Da poche settimane si sono spente le fiamme olimpiche a Milano e Cortina, ma il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) è già pronto, a quanto pare, per lanciarsi in nuove sfide. In particolare, il 26 marzo il CIO ha pubblicato un documento dal titolo Policy del CIO sulla protezione della categoria femminile (donne) nello sport olimpico e considerazioni guida per le Federazioni Internazionali e gli organismi di governo dello sport. In breve: il documento definisce i criteri di eleggibilità per la partecipazione alle gare femminili, che le federazioni dovranno adottare a partire dalle Olimpiadi che si terranno a Los Angeles nel 2028.
A differenza del 2021, quando il CIO aveva lasciato alle federazioni la possibilità di darsi orientamenti proprio su questo tema, la presidente zimbabwiana Kirsty Coventry ha deciso di dare seguito all’annuncio fatto all’ultima riunione del Comitato Olimpico tenutosi a Milano nei mesi scorsi, assumendosi l’onere di fare scelte difficili su temi delicati. Il documento affronta infatti un tema che è stato più volte al centro della discussione (in realtà più nel contesto politico di quanto non sia stato nella cronaca sportiva), ovvero definire quali caratteristiche devono avere le atlete per essere ammesse a partecipare alle gare femminili.
Una risposta adeguata, alla luce di ciò che oggi conosciamo, richiederebbe pagine e pagine di discussione, ma in realtà la risposta del CIO si riassume in poche parole: è donna chi non ha il gene SRY (cioè il gene situato sul braccio corto del cromosoma Y che innesca lo sviluppo sessuale maschile). Il documento definisce infatti come donna, anzi come femmina biologica, chi, «indipendentemente dal proprio sesso legale o dalla propria identità di genere, ha sperimentato uno sviluppo sessuale femminile solitamente basato su cromosomi XX, ovaie e ormoni estrogenici». Chiunque, per qualsiasi motivo, non ricada in questa definizione non potrà partecipare a gare femminili.
Profumo di anni ‘90
Questa definizione e le relative conseguenze nascono da una consultazione di esperti, componenti del movimento olimpico e di federazioni internazionali, oltre che di atleti, che tra settembre 2024 e marzo 2026 si sono confrontati su questo tema. Secondo quanto riportato dal CIO, gli esperti provenivano dai cinque continenti e includevano specialisti in scienze dello sport, endocrinologia, medicina transgender, medicina dello sport, salute femminile, etica e diritto. Nulla è stato quindi lasciato al caso, per concludere che il sesso maschile conferisce un vantaggio prestativo in tutti gli sport che si basano su forza, potenza o resistenza e che per proteggere l’equità, nonché la sicurezza, in particolare negli sport di contatto, è necessario fare riferimento al sesso biologico per essere eleggibili a partecipare alle gare. Raggiunta questa conclusione, il gruppo di lavoro consultato dal CIO ha ritenuto che lo screening del gene SRY fosse lo strumento meno invasivo e più efficace per fare la verifica del sesso biologico delle atlete, poiché, scrive il CIO, «lo screening del gene SRY è quasi sempre sufficiente per determinare il sesso ai fini dell’eleggibilità e la presenza del gene SRY è fissa e quindi fornisce una prova migliore del sesso biologico rispetto alla misurazione dei livelli di testosterone, che sono variabili e possono essere modificati».
Già in passato il Comitato Olimpico Internazionale aveva subordinato la partecipazione alle competizioni femminili utilizzando test genetici, tanto che si era fatto ricorso ai test cromosomici sino al 1996, e l’impressione è che anche per quest’ultima decisione la letteratura scientifica consultata appartenga a quegli anni. Potrà sembrare una provocazione, ma risale a pochi mesi fa la pubblicazione di una metanalisi sul British Journal of Sports Medicine da parte di un gruppo di ricerca brasiliano coordinato dal fisiologo Bruno Gualano, in cui si mostrava che i dati a nostra disposizione per correlare sesso biologico e prestazioni sportive erano in alcuni casi tutt’altro che chiari. Certo, i maschi sono più forti, saltano più in alto e sono più veloci (in accordo con il celebre motto dei Giochi Olimpici) rispetto alle femmine, ma i dati necessari per fare luce sugli effetti, per esempio, dei disturbi dello sviluppo sessuale sulle prestazioni sportive non sono né articolati né solidi. E a dire il vero, lo stesso vale per le atlete transgender dopo la transizione sessuale derivata da trattamenti ormonali fatti per abbassare i livelli di testosterone. I dati ci sono, ma sono parziali, ottenuti da coorti eterogenee e non conclusivi.
Un criterio a rischio discriminazione
Il documento ribadisce che esiste un ampio consenso tra le atlete a favore di regole di eleggibilità per la categoria femminile basate sul sesso biologico. Questo non sorprende, però colpisce la scelta di fare riferimento a sistemi che sono «quasi sempre sufficienti» accettando quindi il fatto che ci saranno potenziali discriminazioni verso atlete escluse in quanto portatrici del gene SRY.
