adesione agli screening, bisogna pensare all’obiettivo e non al mezzo».
I media, come la radio e la TV, possono fornire informazioni per migliorare la salute, promuovere campagne di sensibilizzazione e avere un impatto sulle decisioni o attitudini che le persone prendono in tema (anche) di salute. Televisione, cinema e vie di comunicazione complementari possono contribuire a veicolare anche i messaggi di salute pubblica, ma l’efficacia va di volta in volta verificata, anche come parte di un insieme di strumenti adottati per ogni specifica iniziativa o campagna. Tuttavia sono i luoghi di aggregazione reale e ideale (per esempio scuole, stadi, supermercati, negozi) che andrebbero privilegiati per promuovere iniziative e comportamenti dove è la relazione tra docente e discente, promotore e beneficiario, il mezzo informativo ed educativo che fa anche aumentare l’adesione. Poi perché solo gli screening che sono mezzi di prevenzione secondaria e non contemplare anche gli altri livelli e azioni preventivi? Scegliere che siano gli influencer, i cantanti e gli attori i messaggeri e gli educatori di buone pratiche, a prescindere dal tipo di messaggio, di comunicazione e di relazione che si vuole instaurare con i cittadini, implica optare per un’azione rivolta a un pubblico passivo (gli spettatori), invece che per cittadini attivi e partecipi, perché educati, in un processo attivo e condiviso per il bene comune.





