Negli ultimi decenni, il concetto di sicurezza ha subito una profonda trasformazione. Tradizionalmente associata alla difesa militare degli Stati e alla protezione dei confini nazionali, oggi la sicurezza include dimensioni economiche, energetiche, ambientali e sanitarie. Le crisi globali contemporanee (cambiamento climatico, degrado degli ecosistemi, pandemie, conflitti armati e disuguaglianze sociali in una popolazione mondiale che sta aumentando e invecchiando) mostrano con crescente risalto che la salute umana dipende da fattori sistemici che trascendono il settore sanitario.
La pandemia di COVID-19 ha reso evidente la vulnerabilità delle società contemporanee e ha contribuito a diffondere il concetto di “sicurezza sanitaria”. Tuttavia, l’enfasi politica sulla preparazione alle pandemie e sulla biosicurezza rischia talvolta di restringere il campo della riflessione etica, spostando l’attenzione dalla tutela universale della salute verso una logica prevalentemente emergenziale e tecnologica.
Allo stesso tempo, i determinanti ambientali della salute stanno assumendo un peso crescente sul carico globale di malattia. L’inquinamento atmosferico, delle acque e dei suoli, il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità rappresentano oggi alcune delle principali minacce sanitarie del XXI secolo. Si stima che in Europa che tali fattori contribuiscano ogni anno da 182.000 a 206.000 morti premature ascrivibili solo a PM2.5, considerando rispettivamente l’Europa a 27 o a 40 Paesi.
Parallelamente, il contesto geopolitico internazionale è caratterizzato da un aumento delle tensioni e da una crescita significativa della spesa militare. Questo scenario solleva interrogativi cruciali sul modo in cui i Paesi europei definiscono e perseguono la sicurezza collettiva.
In questo quadro emerge la necessità di ripensare il rapporto tra salute, sicurezza e politiche pubbliche. Il presente articolo propone una riflessione interdisciplinare che integri prospettive epidemiologiche, politiche ed etiche, con particolare attenzione al ruolo della professione medica nella promozione della salute pubblica e nella difesa del diritto alla cura.
Determinanti ambientali della salute in Europa
L’ambiente rappresenta uno dei principali determinanti della salute umana. L’esposizione cronica a inquinanti atmosferici è associata a un aumento significativo del rischio di patologie cardiovascolari, respiratorie e oncologiche.
Il particolato fine (PM₂.₅), prodotto principalmente da combustioni industriali, traffico e attività energetiche in genere, è considerato uno dei fattori di rischio ambientali più rilevanti. Secondo le stime della European Environment Agency, nell’Europa a 27 Paesi 182.000 e considerando l’Europa a 40 Paesi 206.000 morti premature ogni anno sono attribuibili all’esposizione a livelli di PM₂.₅ superiori alle ultime raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 2021.
Accanto all’inquinamento atmosferico occorre considerare anche quei determinanti di salute legati alle varie contaminazioni dei suoli e delle acque, anch’esse oggetto di studio e di specifica normativa a tutela della salute umana.
Il cambiamento climatico amplifica ulteriormente questi rischi. L’aumento delle temperature medie globali favorisce l’intensificazione delle ondate di calore, con conseguenze particolarmente gravi per anziani, soggetti fragili e persone affette da patologie croniche.
Studi epidemiologici recenti stimano che le ondate di calore abbiano causato oltre 61.672 decessi in Europa durante l’estate del 2022 e circa 47.690 nel 2023, evidenziando l’impatto crescente delle temperature estreme sulla mortalità nel continente.
Eventi meteorologici estremi, come ondate di calore, alluvioni, piogge estreme, siccità e incendi boschivi, tornado e uragani, producono inoltre effetti indiretti sulla salute attraverso l’interruzione delle catene alimentari, la contaminazione delle risorse idriche e l’aumento dei disturbi psicologici associati ai disastri ambientali. Dal punto di vista economico, i costi economici dei 1.670 disastri correlati ai cambiamenti climatici avvenuti negli ultimi 50 anni in Europa sono stati stimati pari a 477 miliardi di dollari.
Le proiezioni epidemiologiche indicano inoltre che, in assenza di efficaci politiche di mitigazione climatica, la mortalità associata al caldo potrebbe aumentare significativamente nelle prossime decadi in Europa.
Comparto militare, conflitti armati, militarizzazione e salute
I conflitti armati provocano sempre una distruzione dell’ambiente fisico, oltre che sociale ed economico, per la distruzione di abitazioni e infrastrutture, di aree forestale e agricole. E tali danni in genere persistono anche per molto tempo dopo la fine dei conflitti. I conflitti armati rappresentano quindi una delle più gravi minacce alla salute pubblica globale: oltre alle vittime dirette, le guerre producono effetti sanitari di lungo periodo, tra cui la distruzione delle infrastrutture sanitarie, la contaminazione ambientale e l’interruzione dei servizi essenziali.
