Una decina di anni fa, preparando una conferenza sulle difficoltà incontrate dalle donne nelle loro carriere, sia in ambito industriale sia in ambito accademico, avevo trovato molte ricerche fatte in diverse nazioni del mondo che portavano tutte alla stessa ineluttabile conclusione: i figli fanno male alle carriere delle loro mamme. Per contro, le carriere dei papà non sembrano essere compromesse, anzi. Un uomo con figli è visto come una persona responsabile da considerare seriamente nel processo di selezione; per contro, una donna con figli scivola in fondo alle graduatorie perché tutti danno per scontato che sarà lei a doversi occupare dei pargoli, cosa che toglierà parte della sua attenzione e del suo tempo al lavoro. Dalla conferenza era nato un libro intitolato Uomini e donne; stessi diritti? (Castelvecchi 2017), dove raccontavo queste tristi conclusioni.
Poco dopo l’uscita del libro avevo letto un lavoro intitolato Children and gender inequality: evidence from Denmark pubblicato nel 2018 che, tra le altre cose, riportava i dati dei salari di uomini e donne dopo la nascita del primo figlio.

Figura 1. Fonte: Children and gender inequality: evidence from Denmark
Ricordo quanto mi avesse colpita la discesa di oltre il 20% nello stipendio delle mamme in una nazione straordinariamente attenta al welfare, dove il congedo parentale già si applicava a entrambi i genitori. Di sicuro se lo studio fosse stato fatto in nazioni meno avanzate sarebbe ricaduto nella triste realtà della vita, ma in Danimarca mi sarei aspettata di meglio.
Non devo essere stata la sola e chiedermi il perché di questa plateale disuguaglianza e, forse per capire dove sarebbe meglio intervenire, in Danimarca si è continuato a monitorare la situazione.
Uno studio pubblicato a novembre dello scorso anno sulla European Sociological Review ha rilevato che, rispetto alle donne senza figli, in Danimarca le madri hanno perso, in media, complessivamente 120.000 dollari di reddito nei due decenni successivi alla nascita del primo figlio. Gli aiuti governativi, tra cui il congedo di maternità retribuito, gli assegni familiari e i sussidi per l’alloggio, hanno contribuito a colmare l’80% di questa differenza. Ne consegue che nemmeno una nazione molto attenta alla parità di genere è immune dalla “penalizzazione della maternità” che si riscontra in tutto il mondo, ovviamente con impatto peggiore nei Paesi dove i genitori non possono fruire di un congedo retribuito per la cura dei figli.
Un altro studio, pubblicato a marzo dal Centre for Economic Performance, presso la London School of Economics and Political Science, utilizza e incrocia diversi set di dati per indagare come l’avere messo su famiglia influenzi i risultati della carriera accademica di entrambi i genitori. Sebbene l’evoluzione della carriera di uomini e donne fosse simile prima di diventare genitori, i loro percorsi divergevano nettamente dopo la nascita del primo figlio.
Attingendo ai dati di diversi registri danesi, sono stati esaminate le sorti di 13.347 genitori iscritti a un dottorato di ricerca presso un’università danese tra il 1996 e il 2017, che avevano avuto il loro primo figlio dopo il primo anno di dottorato. I ricercatori hanno combinato questi dati con le pubblicazioni ricavate dal database di citazioni Scopus di Elsevier, nonché con le risposte a un sondaggio condotto nelle università danesi nel 2017 su argomenti quali aspirazioni di carriera, equilibrio tra vita professionale e privata e cura dei figli.
I risultati sono efficacemente riassunti nei grafici di Cairo et al. 2026, dove risulta chiaro il diverso peso della genitorialità per le mamme e per i papà. Tutti i grafici partono da una situazione di parità a t-1 cioè a un anno prima della nascita del primo figlio.

Figura 2. Fonte Cairo et al. 2026
Nel riquadro a) si vede che otto anni dopo la nascita del loro primo figlio le donne avevano il 29% di probabilità in meno di essere impiegate in un’università, mentre per gli uomini il calo era del 14% (probabilmente questo numero è rappresentativo una percentuale fisiologica di chi decide di cambiare carriera). Nel riquadro b) viene considerata la probabilità di ottenere una posizione permanente. È chiaro che, considerando solo chi decide di restare nell’accademia, le prospettive sono decisamente diverse tra maschi e femmine. Mentre le probabilità di successo per il primi rimangono invariate, per le seconde il calo è del 30-40%. L’abbassamento delle probabilità di ottenere un posto di professore in università è sicuramente legato alla minore produttività femminile in termini di pubblicazioni, ben evidenziata nel riquadro c). Mentre gli uomini continuano a pubblicare lo stesso numero di articoli dopo essere diventati padri, le donne subiscono un calo significativo nella produzione di ricerca (le madri hanno pubblicato il 31% in meno di articoli rispetto ai padri otto anni dopo la nascita del loro primo figlio).
La ricerca della ragione di questa differenza è chiaramente da cercare nel carico di lavoro legato alla gestione della prole, ben riassunto in questi istogrammi sempre estratti da Cairo et al. 2026.

Figura 3. Fonte Cairo et al. 2026
A sinistra le ore di lavoro in una settimana per maschi e femmine con figli nelle scuole materne, in quelle elementari e senza figli. È chiaro che quasi tutti hanno una “solida” settimana con un carico tra 45 e 50 ore lavorative (solo le mamme con bimbi piccoli dichiarano 42 ore di lavoro, che non sono certo poche). Per contro, nell’istogramma a destra si vede che le donne svolgono la gran parte del lavoro di gestione dei figli la notte, quando sono malati, quando devono fare controlli medici. L’unica colonna dove il contributo paterno è leggermente superiore a quello materno è nel portare i figli a scuola (probabilmente sulla via del lavoro) mentre le mamme tornano a dominare quando si tratta di andare a prendere i figli, presumibilmente a metà pomeriggio quando magari i padri preferiscono restare in ufficio.
Mentre, a parole, la grande maggioranza delle coppie intervistate hanno dichiarato di essere convinte che i compiti dovessero essere equamente divisi, dimostrando di avere una attitudine paritaria, la realtà appare diversa. Secondo Sofie Cairo anche in una società molto attenta al problema della parità di genere, le abitudini cambiano molto più lentamente delle attitudini.





