Se negli ultimi mesi ti sembra che la parola “PFAS” compaia ovunque, non è un’impressione: il tema è tornato al centro perché sta succedendo qualcosa di molto concreto. Dal 12 gennaio 2026 in tutta l’Unione Europea sono entrate in applicazione nuove regole che impongono monitoraggio armonizzato e valori limite per i PFAS nell’acqua potabile, nell’ambito della direttiva europea sull’acqua destinata al consumo umano. È un passaggio “tecnico”, ma ha un effetto enorme: quando una sostanza diventa un parametro ufficiale, smette di essere solo una notizia e diventa una priorità di salute pubblica. Fonte: Commissione Europea (Environment)

In parallelo, in Europa procede anche la grande discussione su una possibile restrizione ampia dei PFAS (sotto REACH) e, nel frattempo, alcune misure sono già realtà: ad esempio, nel 2025 è stata adottata una restrizione specifica sui PFAS nelle schiume antincendio, una delle sorgenti più note di contaminazione ambientale. Regolamento (UE) 2025/1988 – EUR-Lex

Questa guida “super pillar” nasce per mettere ordine: cosa sono i PFAS, perché vengono chiamati “inquinanti eterni”, quali sono le evidenze scientifiche più importanti (senza allarmismi inutili), dove si trovano davvero nella vita quotidiana e perché nel 2026 il tema è diventato inevitabile.


Cosa sono i PFAS (e perché “eterni”)

PFAS è l’acronimo di per- e polifluoroalchiliche: una famiglia enorme di sostanze chimiche create dall’uomo, utilizzate per decenni per una ragione molto semplice: sono incredibilmente efficaci nel rendere materiali e superfici resistenti all’acqua, ai grassi, alle macchie e spesso anche al calore. Questo “superpotere” ha un prezzo: molti PFAS sono molto persistenti, degradano lentamente e possono accumularsi nell’ambiente e, in alcuni casi, nell’organismo. Approfondimento EFSA (aggiornato al 10 dicembre 2025)

Quando senti dire “inquinanti eterni”, il senso non è “immortali” in assoluto, ma che non si rompono facilmente con i normali processi naturali. È ciò che li rende problematici in un mondo dove acqua, suolo e catene alimentari sono interconnessi: una volta emessi, possono rimanere e spostarsi.


Perché nel 2026 la questione è diventata una “soglia”

Per molti anni, PFAS è stato un tema “a macchia di leopardo”: emergenze locali (Veneto, aree industriali specifiche), ricerche accademiche, inchieste giornalistiche. Oggi è diverso perché entrano in gioco tre fattori che si rinforzano tra loro.

Primo: l’Unione Europea ha reso il tema misurabile e comparabile tra Paesi, imponendo monitoraggio e valori limite nell’acqua potabile. Commissione Europea: nuove regole PFAS nell’acqua potabile (12 gennaio 2026)

Secondo: il grande percorso verso una restrizione ampia sotto REACH sta avanzando. Nel 2025 l’ECHA ha pubblicato un aggiornamento della proposta di restrizione, passo chiave di un processo complesso che coinvolge migliaia di molecole e interi settori industriali. ECHA: updated PFAS restriction proposal (20 agosto 2025)

Terzo: la letteratura scientifica e le agenzie internazionali hanno reso più chiaro il profilo di rischio per alcuni PFAS storici. Un passaggio molto discusso è la valutazione IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro), con una monografia dedicata a PFOA e PFOS. IARC Monographs Volume 135 (2025)

Quando regole, ricerca e attenzione pubblica si allineano, un tema smette di essere “di nicchia”. E diventa un capitolo stabile dell’agenda ambientale e sanitaria.


PFAS e salute: cosa sappiamo davvero (senza estremismi)

Parlare di “PFAS” come se fosse una singola sostanza è fuorviante: è una famiglia enorme e non tutte le molecole hanno lo stesso profilo. Però esiste un nucleo di evidenze robuste su alcuni PFAS storici (come PFOA e PFOS) e su un punto che ha fatto da spartiacque nella valutazione del rischio: l’impatto sul sistema immunitario.

