Anche se meno bellicosi degli attuali, i precedenti non sono stati anni di pace. E in quella semibolgia continua mi sono capitati e ho recensito libri d’ogni genere, quasi tutti buoni. Quello di oggi però l’ho tenuto sempre vicino al tavolo, semisommerso da altri libri, come un memento etico. Presto me ne sarei occupato, dicevo a me stesso. E così, con colpevole ritardo, eccomi.
Ho un legame sostanziale con Slow Medicine, un movimento e modello di cura che privilegia appropriatezza, ascolto e decisioni condivise, e con Marco Bobbio, cardiologo e membro del consiglio direttivo di Slow Medicine ETS. Infatti, se negli anni Novanta mi si è aperto il cancello sulla schifezza degli imbrogli sanitari, di cui ho iniziato a occuparmi, in parallelo m’informavo su come cercare di fare il giusto, anche per esempio leggendo i lavori di Bobbio. E poi ci sono i fatti di cronaca degli ultimi mesi, che rendono solo più attuale il contenuto de I gatti della signora Augusta e altre storie slow di cura sobria e rispettosa (Il Pensiero Scientifico Editore, 2023), scritto da un gruppo di autori e autrici tra cui appunto Bobbio.

Uno di questi fatti di cronaca è recente: è capitato a Roma a fine 2025, quando il primario di un reparto del Sant’Eugenio è stato arrestato per corruzione. Secondo l’Ansa il medico avrebbe preso denaro come compenso per collocare i pazienti sotto dialisi in dimissione dall’ospedale nelle cliniche di imprenditori, i quali pagavano un ‘dazio’ di 3.000 euro per ogni malato che entrava da loro. In breve, il primario avrebbe eseguito delle specie di ‘raccomandazioni’ per cliniche, non per esami. Sono proprio fatti di cronaca di questo genere a rendere più attuale la lettura de I gatti della signora Augusta. 

Forse Alfredo Zuppiroli, cardiologo, ha avuto un’idea chiarificatrice dello spirito del libro, che spiega nella premessa. Il volume va letto e apprezzato sia per ciò che dicono le sue pagine, sia perché è un libro di Slow Medicine e una griglia attraverso la quale vengono affrontati argomenti vari nei tempi più diversi. Se qualcuno si stupisse che il libro non parli del conflitto d’interessi, per esempio, la risposta potrebbe essere: «Ma ne hai letto la premessa?».  Che, tra l’altro, è già di per sé una spinta a leggere i successivi capitoli, che si accompagnano tra loro come frammenti di una stessa storia.

Nel primo, Sobrietà, Bobbio esordisce con il ricordo del manifesto di Slow Medicine, «Una medicina sobria implica la capacità di agire con moderazione, gradualità, essenzialità». Ma le cose vanno diversamente, osserva l’autore; e, aggiungo io, ormai larga parte dei medici sembra più trumpiana di Trump, sedotta dal fanatismo dei consumi e dalla disinformazione. Molte volte sembrano camici bianchi ridotti a muoversi come zombie, nemici del tempo necessario per promuovere cultura. Esempi? «Il 12% delle coronarografie eseguite in pazienti con angina stabile risulta inappropriata; tra il 20 e il 50% d’indagini radiologiche non fornisce informazioni utili e quasi metà di quelle ambulatoriali è quindi sprecata». Poi – aggiungo – c’è il problema dell’antibiotico-resistenza. A leggere L’uso dei farmaci in Italia – rapporto OsMed 2024, bastava il dato sul consumo eccessivo per capire che consumiamo male, anche di antibiotici. E, prosegue Bobbio, il nostro organismo è molto più complicato di un’auto cui si aggiunge l’olio quando manca, eppure si continua a considerarlo così. Ecco dov’è l’errore che ci porta a danni d’ogni genere, dalla sovradiagnosi alla sovraprescrizione, dalla  sovradefinizione alla sovrapromozione. Risolverlo richiede cercare di de-diagnosticare: non significa smettere di capire, ma smettere di usare etichette in modo automatico per riassumere la complessità dei quadri clinici.

