In Italia, il 2026 si è aperto con uno storico decreto sul declassamento del lupo, da specie «rigorosamente protetta» a «protetta» – come già successo a livello europeo nel 2025. Il cambiamento si basa sulla necessità di gestire il crescente conflitto tra lupi e attività umane, con l’espansione di questo predatore in Italia ed Europa negli ultimi decenni.  Si sono accese intense discussioni sulla questione del declassamento, ma queste continuano a tralasciare un aspetto fondamentale: la dimensione politico-economica del conflitto. Di seguito, una breve sintesi del dibattito, le sue criticità, e un nuovo modo di concepire il nostro rapporto con i lupi, basato sulla mia recente ricerca in Italia.

Declassamento, un’analisi critica del dibattito

Ci sono due fazioni principali nel dibattito sul declassamento. Da un lato, le organizzazioni ambientaliste che esprimono il loro dissenso. Dall’altro, le associazioni di categoria – rappresentando allevatori, agricoltori, cacciatori – che accolgono con più entusiasmo questa decisione. Secondo queste ultime, un contenimento della popolazione è necessario per ridurre i crescenti impatti dei lupi. I gruppi contrari al declassamento invece enfatizzano che gli abbattimenti non sono la soluzione, ma bisogna investire su misure di prevenzione come cani da guardiania e recinti.

Sebbene diverse, queste prospettive condividono una stessa lettura del conflitto. Entrambe interpretano la predazione come un fenomeno prettamente ecologico, in cui il lupo agisce come predatore, da gestire con misure letali o meno. Tuttavia, le predazioni non sono soltanto eventi naturali ma influenzate da fattori sociali ed economici. Quando un lupo preda animali da reddito, non entra in contatto solo con il bestiame, ma con interi sistemi di produzione plasmati dalle politiche agricole e di mercato globali di oggi.

Negli ultimi anni, la mia ricerca Lupi, Allevatori e Capitalismo (in lingua originale inglese Wolves, Farmers, & Capitalism), che ho condotto con il dipartimento di geografia all’Università di Cambridge, ha fatto luce su questi aspetti.

Pastori e lupi in Toscana, indagini sul campo

Ho condotto la mia ricerca tra il 2021-2022 nella maremma toscana – dove ho radici familiari, ma anche uno dei contesti con più alta produzione ovina e compresenza di lupi nel nostro continente. Nel vistare aziende diverse, la mia attenzione veniva spesso portata sui numerosi campi incolti, i fossi ricoperti di vegetazione, i pochi allevamenti rimasti. Segni di un abbandono delle campagne che caratterizza sempre più i paesaggi rurali italiani e non solo, specialmente da cinquant’anni a questa parte. Segni di politiche agrarie comunitarie che dagli anni Ottanta e Novanta hanno aperto alla liberalizzazione dell’agricoltura, con la nascita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Gli allevatori e agricoltori italiani, da allora, non sono più “pastori” o “contadini” ma “imprenditori”. Le “fattorie” sono diventate “aziende”, spesso indebitate e con la priorità di ampliare profitti. Questo secondo la logica del capitalismo neoliberale, basata sulla competizione su un mercato libero tra aziende in paesi diversi, con costi di produzione diversi, legati a contesti sociali e ambientali differenti.

Nelle filiere agroalimentari, dominate sempre più da multinazionali come le grandi catene di supermercati, si comprano prodotti e sostiene l’agricoltura da dove conviene di più, da dove costa meno. Gli allevamenti più svantaggiati da questo sistema, che sono la maggioranza delle comunità rurali, chiudono. Aree montane si spopolano. Sistemi centenari agroecologici, dove l’allevamento e l’agricoltura si intrecciano con l’ecologia, vengono a sgretolarsi. Spesso tocca alle aziende più piccole, in zone più remote e svantaggiate per via di costi di produzione maggiori, e minori ricavi. Un aspetto cruciale visto che la consistenza degli allevamenti in Italia e altrove è caratterizzata da piccole parcelle aziendali. Così avviene l’abbandono delle campagne e la concentrazione di allevamenti in sempre meno ma più grandi aziende, come evidenziano i dati dell’ultimo censimento nazionale dell’ISTAT.