Nel 2020 EFSA ha stabilito una dose settimanale tollerabile (TWI) per la somma di quattro PFAS (PFOS, PFOA, PFNA, PFHxS), basandosi come effetto critico la ridotta risposta immunitaria alle vaccinazioni. Non è un dettaglio: significa che, per l’Autorità europea, questo è l’effetto più sensibile e protettivo nel definire una soglia di sicurezza. EFSA: TWI PFAS (17 settembre 2020)

Da lì in poi, molte ricerche hanno guardato a esposizione cumulativa, vie di esposizione (acqua + cibo + polveri domestiche) e gruppi più vulnerabili, come bambini e donne in gravidanza. Una delle difficoltà più grandi, però, è che la scienza non sta valutando “un veleno singolo”, ma una nuvola di esposizioni che varia tra territori, abitudini e fonti locali.

Quindi l’approccio più serio, nel 2026, è questo: ridurre l’esposizione evitabile (soprattutto dove esiste contaminazione documentata) e chiedere trasparenza su monitoraggi e fonti, senza trasformare tutto in panico quotidiano. In altre parole: non negare, ma nemmeno vivere in modalità allarme continuo.

Risultati Principali dell’Indagine Greenpeace/Altroconsumo:

Azioni: Greenpeace chiede una legge “zero-PFAS” per vietare la produzione e l’uso di queste sostanze nocive. 

Sostanza rilevata: Il TFA (acido trifluoroacetico), un PFAS persistente, è stato riscontrato in elevate quantità.

Marche coinvolte: Panna, Esselunga Ulmeta, Maniva, Saguaro (Lidl), Levissima e Fiuggi.

Situazione nazionale: La contaminazione da PFAS non riguarda solo l’acqua in bottiglia, ma è stata riscontrata anche nelle acque pubbliche (di rubinetto) in tutte le regioni italiane, come denunciato precedentemente dalla spedizione “Acque Senza Veleni” di Greenpeace.

Un’indagine di Greenpeace (ottobre 2025) ha rilevato la presenza di PFAS, in particolare TFA (acido trifluoroacetico), in 6 marche di acqua minerale su 8 analizzate. Le marche con livelli di inquinanti rilevati includono Panna, Esselunga Ulmeta, Maniva, Saguaro (Lidl), Levissima e Fiuggi.


Acqua potabile: cosa cambia con i limiti UE (e perché conta anche se “bevi poco rubinetto”)

Il 12 gennaio 2026 è una data chiave perché segna l’entrata in applicazione di nuovi obblighi UE: monitorare i PFAS nell’acqua potabile in modo armonizzato e rispettare valori limite definiti dal quadro europeo. Commissione Europea: monitoraggio PFAS nell’acqua potabile

Perché conta anche per chi usa acqua in bottiglia o “beve poco”? Perché l’acqua potabile è una infrastruttura di base: quando un contaminante entra in quell’infrastruttura, il tema diventa collettivo. Inoltre, l’acqua non è solo da bere: è per cucinare, lavare, irrigare piccoli orti, preparare infusi. È un “moltiplicatore” di esposizione e, soprattutto, un indicatore: se trovi PFAS in acqua, spesso significa che esistono sorgenti a monte (scarichi, siti contaminati, schiume antincendio storiche, attività industriali).

Un elemento importante da comunicare bene: i limiti UE si riferiscono a parametri aggregati (come “somma di PFAS” su un set di molecole). È utile per avere una metrica comune, ma non esaurisce la complessità dell’universo PFAS. Per questo, oltre al limite, conta la qualità del monitoraggio e la trasparenza dei dati.


PFAS nel cibo: la via di esposizione spesso sottovalutata

Quando si parla di PFAS, l’immaginario corre subito all’acqua. Ma negli ultimi anni una parte crescente della ricerca ha sottolineato un punto: in diversi contesti europei, il contributo dell’alimentazione può essere rilevante, soprattutto per alcune categorie di alimenti.

