Il 12 febbraio 2026 l’amministrazione Trump ha calato la scure sull’Endangerment Finding (determinazione di pericolo), il documento adottato nel 2009 dall’Environmental Protection Agency (EPA) che riconosceva i principali gas serra – anidride carbonica, metano, idrofluorocarburi – come sostanze climalteranti con provati effetti nocivi sulla salute umana, sul clima e sulla biodiversità.

Non si tratta di una semplice modifica normativa. Con una “final rule” (norma definitiva), l’EPA ha reinterpretato il Clean Air Act del 1970, disconoscendo che la CO₂ e gli altri gas serra abbiano un effetto nocivo sulla salute al pari degli inquinanti “classici” come il monossido di carbonio o le polveri sottili. L’amministrazione Trump la presenta come la più grande deregolamentazione della storia americana, promettendo risparmi fino a 1,3 trilioni di dollari, soprattutto nel settore automobilistico – circa 2.400 dollari per automobile.

Un colpo mortale all’azione climatica

L’Endangerment Finding ha costituito fino ad ora la base giuridica centrale di quasi tutta la regolazione climatica federale degli USA. Senza di esso, l’EPA perde la giustificazione per definire standard sulle emissioni delle auto, regolazioni sulle centrali elettriche, limiti industriali sulla CO₂.

Anche se una battaglia legale è partita subito dopo l’abrogazione da parte di associazioni ambientaliste, Stati come la California ed esponenti del mondo politico, la nuova norma ha efficacia immediata e sarà estremamente difficile da rovesciare. Servirà una nuova legge del Congresso o un cambio radicale nella composizione della Corte Suprema per ripristinare l’Endangerment Finding. La posta in gioco è notevole, visto che le emissioni climalteranti degli Stati Uniti rappresentano l’11% del totale (la Cina il 29%, e l’UE27 il 5,9%), e potrebbero crescere negli anni a venire grazie alla revoca.

Le reazioni interne

Il mainstream industriale statunitense ha gioito per l’ennesimo “liberi tutti” trumpiano, ma non tutti. Il settore auto è diviso. Se Ford e Stellantis hanno apprezzato, Tesla ovviamente no. Michael Berube, presidente di CALSTART (organizzazione per i veicoli puliti), avverte: “Indebolire gli standard sui veicoli e minare l’Endangerment Finding diffonde incertezza sui mercati proprio quando la competizione globale per la leadership nei veicoli puliti sta accelerando. Rischiamo di cedere la nostra leadership proprio mentre la domanda globale di tecnologie a basse e zero emissioni continua a crescere”.

Reazione di sconcerto anche da parte della comunità scientifica, messa sotto scacco e platealmente insultata da un presidente ormai fuori controllo (i climatologi sono degli “stupidi”, e “balle” le loro teorie). Brandon Jones, presidente dell’American Geophysical Union (AGU), la più importante società scientifica mondiale nelle scienze della Terra, ha denunciato la decisione con parole nette: “la decisione dell’amministrazione Trump di abrogare questa determinazione scientifica e legale storica – nonostante le prove schiaccianti – è un rifiuto della scienza consolidata, una negazione delle difficoltà che stiamo affrontando oggi, e una minaccia diretta al nostro futuro collettivo”. Una posizione condivisa “riga per riga” da Antonio Navarra, Università di Bologna e Centro euro-mediterraneo per i cambiamenti climatici. (qui la dichiarazione integrale).

La scienza ignorata dalla politica

Non si stupisce Giacomo Grassi, climatologo che fa parte dell’IPCC Task Force Bureau. “È una scelta con conseguenze rilevanti, non solo perché contribuisce ad un ulteriore riscaldamento globale, con tutti gli effetti ad esso associati, ma perché rende molto più difficile qualsiasi futura azione federale di contrasto al cambiamento climatico. Lo scorso luglio, un rapporto aveva cercato di fornire una giustificazione scientifica a questa decisione. Il documento è stato oggetto di ampie critiche nel merito e nel metodo ed è stato successivamente accantonato, senza essere formalmente richiamato dall’EPA nella decisione finale. Il rischio non è solo che la scienza venga piegata alla politica, ma che sia semplicemente ignorata”.

“Meno limiti alle emissioni si tradurranno inevitabilmente in maggiore inquinamento dell’aria e in un’accelerazione degli effetti climatici già visibili: eventi estremi più frequenti e gravi, ondate di calore, piogge intense, siccità, diffusione di malattie da vettori in altre aree del pianeta” commenta Sandro Fuzzi, climatologo del CNR. “Sul piano internazionale, dopo l’uscita degli Stati Uniti dalla United Nations Framework Convention on Climate Change(UNFCCC), questa scelta rafforza l’idea di un Paese che con l’avvento dell’amministrazione Trump si sfila dagli impegni climatici globali, con ricadute sulla sua credibilità economica e politica. Allontanarsi dalla scienza non indebolisce soltanto le politiche ambientali e di salute pubblica degli Stati Uniti, ma mette anche a rischio la leadership americana in tutti gli ambiti in cui la credibilità è fondamentale, dal commercio e la finanza alla competitività industriale fino alla sicurezza nazionale.

“Se anche la parabola politica del presidente dovesse subire un arresto con le elezioni di novembre, l’effetto delle sue azioni si faranno sentire a lungo termine ed è stato stimato pari a oltre un milione di vittime aggiuntive” Spiega Gianluca Ruggeri, dell’Università dell’Insubria e cofondatore di ènostra. “Sta all’Unione Europea decidere se voler essere complice della strage di verità (e di persone) o se continuare ad affidarsi alla migliore scienza disponibile nel definire le proprie priorità di intervento”.

Rischi inauditi

“Una scelta immorale” per studiosi quali Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, e per gli epidemiologi ambientali Francesco Forastiere e Paolo Vineis, Imperial College, che mette a repentaglio non solo i più vulnerabili agli aumentati effetti del cambiamento climatico, ma sul medio lungo periodo l’intera civiltà. “Forse non ci rendiamo conto che dando il via libera generalizzato alle emissioni di gas serra andiamo incontro a rischi inauditi – in senso letterale: mai sperimentati nella storia umana – come una possibile inversione della corrente del Golfo e l’innalzamento del livello del mare” commenta Vineis. 

Accanto agli impatti più noti, ve ne sono altri altrettanto cruciali che riguardano per esempio la biodiversità del suolo, la “cintura di sicurezza” del pianeta. L’impoverimento della biodiversità microbica che popola il suolo – da cui le piante dipendono per l’assorbimento di nutrienti e acqua – può destabilizzare gli ecosistemi vegetali e, a cascata, le comunità animali che da essi dipendono. Le ripercussioni potrebbero estendersi anche alla produttività agricola, aumentando la dipendenza da fertilizzanti chimici, con ulteriori effetti collaterali: inquinamento da metalli pesanti, alterazione dell’integrità biologica dei suoli e meccanismi di retroazione positiva che aggravano il degrado ambientale.

Non è la prima volta che il potere ignora e svillaneggia la scienza, ma questo alla lunga ha un prezzo, come dice in una battuta il Nobel Giorgio Parisi parafrasando Galilei: “Eppur si scalda”.