Netflix ha messo a disposizione sulla sua piattaforma la serie ER – Medici in prima linea. Per chi l’aveva appassionatamente seguita ai tempi, odi et amo: da una parte ci toccano 15 anni di puntate da rivedere, dall’altra è l’occasione di immergersi in una serie nota, amata e che ha letteralmente fatto la storia di enorme successo dei medical drama. E, in questo modo, anche di farsi due conti su come è cambiata non solo la medicina sensu strictu, ma anche i suoi rapporti con la società e il modo di raccontarla.
Uscita per la prima volta nel 1994, ER era una serie di taglio tutto nuovo. D’altronde, è una creazione di uno scrittore e sceneggiatore che sapeva benissimo cosa avrebbe funzionato, come prova anche il suo Jurassic Park: Michael Crichton, nato a Chicago (dove è ambientata la serie) e lui stesso laureato in medicina alla Harvard Medical School. In effetti, ER nasce da uno dei suoi primi libri, Five Patients (tradotto in italiano come Casi di emergenza), del 1970. Diversamente da quanto può far pensare il titolo, nonché l’evoluzione successiva nella serie, Five Patients non è (solo) una serie di casi clinici raccontati in modo più o meno narrativo, è semmai una serie di saggi sulla storia della medicina, con un occhio lungo ai suoi sviluppi. Guai, quindi, leggerlo aspettandosi una versione scritta di ER.
Un pronto soccorso senza eroi
Quanto quel taglio nuovo proposto da ER abbia funzionato non lo dimostrano solo gli incassi e la critica, ma anche e soprattutto il ricco filone di medical drama che ne è seguito, e che ha visto nascere serie che vanno da Dr. House a Grey’s Anatomy, alle più recenti The Resident e The Good Doctor, fino alle recentissime coreane (per esempio The Trauma Code), senza dimenticare anche quelle a taglio comico come Scrubs. Dare una rinfrescata ai ricordi di ER riguardandola oggi significa anche accorgersi quanto ciascuna di esse abbia attinto dalla primigenia.
C’è qualcosa, però, che discosta ER dalle serie successive più del taglio specifico di ciascuna. È una rappresentazione del lavoro della medicina che non è (o è molto meno) eroica: certo, ci sono esempi di dedizione e scelte coraggiose, pazienti salvati in extremis, ma sono tutti de-enfatizzati, inseriti in una realtà medica fatta di confusione e burocrazia. L’aspetto che più fa emergere questa caratteristica di ER è anche quello che più caratterizza gran parte delle serie successive, che instaurano un copione praticamente standard: quello del colpo di genio, della malattia rarissima, dell’intervento impossibile. In ER non c’è nessuna cura miracolosa: la medicina segue la sua prassi, le linee guida, è scientifica – quella scienza fatta anche di errori e incertezze, come raccontava Beatrice Mautino nel suo libro Vertigine.
Senza dimenticare che si fa gioco di squadra, una squadra in cui, sia chiaro, infermieri e infermiere sono in campo tra i giocatori. Anche perché, a differenza di quanto avviene in altre serie, i medici e le mediche non hanno caratteristiche geniali: niente intuizioni giocando con bastone e pallina alla Dr. House, niente visualizzazioni a occhi aperti per trovare l’impossibile soluzione chirurgica alla The Good Doctor. Anzi, quando uno dei personaggi suggerisce all’arrogante chirurgo Peter Benton di provare a visualizzare l’intervento a occhi chiusi, descrivendo man mano gli organi, quello sbuffa e alza gli occhi al cielo.
Insomma, medici e mediche sono innanzitutto persone. Sono fallaci, patiscono il sonno e la confusione. Alcuni, anzi, non si fanno scrupoli a ricordare a sé stessi e agli altri che hanno una vita al di fuori dell’ospedale, importante quanto e forse più del lavoro: come Susan Lewis, che dice di no senza remore a turni aggiuntivi e riunioni per stare con la nipote. È di pochi giorni fa il 9° rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, che evidenzia come la stragrande maggioranza delle persone occupate vorrebbe più tempo per sé stessa e considera il benessere un diritto. Dati alla mano, l’ennesima evidenza di un cambio del paradigma mentale per cui la propria vita (e il suo successo) non coincide (necessariamente) con il lavoro. Neanche se sei medico. È senz’altro interessante che ci aiuti a ricordarlo una serie che ha ormai compiuto i 32 anni e che, di fatto, raccontava anche il concetto stesso di burnout prima che avesse un nome.
La medicina cambia, ma forse le rappresentazioni cambiano di più
ER è sempre stata molto nota anche per la sua precisione e correttezza nei casi clinici che racconta. Per chi in un modo o nell’altro lavora nel campo, rivederla oggi significa infatti anche notare quanto e dove siano cambiati approcci e pratiche. Niente più fiumi di lidocaina, per esempio. E la malattia che spaventa, lo spauracchio che attraversa una puntata dopo l’altra, non è più l’infezione da HIV/AIDS: i pazienti che si presentassero oggi al County General Hospital avrebbero ben altra prognosi.
A essere cambiata, però, non è solo la medicina. C’è tutta una società intorno: spettacolarizzata? Mica tanto. Come commenta Carla Bartezzaghi, specializzanda di medicina d’urgenza che ha trascorso un periodo proprio al County General Hospital (dove, testimonia, la sigla della serie è oggi la suoneria del centralino) «ER funziona ancora meglio se si pensa alla realtà statunitense. Per esempio, noi in Italia non abbiamo gli stessi numeri di pazienti con ferite da arma da fuoco, soprattutto pediatrici. Negli Stati Uniti, invece, è tutt’ora così».
E se il diritto al porto d’armi statunitense non è cambiato, altre cornici di rappresentazione dell’identità, delle abitudini e dell’inclusività forse sì. Un caso emblematico (ma attenzione, non unico) è quello delle storyline che riguardano persone LGBT, che riflettono la rivelazione dell’orientamento sessuale come problema, il timore della reazione dei familiari, la confusione tra identità di genere e travestitismo, la mediazione, sempre rispettosa ma spesso goffa, dei sanitari. Oggi l’inclusività, intesa come rappresentazione di minoranze e delle loro prospettive narrative, è quasi un presupposto per quasi ogni serie, medica o meno. Se non altro, un elemento atteso. Non c’era la stessa pressione sistematica ai tempi dell’uscita di ER, eppure i personaggi sono già una rappresentazione inclusiva. C’è il già citato Benton, che avanti nella serie scoprirà di essere stato probabilmente ammesso a medicina grazie alle quote riservate alle persone nere, e si trova a chiedersi quanto la sua carriera sia stata legata al merito e quanto alle politiche d’inclusione. O, altro possibile esempio interessante, Kerry Weaver con la sua stampella: non focus narrativo come avverrà con altre forme di rappresentazione delle disabilità (al netto degli usi impropri che della stampella farà il Dr House), ma parte integrante del personaggio. Non un problema da affrontare, ma parte dell’identità della persona.
E se oggi l’inclusività è essenzialmente un requisito, ER ci fa chiedere: qual è poi però la realtà fuori dagli schermi? Non sarà più vicina a quella di trent’anni fa? E, se è così, dove ci possiamo, se non trovare l’effetto catartico della rappresentazione scenica, almeno immedesimarci meglio?
Rivedere ER oggi è fare un salto nel passato, ritrovarsi in una comfort series che, in termini di capacità d’intrattenimento, non è invecchiata di un giorno. Ma è anche rendersi conto giocoforza di come a volte – indipendentemente dalle innovazioni mediche e tecnologiche – le rappresentazioni cambino in modo più sostanziale della realtà.