Una rassegna recente pubblicata su Environmental Pollution nel 2025 (con focus su PFAS in alimenti e ambiente) riprende il quadro EFSA e discute come alcune combinazioni (consumi consigliati di pesce + acqua + esposizioni locali) possano portare i bambini a superare la TWI, anche quando i valori medi sembrano “sotto soglia”. Environmental Pollution (2025): PFAS in food and environment

Questo non significa “il cibo è pericoloso” in senso assoluto. Significa che, come spesso accade con i contaminanti persistenti, il problema non è la singola esposizione, ma la somma di esposizioni piccole e ripetute, soprattutto in aree con contaminazioni note.

Per questo un’informazione davvero utile nel 2026 non è “vietare tutto”, ma capire quali sono le vie principali nel proprio contesto (territorio, acqua, abitudini alimentari) e pretendere dati solidi: monitoraggi pubblici, analisi indipendenti, e politiche che riducano le emissioni a monte.


Dove si trovano i PFAS nella vita quotidiana (la parte che sorprende di più)

Il motivo per cui i PFAS sono diventati così diffusi è semplice: funzionano. Sono stati usati (e in parte sono ancora usati) in prodotti pensati per resistere a ciò che “sporca”: acqua, grasso, calore. Questo include categorie che molte persone non associano immediatamente alla chimica industriale: packaging alimentare, tessuti tecnici, cosmetici, alcune finiture “anti-macchia”.

Su Ambientebio ne abbiamo parlato in modo molto concreto: ad esempio nel tema degli imballaggi in carta dove la promessa “green” può convivere con trattamenti che migliorano la resistenza ai grassi, e quindi potenzialmente con PFAS, a seconda dei materiali e delle normative. Packaging di carta: pericolo PFAS. Lo studio

Un altro esempio che colpisce perché è “banale” e quotidiano: la presenza di PFAS in alcuni prodotti di carta. PFAS trovati nella carta igienica: lo studio

Questi esempi non servono a vivere in ansia, ma a capire perché la soluzione “individuale” ha dei limiti: puoi scegliere meglio, sì, ma se una sostanza è stata usata in modo così trasversale, la risposta vera è ridurre le emissioni e sostituire dove esistono alternative, con regole chiare e controlli efficaci.


Europa 2025–2026: cosa sta succedendo davvero a livello di norme

Nel dibattito PFAS, spesso si confondono due piani: il piano dei limiti nell’acqua potabile (già in applicazione nel 2026) e il piano della restrizione ampia dei PFAS come classe sotto REACH (processo in corso).

Nel 2025, l’ECHA ha pubblicato un aggiornamento della proposta di restrizione PFAS: è un documento-processo, non un “divieto immediato”, ma è un indicatore di direzione politica e tecnica. ECHA: proposta aggiornata (agosto 2025)

In parallelo, l’Unione Europea ha già adottato una restrizione mirata su un comparto critico: le schiume antincendio. Storicamente, l’uso e lo smaltimento di schiume contenenti PFAS ha causato contaminazioni estese di suoli e falde in molte aree. Il Regolamento (UE) 2025/1988 introduce restrizioni e periodi transitori differenziati. Regolamento (UE) 2025/1988 – testo ufficiale

Detto in modo semplice: mentre la grande “stretta” complessiva è ancora in costruzione, l’Europa ha già iniziato a chiudere i rubinetti dove la contaminazione storica è più evidente.


Italia: perché siamo un caso che non possiamo più ignorare

In Italia, la parola PFAS è legata a un evento che ha cambiato la percezione pubblica: la contaminazione da PFAS in Veneto e la consapevolezza che un inquinante persistente può trasformarsi in un problema sanitario di lungo periodo. Da allora, il tema ha iniziato ad allargarsi: non solo “una regione”, ma un problema che può emergere in diversi territori e in differenti matrici (aria, acqua, suolo).