Anche in tempo di pace, il mantenimento degli eserciti, le esercitazioni militari, la produzione e sperimentazione di armi provocano sia un impoverimento delle risorse sia l’immissione di sostanze tossiche nell’ambiente.
Le crisi belliche inoltre generano spesso migrazioni forzate su larga scala e aggravano condizioni di povertà e insicurezza alimentare. In tali contesti, la mancanza di accesso a cure mediche adeguate e a servizi igienico-sanitari favorisce la diffusione di malattie infettive e l’aumento della mortalità.
Negli ultimi anni la crescente instabilità geopolitica ha determinato un significativo incremento dei conflitti armati, come risulta dalle registrazioni dell’Uppsala Data Program, il sistema di sorveglianza implementato dal Department of Peace and Conflict Research dell’Università di Uppsala che registra i conflitti armati dal 1975. Nel 2024 i conflitti attivi erano 185 e hanno prodotto 161.100 morti. I Paesi dell’Unione Europea proprio nel 2024 hanno destinato circa 343 miliardi di euro alla difesa, con una previsione di aumento a circa 381 miliardi nel 2025.
Sebbene la spesa sanitaria complessiva dell’Unione Europea sia significativamente superiore (circa 1.720 miliardi di euro nel 2023, pari a circa il 10% del PIL), solo una quota relativamente limitata di tali risorse è destinata alla prevenzione e alla tutela della salute ambientale.
Questa asimmetria evidenzia una possibile distorsione nelle priorità politiche: mentre i rischi ambientali e climatici rappresentano una delle principali cause di mortalità evitabile, gli investimenti nella prevenzione rimangono relativamente modesti.
Sicurezza umana e salute planetaria
Negli ultimi decenni sono emersi nuovi quadri concettuali che propongono una visione più ampia della sicurezza. Il concetto di sicurezza umana, introdotto dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo nel 1994, pone al centro la protezione degli individui e delle comunità da minacce che compromettono la sopravvivenza, il benessere e la dignità.
Parallelamente, nell’ambito della salute globale, l’accento posto sui determinanti ecosistemici (Planetary health, One health) sottolinea l’interdipendenza tra la salute umana e l’integrità dei sistemi naturali.
Secondo questa prospettiva, la salute delle popolazioni dipende dalla stabilità climatica, dalla biodiversità e dalla sostenibilità degli ecosistemi. Il degrado ambientale e il cambiamento climatico rappresentano quindi non solo problemi ecologici, ma anche gravi minacce sanitarie.
Integrare questi concetti nelle politiche europee si ritiene che contribuisca a sviluppare strategie più efficaci per affrontare le crisi contemporanee, promuovendo una visione della sicurezza centrata sulla protezione della vita e del benessere umano.
Dalla sicurezza sanitaria alla garanzia della cura
Nel dibattito politico contemporaneo la salute viene spesso interpretata principalmente in termini di “sicurezza sanitaria”, ovvero come capacità di prevenire e gestire minacce biologiche su larga scala, come pandemie o attacchi bioterroristici.
Questo approccio, pur importante, rischia di ridurre la sanità a una questione di biosicurezza e tecnologie, trascurando la dimensione sociale della cura.
È quindi necessario operare un salto semantico ed etico: passare dalla sicurezza sanitaria alla garanzia della cura e del diritto alla salute, e ciò significa assicurare la continuità dell’assistenza sanitaria quotidiana, rafforzare la medicina territoriale, ridurre le disuguaglianze nell’accesso ai servizi e affrontare i determinanti della salute (sociali, economici, commerciali ed ecosistemici).
Un sistema sanitario sostenibile e resiliente non è soltanto capace di reagire alle emergenze, ma anche in grado di ridurre la domanda (agendo sui determinanti) e di mantenere la continuità delle cure essenziali anche durante le crisi.
Il Codice di Deontologia Medica della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri richiama esplicitamente il dovere del medico di tutelare la vita, la salute fisica e psichica e la dignità della persona, nonché di contribuire alla promozione della salute collettiva e alla riduzione delle disuguaglianze sanitarie.
Ridefinire la sicurezza
Le sfide sanitarie del XXI secolo richiedono una revisione profonda dei tradizionali modelli di sicurezza. Il cambiamento climatico, il degrado ambientale, i conflitti armati e le disuguaglianze sociali rappresentano minacce interconnesse che incidono direttamente sulla salute delle popolazioni.
In questo contesto la sicurezza non può essere definita esclusivamente in termini militari o geopolitici. Essa deve includere la protezione della salute umana, la stabilità degli ecosistemi e la resilienza dei sistemi sanitari.
Investire nella sanità, nella prevenzione ambientale e nella riduzione delle disuguaglianze rappresenta non solo una scelta sanitaria, ma anche una strategia di sicurezza e di stabilità sociale.
La professione medica ha la responsabilità etica di contribuire a questa trasformazione, promuovendo una visione della salute come bene pubblico fondamentale e come pilastro della democrazia.




