Il mare ci fa bene. Non è solo una sensazione: l’ambiente marino può influenzare umore, stress e percezione di benessere. Basta guardarlo per attivare risposte positive nel cervello, e il contatto con l’acqua (anche con una semplice nuotata) porta benefici concreti.
Su Ambientebio abbiamo già raccontato questo legame in modo approfondito: una tecnica a base di alghe per stabilizzare le dune e accelerare la formazione del suolo, la storia di chi protegge il mare sul campo, progetti e campagne che portano attenzione sugli oceani. E, sul benessere mentale: guardare il mare può attivare uno stato di felicità nel cervello.
Ma c’è un punto che spesso dimentichiamo: il mare non è “di qualcuno”. È di tutti.
In Italia spiagge, lido del mare, rade e porti rientrano nel demanio pubblico: sono beni che appartengono allo Stato e sono destinati all’uso della collettività (art. 822 c.c., richiamato anche in documenti parlamentari) e, per la parte marittima, sono definiti nel Codice della navigazione (art. 28 c. nav. – beni del demanio marittimo). :contentReference[oaicite:0]{index=0}
Questo significa una cosa semplice: non possono essere venduti come una proprietà privata. Possono però essere dati in uso tramite concessioni (stabilimenti, servizi, strutture turistiche), che dovrebbero restare compatibili con il pubblico uso e con la tutela dell’ambiente costiero.
Il problema: quando la concessione diventa appropriazione
Nella pratica, la linea può diventare sottile. Dove la gestione privata funziona, offre servizi e ordine. Dove invece prevale la logica del “prendo tutto finché posso”, accade l’opposto:
- occupazione eccessiva di arenili e accessi, con spiagge di fatto “chiuse” ai cittadini;
- strutture fisse e non amovibili che cambiano il paesaggio e rendono il litorale più fragile;
- pressione su acqua e fognature (soprattutto nei picchi estivi), con rischio di sversamenti e contaminazioni;
- rifiuti, microplastiche, traffico e rumore che degradano ecosistemi già delicati (dune, praterie di posidonia, fondali costieri);
- cementificazione e consumo di suolo su aree che dovrebbero restare cuscinetti naturali contro erosione e mareggiate.
In altre parole: il bene pubblico resta “scritto” nelle leggi, ma viene svuotato nella realtà. E quando il mare si degrada, perdiamo proprio ciò che lo rende prezioso: acqua pulita, biodiversità, paesaggio, salute.
Contaminazione e inquinamento: non è solo una questione “estetica”
L’inquinamento costiero non è un problema astratto. È un danno che rientra nel quotidiano: acque meno balneabili, fondali impoveriti, fauna marina sotto stress, odori e schiume, alghe anomale, spiagge erose e più vulnerabili. E quando le coste diventano “merce”, aumenta anche la tolleranza verso scorciatoie e abusi.
Per questo è utile ricordare alcune regole concrete di comportamento e tutela, soprattutto in spiaggia: il nostro decalogo per rispettare mare e ambiente.
Il caso Grecia: isole “incontaminate” e febbre del cemento per resort di lusso
Quello che sta accadendo in alcune isole greche mostra dove può arrivare un modello turistico senza freni. Nelle Cicladi, in più località, residenti e amministratori locali denunciano cantieri invasivi e costruzioni che “mordono” il territorio, alterando paesaggi iconici e risorse essenziali (come l’acqua).
Un esempio diventato simbolico è quello di Milos (spiaggia di Sarakiniko, la “moon beach”): la costruzione di un hotel di lusso ha scatenato proteste e pressioni, fino allo stop/contestazione del progetto e alle richieste di ripristino del paesaggio.
- Notizia e contesto sullo stop al progetto: The Guardian – hotel a cinque stelle fermato a Milos. :contentReference[oaicite:1]{index=1}
- Aggiornamenti e nuove controversie su Sarakiniko/Milos: Kathimerini – nuove polemiche per espansioni e sviluppo. :contentReference[oaicite:2]{index=2}
- Quadro più ampio sulla pressione edilizia e turistica nelle isole: Quotidiano.net – proteste contro nuovi resort di lusso nelle isole greche. :contentReference[oaicite:3]{index=3}
Queste dinamiche si intrecciano spesso con un turismo “VIP”, con isole trasformate in vetrine di esclusività: quando la destinazione diventa status symbol, il rischio è che il territorio venga trattato come scenografia (e non come ecosistema). Su Santorini, ad esempio, il tema dell’overtourism e dell’espansione edilizia è da anni oggetto di allarme pubblico. Il Guardian ha riportato l’allarme del sindaco su numeri e pressioni ormai difficili da sostenere. :contentReference[oaicite:4]{index=4}
Macari e le nostre coste: la domanda vera
Quando un tratto di costa viene trasformato in “prodotto” (più cemento, più volumi, più occupazione, più eventi, più parcheggi), di solito si vende come “sviluppo”. Ma sviluppo per chi? Se il prezzo è la perdita irreversibile di paesaggio, biodiversità e qualità delle acque, il conto lo pagano cittadini e natura.
Difendere il demanio significa difendere un principio semplice: ciò che è pubblico deve restare accessibile, tutelato e non degradato. È una responsabilità collettiva, ma anche istituzionale: controlli, trasparenza sulle concessioni, limiti chiari, ripristino dove si è sbagliato, sanzioni dove ci sono abusi.
Quando il mare diventa merce: la voce di chi vive le isole
Non è solo una questione urbanistica o normativa. È una questione culturale. Quando un’isola viene trasformata in “prodotto”, cambia il suo equilibrio profondo: paesaggio, comunità, identità, ritmo della vita.
Su Kythira (Citera), in Grecia, si è acceso un dibattito emblematico. In una lettera aperta, lo scrittore e navigatore Simone Perotti racconta la tensione tra sviluppo turistico aggressivo e tutela dell’anima dei luoghi. Un richiamo forte contro la trasformazione delle isole in piattaforme di profitto, con cemento, volumetrie e investimenti speculativi che rischiano di snaturare ecosistemi fragili e comunità locali.
Puoi leggere la sua riflessione qui: Kythira – Lettera aperta
Il punto centrale è semplice ma potente: un’isola non è un brand, non è un fondo immobiliare, non è un set per cartoline di lusso. È un ecosistema vivente, con risorse limitate, con un equilibrio delicato tra terra, acqua, vento e comunità.
Le stesse dinamiche che vediamo nelle Cicladi o a Santorini — con resort di lusso, pressioni speculative e consumo accelerato di suolo — sono il sintomo di un modello che rischia di erodere ciò che rende un luogo unico.
Difendere Macari, difendere le coste italiane, significa anche guardare a ciò che accade altrove e imparare dagli errori prima che diventino irreversibili.
Come sostenere la petizione
Chi desidera approfondire e leggere nel dettaglio le motivazioni dei promotori può consultare e firmare la petizione a questo link:
Salviamo il litorale di Macari – Firma la petizione
Una scelta che parla di futuro
Ogni territorio è il risultato delle decisioni che vengono prese oggi. Macari può diventare un esempio di tutela intelligente del paesaggio oppure l’ennesimo caso di consumo irreversibile di costa.
La domanda non è solo cosa costruire, ma cosa vogliamo lasciare. Un tratto di mare trasformato o un paesaggio ancora capace di raccontare la Sicilia più autentica?
La risposta, ora, passa anche dalla partecipazione dei cittadini.