Questi non sono dettagli. È la realtà delle campagne moderne. Le stesse dove il lupo sta tornando. In contesti capitalistici neoliberali, come nei modelli capitalistici che li hanno preceduti (si veda qui una mia pubblicazione che offre una narrazione alternativa del declino storico e il ritorno dei lupi in Italia), i lupi diventano un problema maggiore.

Le misure di prevenzione non-letali tradizionali si sposano male con sistemi di conduzione di allevamento neoliberali. Molte aziende oggi, specialmente tra le più piccole, hanno poche prospettive, con mancanza di ricambio intergenerazionale e pochi tornaconti. La presenza del lupo comporta costi che spesso fanno traboccare il vaso. Non sono solo le predazioni ma tutto il lavoro in più che essa necessita per proteggere il bestiame. Da una sorveglianza passiva a una attiva dei pascoli. Dall’impiego di cani da guardiania e le nuove complicazioni sociali ed economiche, all’estetica macabre delle predazioni – per un approfondimento, si veda questa mia pubblicazione.

Il paradosso della coesistenza nel neoliberalismo è che anche le aziende più grandi, quelle che si sono potute adattare meglio al panorama internazionale del commercio libero aumentando il loro numero di bestiame per sfruttare economie di scala, sono diventate strutturalmente meno predisposte all’uso di misure di prevenzione. Aziende con svariate migliaia di capi faticano a coordinare l’uso di numerosi cani da guardiana su un territorio esteso. Il lupo ne approfitta per una maggiore efficacia nel predare animali in queste aziende, intaccando così la loro competitività, che è il perno sul quale ruotano per restare sul mercato.

Così, il ritorno del lupo può portare a un’anticipata chiusura di aziende, specialmente delle più piccole e marginalizzate. Anche se molte di esse sarebbero possibilmente state portate a chiudere ugualmente per le disuguaglianze nel settore, l’anticipata chiusura anche se solo di un decennio o di qualche anno non è cosa da sottovalutare, per tutto quello che comporta, sia emotivamente, che culturalmente, che economicamente.

Convivenze e mondi alternativi

Ho salutato con affetto i paesani che mi hanno accolto e le persone con cui ho avuto modo di lavorare. Rientravo a Cambridge con un’idea diversa sul nostro rapporto con il lupo. Se è vero che è più facile immaginare la fine del mondo piuttosto che del capitalismo, allora bisogna inventare mondi nuovi. È questa la basa da cui ripartire per costruire forme di coesistenza alternative. Senza cambiare il sistema si rimane bloccati in un binario: o si va a scapito del lupo, o degli allevatori. Bisogna agire trasversalmente, andare alle radici.

Invece di cercare di adattare le misure di prevenzione tradizionali ai sistemi di allevamento neoliberali, bisogna capovolgere la questione. Sono i sistemi economici e le leggi di mercato che vanno adeguate a favorire la convivenza, l’agroecologia, e il benessere di umani e altri esseri viventi. Se si pensa al declassamento senza guardare questi aspetti, si perde occasione di sfruttare la questione del lupo per una trasformazione delle ineguaglianze che pervadono le nostre società. Allo stesso tempo, coesistenza non significa necessariamente niente controlli di popolazioni del lupo. Non è un azzeramento del conflitto, ma la sua mobilitazione per portare a forme più eque di conservazione e di cura verso il mondo non-umano. Non solo collaborazione ma solidarietà tra gruppi diversi. Alleanze che serviranno a costruire nuovi mondi, nuovi modi di convivere, e futuri alternativi.

Ringraziamenti: colgo l’opportunità di ringraziare tutte le persone con cui ho collaborato nella mia ricerca.