Quando una persona sceglie di togliersi la vita, chi rimane e affronta il lutto per la perdita non può evitare di porsi delle domande. C’era qualcosa che avrei potuto fare? Forse c’era un modo per essere più utile? Ci sono stati dei segnali, delle richieste di aiuto magari, che non ho saputo cogliere? Avrei potuto cambiare il corso degli eventi? Era da tanto che pensava al suicidio?

Sono gli interrogativi che accompagnano dal primo momento familiari, partner, figli e amici, per i quali inizia un periodo di elaborazione del lutto estremamente complesso. Al contempo, se la persona che si è suicidata era seguita in una terapia, anche quelli che si pone il professionista della salute mentale che ha perso un paziente. Durante i colloqui clinici era emerso questo rischio? Lo avevo individuato, approfondito e quantificato? Avevo fatto quanto in mio potere per tenere al sicuro il mio paziente? Oppure la condizione, seppur così grave, era in qualche modo passata in secondo piano? Gli strumenti che ho usato sono stati adeguati, personalizzati per la sua situazione, erano aggiornati?

È proprio a loro, ai clinici, che si rivolge Accanto a te. L’ascolto dell’esperienza suicidaria nella pratica clinica (il Mulino 2026, 232 pagine, 24€) di Serena Bruno, dottore di ricerca in Psicologia dinamica e clinica in Sapienza-Università di Roma e specializzanda in psicoterapia presso la Scuola di psicoterapia dell’Adolescenza e dell’Età Giovanile a indirizzo psicodinamico, insieme a Patrizia Velotti, docente di Teorie dell’interpretazione individuale e gruppale in psicologia clinica e Psicopatologia delle relazioni di coppia e genitoriali in Sapienza-Università di Roma. 

Il libro inizia con una densa sezione teorica, che ci accompagna attraverso la percezione e il racconto del suicidio nella storia, insieme alla scienza che se n’è occupata. Se la neurobiologia ha identificato dei cambiamenti nel sistema serotoninergico collegati al rischio suicidario, infatti, e gli studi di neuroimaging hanno mostrato che le aree del cervello coinvolte nella mentalizzazione sono ipofunzionanti nei soggetti con storie di trauma e comportamenti suicidari, siamo comunque ancora lontani dal poter spiegare interamente questa complessità con la biologia. Siamo, invece, sempre più inclini a considerare la salute del corpo e quella della mente come aspetti che vanno di pari passo, in scambio e connessione costanti, con un approccio olistico e anticipato – in altre parole – dal medico e psicanalista Franz Alexander già negli anni ‘60: «Ogni malattia è psicosomatica».

Ripercorrendo la storia del suicidio, colpisce subito come a osservarlo siano state tante lenti diverse, ognuna delle quali ha espresso a suo modo un giudizio, ha attaccato un’etichetta morale, con sguardi che per secoli sono stati molto lontani dall’approccio psicologico e psichiatrico moderno. Se nel mondo greco e romano veniva raccontato come atto di coerenza etica, per preservare la propria integrità, libertà e ideali, soprattutto dal IV secolo in poi iniziò a insinuarsi la percezione religiosa. Togliersi la vita era andare contro la volontà degli dei, commettere un peccato, ed è questa l’accezione che rimase e si rafforzò per tutto il Medioevo.

Solo intorno al 1700 sarebbe riemersa l’idea del suicidio come atto che permette alla persona di autodeterminarsi, anche di – come in passato – ripristinare un senso di dignità o valore perduti; in parallelo, le discipline psichiatriche avrebbero cominciato a mettere sulla bilancia le ingiustizie sociali da un lato e la “debolezza” mentale del soggetto suicida dall’altro. 

Così, spiegano le autrici, si andò gradualmente verso una visione del suicidio non solo come sintomo, bensì come condizione complessa tra biologico, psicologico e sociale: «[…] Il quadro che emerge non somma semplicemente perdite significative, vulnerabilità personali o disfunzioni ambientali, ma mostra piuttosto come queste forze, nel loro intreccio dinamico, possano progressivamente erodere la capacità dell’individuo di fronteggiare gli urti della vita, incidendo su autostima, qualità relazionale e senso di continuità del Sé». Arrivati al 1964 sarebbe nata così la suicidologia, termine coniato da Edwin S. Schneidman, considerato il padre della disciplina e fondatore della American Association of Suicidology. 

Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, ogni anno più di 720mila persone muoiono per suicidio, che è la seconda causa di morte nella fascia d’età 15-29, e la terza in quella 15-44. Si tratterebbe tuttavia di una sottostima, perché il fenomeno è difficile da tracciare per via di credenze religiose, autopsie effettuate solo di rado e i codici ICD non uniformi attribuiti ai casi. Gli uomini che muoiono per suicidio sono, in media, circa il doppio delle donne. 

Anche se oggi guardiamo al suicidio con occhi diversi rispetto al passato, spiegano le autrici, nei manuali diagnostici restano differenti modi di intenderlo. Può essere sintomo o criterio diagnostico per disturbi psichiatrici maggiori, come depressione, disturbo bipolare o borderline, oppure disordine indipendente (il SBD, Suicidal Behavior Disorder, che richiede almeno un tentativo negli ultimi 24 mesi e specifici criteri di esclusione) o ancora una condizione estremamente complessa che tocca conflitti interiori, regolazione affettiva e modalità disfunzionali nelle relazioni (prospettiva psicodinamica, PDM-2). 

Anche per questo motivo, come strumento di supporto ai colleghi, Bruno e Velotti presentano l’intervista SOPHI, Suicide-related Outcome Personal History Interview (ispirata all’Indiana Psychiatric Illness Interview) che attraverso una conversazione tra terapeuta e paziente esplora 4 macroaree cliniche fondamentali: storia di vita, comprensione delle proprie difficoltà psicologiche associate all’esperienza suicidaria, pervasività delle tendenze suicidarie e aspettative future. 

I punteggi complessivi ottenuti nell’intervista si basano sulle risposte del paziente, e permettono al clinico di capire quanto questi sia consapevole del proprio disagio psicologico, come collochi i tentativi di suicidio nella propria storia personale e se riesca a vedere un futuro, delle prospettive. Questo si traduce in linee guida sull’intervento da mettere in atto, e permette di capire se il paziente sia a basso, medio o alto rischio. Nella seconda parte del libro, Bruno e Velotti riportano tre casi studio nei quali è stata impiegata SOPHI, mostrandone nel dettaglio l’interpretazione e come è stata usata per guidare il percorso terapeutico.

Il filo conduttore del libro, tra storia, teoria e casi studio, sembra essere uno: dopo secoli di interpretazione, studio, analisi scientifiche e progressi in tutte le discipline che affrontano il tema del togliersi la vita, non possiamo dire di aver davvero compreso cosa spinge al suicidio. Se la vita valga la pena di essere vissuta, e se sì cosa la renda tale, è forse la domanda esistenziale più vasta e irrisolta. Quando in una persona profondamente sofferente questo interrogativo incrocia la salute del corpo e quella mentale, il terapeuta deve avvalersi degli strumenti più moderni a disposizione, ma restando, di fatto, estremamente flessibile nell’ascolto.