Predicare bene e razzolare male è il detto che sintetizza l’incoerenza tra i principi morali sbandierati e l’effettivo comportamento di molti individui in diversi contesti, da quelli interpersonali agli affari di interesse nazionale.
La moralità è il frutto della negoziazione tra guadagno e costo (tra onestà e interesse personale) e obbliga a prendere decisioni da una prospettiva di prima persona, ma gli individui giudicano l’onestà o l’imbroglio come morali o immorali anche da una prospettiva di terza persona, quando valutano il comportamento altrui.
Se il cervello sia predisposto alla piega che prenderà in situazioni eticamente sensibili è l’oggetto di uno studio recentemente condotto da un gruppo multicentrico cinese di neurologi, psicologi, radiologi ed esperti di intelligenza artificiale (sulla quale i risultati della ricerca potrebbero avere importanti implicazioni), con i quali ha collaborato anche uno psicologo dell’Università del Texas.
Il lavoro si basa su due esperimenti. Nel primo viene monitorata con la risonanza magnetica funzionale l’attività cerebrale di 58 adulti sani destrimani in una situazioni moralmente caratterizzata: a un soggetto è mostrato un numero su una carta che un partner vede solo in modo sfocato; se il soggetto riesce a far dire al partner il numero corretto, entrambi ricevono un compenso in denaro. Il ricercatore, però, ha avvertito in segreto il partecipante che far dire al partner un numero sbagliato gli farebbe guadagnare (e solo a lui) una somma di denaro superiore; gli sperimentatori variano a piacere l’entità della ricompensa per tale inganno.
Risultato: maggiore era il profitto in palio, più le persone erano propense a ingannare il proprio partner.
In una seconda fase dell’esperimento, i partecipanti diventano osservatori dei test ingannevoli degli altri e devono valutare la moralità del comportamento.
Risultato: in media, i partecipanti, che imbrogliano il proprio partner due volte su tre, giudicano immorale negli altri lo stesso comportamento nel 65% dei casi, quasi che, nel decidere la propria condotta prevalga la sensibilità al profitto e nel giudicare quella altrui la sensibilità alla disonestà.
Il corrispettivo funzionale di tutti questi dati psicologici nelle diverse aree cerebrali era peculiare, ma simile nei diversi partecipanti: lo striato dorsale (eccolo nella gif: è uno dei nuclei della base dell’encefalo, i quali, attraverso le interazioni con la corteccia cerebrale contribuiscono alle funzioni scheletro-motorie, oculomotorie, cognitive ed emozionali) reagiva in modo tanto più intenso quanto più aumentava la ricompensa per la disonestà. Più attiva era quest’area, più probabile era che qualcuno imbrogliasse (la voce della tentazione o, per Collodi, il Gatto e la Volpe).

Crediti: Life Science Databases (LSDB)/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY-SA 2.0 JP
Quanto minore era la disonestà, invece, maggiore era l’attività della giunzione temporo-parietale e del lobulo parietale inferiore, le regioni del cervello associate alle funzioni cognitive necessarie alla gestione dei rapporti sociali e, in particolare, alla capacità di rappresentare il proprio sé futuro e di prendere in considerazione anche i punti di vista degli altri (la voce della coscienza o, per Collodi, il Grillo Parlante).
Secondo concezioni recenti, la corteccia prefrontale è la sede dei processi decisionali e dei comportamenti sociali, in connessione con il talamo e i gangli della base: ebbene, la risonanza magnetica funzionale dice che la corteccia prefrontale dorso-mediale dei partecipanti si attivava sia quando giudicavano gli altri immorali, sia quando essi stessi agivano in modo immorale. Se, quindi, il codice morale era invariato – si è chiesto il gruppo di ricerca – come mai alcuni individui lo applicano più coerentemente di altri?
La risposta starebbe nella corteccia prefrontale ventro-mediale (VmPFC), che funge da hub con altre regioni integrando le informazioni nel processo cognitivo e che è associata alla cognizione di sé: alla risonanza, quest’area mostrava un’intensa attività solo nei soggetti con un’elevata coerenza morale.
Per superare l’ostacolo del motto correlation is not causation (valido sempre e tanto più in argomenti come questo), i ricercatori sono andati in fondo alla faccenda, cercando anche la dimostrazione inversa: se la corteccia prefrontale ventro-mediale è davvero la sede della coerenza morale, interromperne l’attività dovrebbe far crescere il tasso di ipocrisia.
E così è: i soggetti sottoposti al temporaneo blocco della VmPFC tramite stimolazione transcranica a interferenza temporale (tTIS), si dimostravano ancora più inclini al doppio standard.
Se, dunque, i concetti di etica e di moralità, un tempo appannaggio della coscienza individuale, sono solo il riflesso di varianti neurofisiologiche, bisognerebbe essere meno severi con gli ipocriti e perdonare i politici fedifraghi, vittime di una corteccia prefrontale ventro-mediale incolpevolmente scollegata?
Perry Wilson, professore associato di medicina e sanità pubblica e direttore del Clinical and Translational Research Accelerator di Yale, che sul sito di informazione medica Medscape fa le pulci con grande intelligenza alle ricerche rilevanti in circolazione, lascia aperto questo interrogativo.
Chi scrive, però, ritiene prematura l’assoluzione: spingendosi oltre l’interpretazione meccanicistica, si potrebbe mettere in campo l’ipotesi che siano i reiterati comportamenti ipocriti o doppiopesisti a causare una diminuita attività della corteccia prefrontale ventro-mediale, agendo non diversamente dalla stimolazione transcranica. Insomma, non ci sono ancora prove (specie negli adulti) per scagionare la coscienza, la cui voce, purtroppo, non è più udibile da chi ha assestato al Grillo qualche ciabattata di troppo. E ha smesso di vedere il cielo stellato sopra di sé.





