Pubblicato il 09/01/2026Tempo di lettura: 3 mins
Mercoledì 7 gennaio 2026, mentre il Congresso discuteva gli stanziamenti 2026 per le agenzie scientifiche federali (vedi articolo di Patrizia Caraveo), la Casa Bianca ha firmato un memorandum presidenziale che segna forse il punto di non ritorno nell’offensiva contro quello che viene percepito come il “carrozzone” delle agenzie UN e affini, e le politiche di cooperazione internazionale sulle grandi sfide di clima, biodiversità, salute, migrazione e diritti. Gli USA infatti annunciano il ritiro da 66 organizzazioni, tra cui il Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) e la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC).
L’IPCC, creato nel 1988 dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale e dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite, è l’organismo scientifico che dal 2007 – quando ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace insieme ad Al Gore – rappresenta la principale autorità mondiale sulla scienza del clima. Non conduce ricerche proprie, ma coordina migliaia di scienziati che ogni cinque-sette anni su base volontaria valutano decine di migliaia di pubblicazioni scientifiche per produrre rapporti di sintesi che informano le politiche climatiche dei 195 paesi membri.
Il ritiro dall’UNFCCC è ancora più radicale: si tratta del Convenzione quadro sui cambiamenti climatici, ratificata dal Senato americano nel 1992, di fatto la base giuridica delle COP e di tutti gli accordi climatici che ne sono discesi, incluso quello di Parigi del 2015.
Rob Jackson, scienziato del clima dell’Università di Stanford che presiede il Global Carbon Project, ha avvertito che il ritiro degli Stati Uniti potrebbe ostacolare gli sforzi globali per ridurre i gas serra perché «dà ad altre nazioni la scusa per ritardare le proprie azioni e impegni». Sarà difficile ottenere progressi significativi sul cambiamento climatico senza la cooperazione degli Stati Uniti, uno dei maggiori emettitori mondiali e una delle maggiori economie del pianeta.
Ma non solo le politiche globali sul clima sono in gioco. Il ritiro statunitense dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, annunciato un anno fa, diventerà effettivo il 22 gennaio 2026. Tra il 2024 e il 2025, gli Stati Uniti hanno contribuito con 261 milioni di dollari al finanziamento dell’OMS, circa il 18% del budget totale dell’organizzazione che coordina la cooperazione globale su tubercolosi, pandemie come il COVID-19 e altre questioni sanitarie urgenti e di vitale importanza soprattutto per i paesi più poveri.
Il memorandum presidenziale colpisce 31 entità delle Nazioni Unite e 35 altre organizzazioni, molte focalizzate su clima, lavoro, migrazione e questioni che l’amministrazione ha categorizzato come iniziative “woke” e contrarie alla sovranità americana. Di fatto al multilateralismo. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che queste istituzioni sono «ridondanti, mal gestite, inutili, dispendiose, monopolizzate da interessi con agende contrarie alle nostre, che mettono a repentaglio la sovranità, le libertà e la prosperità generale della nostra nazione». Tra queste: il Programma Collaborativo ONU per la Riduzione delle Emissioni da Deforestazione, l’UNFPA (il fondo ONU per la popolazione che si occupa di salute riproduttiva), UN Women, l’IUCN che si occupa di biodiversità e conservazione delle specie, organismi di promozione del (molto bistrattato ) diritto internazionale, il registro UN sulle armi convenzionali, alcuni centri di contrasto della violenza sui minori, agenzie per la promozione del disarmo e della pace, così come un centro di scienza e tecnologia ucraino.
Il Congresso americano riduce quasi a zero i tagli alle agenzie scientifiche voluti da Trump
Pubblicato il 09/01/2026
Tutti noi abbiamo sempre guardato con ammirazione alle istituzioni scientifiche statunitensi. Università e centri di ricerca prestigiosi, poi istituzioni come NASA, NSF (National Science Foundation), DOE (Department of Energy) solo per citarne alcuni. Tutti impegnati in ricerca scientifica di punta nei settori di loro competenza. Tutte queste istituzioni ricevono finanziamenti federali che, ogni anno, entrano a fare parte del budget proposto dal governo per l’anno successivo.