Su questo ultimo aspetto, il documento indica che le atlete SRY positive potranno chiedere eventuali ulteriori valutazioni al fine di verificare se il risultato sia riconducibile, per esempio, a differenze o disturbi dello sviluppo sessuale (DSD) intesi come condizioni genetiche rare che determinano uno sviluppo sessuale atipico. Il CIO indica infatti che gli individui con cromosomi XY, ma affetti da DSD, salvo rare eccezioni, hanno testicoli e livelli di testosterone nell’intervallo maschile, e la grandissima maggioranza è sensibile agli androgeni, per cui non può partecipare alle gare femminili. Su questa frase ci sono, a mio avviso, almeno due aspetti di interesse. Il primo è che, sebbene sia vero che i disturbi dello sviluppo sessuale sono rari, poiché secondo alcune stime riguardano tra lo 0,05 e lo 0,13% della popolazione mondiale, in numeri assoluti significa che almeno 4 milioni di persone su 8 miliardi possono essere affetti da DSD. Anche prendendo la stima più restrittiva (0,018%), parliamo comunque di circa 1,5 milioni di persone nel mondo e a oggi non abbiamo idea di quante atlete di alto livello ricadano in questa categoria. Il secondo è invece legato al presunto vantaggio prestativo delle atlete con DSD: in quante atlete è stato valutato? Che forma di DSD avevano? Analizzando la letteratura scientifica, l’impressione è che in questo caso sia più un sospetto di maggiore prestazione che una affermazione reale dimostrata.
Tra le eccezioni ammesse, dopo verifica e approfondimento, c’è la sindrome da insensibilità completa agli androgeni (CAIS), in quanto in questo caso la presenza del gene SRY è controbilanciata dall’incapacità dell’organismo di rispondere agli androgeni. Di conseguenza, sebbene le atlete affette da CAIS abbiano i cromosomi XY, non hanno sperimentato uno sviluppo sessuale maschile dipendente dagli androgeni e quindi non beneficiano degli effetti anabolici o di miglioramento della performance legati al testosterone.
Il margine stretto dell’esclusione
Nel complesso, quindi, chi riguarda l’esclusione? Nei fatti a essere escluse sono le atlete transgender e quelle con differenze o disturbi XY dello sviluppo sessuale con sensibilità agli androgeni perché, scrive il CIO «la netta maggioranza di queste atlete ha un vantaggio prestativo maschile dovuto in parte agli effetti dell’allenamento e a caratteristiche fisse. Non esistono attualmente evidenze che la soppressione del testosterone o il trattamento ormonale di affermazione di genere eliminino questo vantaggio».
Anche volendo fare la lettura più critica della letteratura scientifica, in realtà non esiste una reale evidenza che permanga alcun vantaggio dopo la soppressione del testosterone. I dati su questo punto sono molto contradditori e non è affatto chiaro cosa accada in atleti di alto livello (quelli spesso identificati come élite). Nel complesso, quindi, è difficile valutare su quali dati solidi si basi quella “netta maggioranza” che il CIO cita. Peraltro Andrew Sinclair, che ha scoperto il gene SRY si è dissociato dalla scelta di utilizzarlo come criterio di selezione.
La nota positiva di questo documento è invece legata al fatto che il CIO assicura che non saranno richiesti esami fisici per le determinazioni iniziali di eleggibilità sportiva, evitando il riproporsi di situazioni che hanno creato anche nel recente passato grande imbarazzo e perplessità, legate anche alla tutela della privacy delle atlete.
Cosa dire nel complesso? Indubbiamente è apprezzabile il fatto che il CIO abbia finalmente deciso di riprendere a svolgere un ruolo attivo nel guidare le federazioni. Resta però la sensazione che sia stata presa la via più facile (in particolare da un punto di vista politico) senza aspettare che la ricerca abbia modo di capire tutti quei casi che il CIO racchiude in quei “quasi sempre” o “nella maggioranza” espressioni che usa in modo ricorrente. Forse il CIO avrebbe dovuto semplicemente prendere atto che al momento non ci sono i dati e, anziché fare riferimento a un’evidente applicazione del principio di precauzione, decidere di commissionare indagini mirate alla comunità scientifica. Così come agli atleti viene chiesto di allenarsi prima di gareggiare, allo stesso modo il CIO avrebbe avuto l’occasione di ammettere che non era pronto a decidere e programmare un piano di attività per arrivare a una policy più solida. La scienza funziona così: produce dati e poi decisioni. Il processo decisionale del CIO dovrebbe fare la stessa cosa, ma a quanto pare lo fa “quasi sempre” e questo è stato ritenuto più che sufficiente.