Anche per questo, nel dibattito pubblico sono entrate con forza le analisi indipendenti e le campagne di mappatura. Greenpeace Italia, ad esempio, ha pubblicato una prima mappa della contaminazione cercando PFAS in campioni di acqua potabile raccolti in molte città italiane: è un lavoro che ha fatto discutere perché prova a dare una fotografia nazionale e a spingere sulla trasparenza dei dati. Greenpeace Italia: pagina PFAS e mappa della contaminazione

Su Ambientebio, quando abbiamo raccontato i siti contaminati e i dati europei, la conclusione era già chiara: esistono migliaia di segnalazioni e il problema è diffuso. PFAS: siti contaminati in Italia e in Europa (oltre 17mila segnalazioni)


Cosa può fare una persona “normale” nel 2026 (senza diventare ossessivi)

Qui serve una regola di buon senso: ridurre ciò che è riducibile, senza trasformare la vita in una caccia al dettaglio. La strategia più utile è agire su tre livelli.

1) Informazione locale e trasparenza. Se vivi in un’area nota per contaminazioni o vicino a siti industriali, la priorità è capire cosa dicono i monitoraggi ufficiali e se sono pubblici, leggibili, aggiornati. Nel 2026, con il quadro UE, questo dovrebbe diventare più semplice (e più obbligatorio), ma la differenza la fa la qualità con cui i dati vengono pubblicati e spiegati.

2) Acqua: se serve, filtra bene (non “filtra a caso”). Non tutti i filtri sono uguali. Alcune tecnologie sono più adatte di altre alla riduzione di PFAS. Se vuoi approfondire davvero, abbiamo una guida dedicata ai filtri e a cosa aspettarsi realisticamente. PFAS: qual è il migliore filtro per rimuoverli dall’acqua?

3) Prodotti e abitudini: scegli le battaglie che contano. È sensato evitare dove è facile e senza sacrifici (es. alcune finiture “super impermeabili” non necessarie, prodotti “anti-macchia” dove esistono alternative). È meno sensato cadere nel “tutto è PFAS”: perché non è vero, e perché l’ansia non riduce l’esposizione quanto una buona informazione + politiche pubbliche efficaci.


Perché agganciare (con criterio) il sostegno a una campagna come Greenpeace

In un mondo ideale, tutto questo verrebbe risolto solo con norme perfette, controlli impeccabili e bonifiche rapide. Nel mondo reale, spesso sono necessarie anche pressioni pubbliche, inchieste indipendenti e campagne che rendano visibile ciò che altrimenti resterebbe tecnico o invisibile.

È questo il senso per cui molte persone scelgono di sostenere realtà come Greenpeace sul tema PFAS: finanziare campionamenti indipendenti, analisi e denunce, e mantenere alta l’attenzione mentre i processi normativi procedono (lentamente). Se vuoi leggere la documentazione e i risultati pubblicati dall’organizzazione, puoi partire dalla loro sezione dedicata ai PFAS. Greenpeace Italia: PFAS, indagini e report

Se invece il tuo obiettivo è sostenere economicamente queste indagini, Greenpeace ha una pagina “sostienici” e diverse modalità di contributo: l’idea, qui, non è “donare per fede”, ma scegliere di finanziare un pezzo di lavoro concreto (analisi e monitoraggi) che alimenta il dibattito pubblico. Sostieni Greenpeace Italia

Nota editoriale Ambientebio: il sostegno ha senso quando resta agganciato ai fatti: monitoraggi pubblici, risultati accessibili, richieste verificabili. In altre parole, quando un tema riguarda tutti, è legittimo che qualcuno faccia anche la parte “scomoda” del controllo dal basso.


La nostra libreria PFAS: articoli correlati Ambientebio

Se vuoi esplorare casi specifici e approfondimenti già pubblicati, qui trovi alcune risorse interne utili:


Fonti autorevoli principali


Ultimo aggiornamento: 07/02/2026