Se venissero distrutti tutti i testi religiosi, poetici o narrativi, essi non esisteranno mai più come sono adesso, non verrebbero mai riscritti con le stesse parole, con le stesse storie. Ma se distruggessimo tutti i libri scientifici, tra migliaia di anni i fatti che hanno a che fare con la scienza verranno ristabiliti esattamente come li conosciamo noi oggi, perché gli esperimenti daranno sempre gli stessi risultati

Così, nel 2017, l’attore e comico britannico Ricky Gervais spiegò al Late Show di Stephen Colbert perché si fida della scienza e non crede nella religione, rintuzzando una critica del conduttore che lo accusava di incoerenza. «Non credi in Dio ma credi in quello che dice Stephen Hawking!», lo pizzica Colbert, come a dire: tu quello che dice Hawking non puoi capirlo fino in fondo, le prove che Hawking abbia ragione sul Big Bang non le hai, eppure gli credi.

La folgorante risposta del comico inglese, al netto di inevitabili semplificazioni, riassume in poche parole alcuni dei valori intellettuali che caratterizzano la scienza moderna. Questi valori sono la fiducia negli esperimenti e nelle “sensate esperienze”, la possibilità di verificare, di confermare, di confutare una conoscenza, l’accessibilità del sapere, il rifiuto del principio di autorità. Cioè che non serve essere Stephen Hawking per accettare una verità scientifica.

Ma come sono nati questi valori? Quali idee li sorreggono e quali eventi storici li hanno favoriti, accelerati, talvolta rallentati e brutalmente ostacolati? Le risposte a queste domande trovano spazio nell’ultimo libro dello storico della scienza Marco Ciardi, docente dell’Università di Firenze: Storia del pensiero scientifico. Da Galileo Galilei a Marie Curie, edito da Carocci.

Come docente e saggista Ciardi si occupa ormai da più di trent’anni di storia della scienza, in particolare della chimica – è infatti uno dei principali biografi di Amedeo Avogadro a livello mondiale – e del rapporto tra scienza e società. Ha studiato il mito di Atlantide, le connessioni tra scienza e pseudoscienza, il legame indissolubile della scienza con la letteratura, la poesia, i linguaggi creativi e multimediali, come la radio, la televisione, il cinema, le serie televisive.

Nelle 250 pagine di Storia del pensiero scientifico, Ciardi riprende l’innesco del saggio Terra. Storia di un’idea (Laterza, 2013 – finalista al premio Galileo), nel quale ricostruiva nel dettaglio la storia dell’idea-Terra, rileggendo la cronologia delle varie scoperte legate al nostro pianeta fino alle imprese spaziali. Nel nuovo saggio non si sofferma su una teoria in particolare, ma allarga l’analisi alla scienza come impresa umana nel suo complesso.

La parola chiave del titolo del nuovo saggio dello storico fiorentino è dunque pensiero: un pensiero formalizzato da Galileo nel XVII secolo e al centro della prima parte del libro. La seconda sezione del saggio ricostruisce i principali filoni teorici della scienza moderna: il meccanicismo seicentesco, il successo dell’approccio analitico nel Settecento, la convinzione dell’unità della natura, la crisi sempre più seria dell’antropocentrismo – già colpito da Copernico e Giordano Bruno prima, quindi da Darwin e Freud poi – la vicinanza con l’Illuminismo e anche con il Romanticismo che portano poi la scienza a rivelarsi, almeno sul piano teorico, come straordinaria alleata del pacifismo e altrettanto abile facilitatrice della democrazia.

Poi però la storia ha mostrato che in alcune occasioni chi fa scienza ha clamorosamente tradito il pensiero scientifico: Ciardi ricorda, tra le altre cose, i gas tossici nelle trincee della Prima guerra mondiale, i manifesti razzisti a sostegno dei nazionalismi o del totalitarismo fascista in Italia, la bomba atomica di Hiroshima e Nagasaki.

Perché tra teoria e realtà c’è di mezzo il potere: il potere della Chiesa che si batte contro Galilei perché il suo pensiero scientifico espone a un pericolo mortale il potere accademico (e non solo) dell’epoca, che aveva nell’impostazione aristotelico-tolemaica un fondamento irrinunciabile. E che Galilei stava pericolosamente minando. Oggi, a ormai 400 anni dall’abiura di Galilei – evento che non ha fermato la nascita e l’affermarsi della sua scienza – il potere continua a essere un antagonista del pensiero scientifico quando esso non produce conoscenze allineate a quello che serve al potere stesso: politico sì, ma anche economico e finanziario.

Il saggio di Ciardi si chiude quindi con l’analisi delle storture che affliggono oggi il mestiere di chi fa scienza e che rinnegano il pensiero scientifico: tra queste storture indica il tecnicismo quando è miope ed esasperato; le disparità di genere; l’allontanamento dal pacifismo e dall’universalismo della conoscenza professato da illustri donne e uomini che hanno fatto scienza nel passato, come Marie Curie e Albert Einstein. E anche un’eccessiva – o malriposta, a giudizio di Ciardi – fiducia in un certo tipo di pensiero economico, troppo indulgente, secondo lo storico, rispetto ad alcune conoscenze come la limitatezza delle risorse della nostra astronave Terra o il mito della crescita infinita, già sfatato anche alla fine degli anni Sessanta del Novecento dall’esperienza del Club di Roma di Aurelio Peccei e dal testo del MIT The Limits to Growth (1972).

Quella che presenta Ciardi nel suo saggio, quindi, è una storia aperta, inevitabilmente in itinere, dagli sviluppi ancora incerti e, anzi, oggi piuttosto cupi. Ciardi, però, ritiene che la scienza, anzi, il pensiero scientifico, quello di Galileo Galilei e Marie Curie, di Albert Einstein e Rachel Carson, possa ancora una volta essere quel sapere e quello strumento che potrà togliere l’umanità dallo stato di minorità – per citare Immanuel Kant, filosofo molto caro a Ciardi – in cui le tragedie di questo secolo ci stanno lasciando.