«Noi diciamo… che un medico maschio o un medico femmina hanno la stessa natura»: lapidario, questo Platone. Ma anche ambiguo. Chi sono state davvero le mediche nella storia? Quanto del loro sapere è stato fondante per la medicina? È esistito uno “sguardo di genere” nella costruzione della medicina moderna? E dove lo troviamo, nella storia della medicina e nel suo presente? Sono le domande che guidano la penna di Daniela Minerva, giornalista medico-scientifica di lunga esperienza, che ripercorre in Medicina femminile plurale, appena uscito per i tipi di Bollati Boringhieri, la genesi di una medicina “femminile plurale”, costruita con la testa e le mani di donne dimenticate, espropriate nel proprio sapere da uomini che ne hanno sistematicamente cancellato merito e memoria.
Nella lettura di Minerva è forte e dichiarato lo stampo femminista. Ma è marcata anche la distanza da un femminismo ingenuo che ha fatto molti errori nella costruzione della propria storia. Il primo, il solito: leggere il passato con le lenti del presente, inventando eroine e miti che finiscono per semplificare una realtà complessa. Quando si celebra una Trotula, famosa medica salernitana, o piuttosto nome dato a testi medievali scritti almeno in parte con mano femminile, o una Rosalind Franklin, trasformata in mito femminista sul modello “donna geniale e misconosciuta a cui uno stronzo ha rubato il merito”, si perdono le tante colleghe che hanno tirato la carretta accanto a loro. Si perde la coralità. E si procede per idee indimostrabili lasciando campo aperto a riscritture del passato altrettanto distorte, peraltro necessariamente conformi alla misoginia di cui la nostra cultura è intrisa. Perché i testi da cui partire sono stati sempre, inevitabilmente, tutti scritti da uomini, e non si scappa. C’è poi un secondo errore ricorrente in certi femminismi, verso cui Minerva punta il dito: l’insistenza su una presunta vicinanza tra la donna e la natura, difficilmente definibile, fino al rifiuto completo della medicina scientifica per via della sua storia al maschile. E quindi vai di tisane e di fricchettonate che non curano niente e nessuno.
Ma allora dove deve poggiare lo sguardo femminista sulla scienza medica? Sul racconto della propria storia, dice Minerva: sulla costruzione di una propria, forte e dignitosa, identità. Ma un’identità che per l’autrice non deve passare attraverso l’essenzialismo, perché non è affatto detto che esista un modo femminile di fare medicina insito nella natura delle donne. Se qualcosa di specifico c’è, è piuttosto un prodotto della storia: un’eredità culturale millenaria, un’intelligenza femminile forgiata da secoli di pratica, cura, esclusione e resistenza. Da recuperare e imparare ad apprezzare così com’è.
Il sapere medico femminile, prosegue Minerva, è esistito, eccome. Non è possibile il contrario. Le donne si sono sempre occupate della salute della propria famiglia o comunità e il loro sapere empirico, fondato sulla conoscenza di erbe e rimedi vari, ma anche foriero di grandi innovazioni (come è successo con la variolizzazione), è stato almeno fino alla nascita della medicina scientifica “quello che funzionava”. Mentre il sapere teorico, cristallizzato per millenni nell’ipse dixit di Aristotele, Ippocrate e Galeno e formalizzato nelle università da cui le donne erano escluse, a lungo non è servito a niente di pratico. Così anche i medici, che dottamente discutevano del secondo, nella realtà molto probabilmente usavano il primo. Intanto, gli stessi uomini usavano la teoria per fondare una bio-misoginia che giustificava l’esclusione delle donne dai recinti della medicina ufficiale. Cioè descrivevano la donna, da Ippocrate in poi, come un essere dal corpo difettoso, una versione umida e imperfetta di quello maschile, imbecille, inaffidabile: un “ambiguo malanno”, scrisse Esiodo, che l’uomo era costretto a tenersi in casa per potersi riprodurre. Ed è anche così, esclusivamente per la sua “funzione riproduttiva”, che ci si è curati della salute femminile: la donna ridotta a utero, e tutte le sue malattie ricondotte a questo unico organo. Fino praticamente a ieri l’altro.
Così se nella medicina antica compaiono menzioni ad alcune mediche, è soprattutto per il loro impegno nella salute riproduttiva, nella gestione di fecondazione, gravidanza e parto. Il loro sguardo di genere a lungo si è potuto concentrare solo sulle aree legate alla riproduzione o all’accudimento: ginecologia, pediatria, assistenza. Con poche figure straordinarie come Florence Nightingale e tante donne normali che per laurearsi ed esercitare hanno dovuto fare una fatica così.
Poi le cose sono cambiate, fino allo “tsunami” degli ultimi decenni, in cui la professione si è femminilizzata e si è finalmente imposto uno sguardo femminile sulla salute e un’idea di salute genere-specifica. Certo: i divari rimangono e i soffitti di cristallo sono ancora belli spessi, ma i numeri parlano: nel dicembre 2023 le mediche in Italia hanno sorpassato per numero i colleghi maschi. Una femminilizzazione della professione che, secondo Minerva, cambierà le cose in maniera radicale, e lo sta già facendo. In questa parte del libro torna la Minerva giornalista: troviamo dati, interviste, attualità di una professione e di una cultura che stanno cambiando, al proprio interno e nel rapporto con il resto della società.
Ma dunque, esiste un modo femminile di fare scienza? Ci sono stati certo temi femminili e metodi femminili, come la filantropia. Ma sono stati frutto della segregazione in settori ritenuti meno degni, comunque vicini all’idea di donna accudente ed empatica. Di certo però esiste una questione femminile. E il libro la affronta sui due piani di cui sopra: una ricca e documentata prima parte che dispiega la storia delle mediche antiche reinquadrandola in un racconto collettivo. E una seconda che arriva al dibattito interno alla comunità medica di oggi, con figure come Bernadine Healy — «una femminista con la collana di perle» — che negli anni Novanta lanciò la Women’s Health Initiative aprendo le porte allo studio del modo in cui la medicina tratta le donne. Si può fare, si sta facendo. Va fatto, dice Minerva.
Quanto alla medicina, oggi ne abbiamo una fondata sulla scienza, e che funziona. L’autrice, pur femminista, ci sta dentro senza ambiguità: vuole una medicina genere-specifica, più attenta alle donne, ma rifiuta la tentazione di riguardare al passato rischiando di dire baggianate antiscientifiche. Si parta da quello che abbiamo. Quel che è stato è stato: ma almeno non lasciamone tutto il merito ai maschi.