Quasi alla fine del capitolo si legge: «È necessario che le aziende sanitarie, gli ordini dei medici e le società scientifiche non abdichino la formazione alle industrie di prodotti e servizi sanitari, si impegnino a organizzare […] corsi di aggiornamento per […] prescrizioni consapevoli, ma soprattutto, creino il clima culturale…». È un compito enorme, ma credo si possa andare avanti, con lucida determinazione. 

Nel capitolo successivo, Rispetto, scritto da Michela Chiarlo, una cosa mi ha colpito subito. «Esistono almeno due forme di rispetto: una più debole, prevede il riconoscimento e la preservazione di ciò che ha un valore; la seconda, più forte, prevede un coinvolgimento attivo». Non si tratta di un dettaglio o di vuoto formalismo, tutt’altro. È una distinzione cardine per chiunque svolga attività di assistenza a una persona sofferente o che ha sofferto. Nel Diario degli errori, Flaiano riporta: «Ricordo della Clinica Pediatrica […]. Nel mezzo della corsia c’è un tavolo con un vaso di fiori. Stanotte è morto un bambino. Adesso un inserviente viene a portarselo via. È un uomo grosso, serio. Fa un pacchetto del piccolo cadavere e lo porta via, con quella delicatezza di cui soltanto gli uomini molto forti sono capaci. Vicino al tavolo, quasi senza fermarsi, toglie un fiore e lo infila nel pacchetto».

Paola Accardi scrive Tempo di cura, il terzo splendido capitolo. Riporta la vicenda di Giulio e del suo curante, che leggeva la cartella medica. Ma più passava il tempo, più i documenti medici «suggerivano [l’ipotesi diagnosticata perseguita] come completamente infondata e sbagliata». Perciò nuova visita, scoperta che il dolore non era nella sede riportata, decisione di nuova TC e non biopsia. Come dirlo però a Giulio? Le parole finali del racconto sono: «Dottore, la ringrazio e ho fiducia in ciò che ha detto, perché è l’unico che ha parlato così a lungo con me, che mi ha visitato e mi ha spiegato da dove veniva il dolore». Più avanti Accardi scrive che «senza relazione la cura non è caring ma curing, ovvero trattamento, tecnica». E questo perché entrare in relazione con un medico significa «dedicare tempo all’ascolto, promuovere la fiducia».

Accardi sviluppa la splendida immagine del tempo di cura in diversi modi lungo il capitolo, ma ne riprendo solo due. Il primo è nei gesti. La relazione interpersonale è arricchita da parole come da gesti, che si esprimono attraverso la corporeità mentre mediante il gesto di cura il corpo esprime i suoi significati, sostiene Accardi.  Il secondo è il «tempo del discernimento», dove fa approdare il concetto di evidence-based medicine, presentata secondo la definizione di David Sackett, uno dei suoi più importanti padri e diffusori. Secondo questa definizione, l’evidence-based medicine è la sintesi – letteralmente, l’integrazione – tra esperienza clinica, valori del paziente, migliori prove di efficacia della ricerca clinica nel processo decisionale per curare la persona. «Sta poi nel singolo caso – spiega Accardi – il decidere quali competenze pesino di più nella scelta delle opzioni [con] la contrattazione tra curante e curato».

Parlare dell’accompagnamento, il quarto capitolo, invece è un po’ diverso, quasi soggetto a filosofie personali. Il racconto dell’autore Sandro Spinsanti forse lascerebbe sconcertati alcuni cardiologi, perché si parla dell’impianto di un contro-pulsatore aortico d’urgenza dopo un infarto cardiaco. Il paziente non lo aveva voluto: la vita lo aveva rifiutato e lui allora rifiutava la vita. «Dottore, per piacere, mi mandi a casa», chiede al medico. Domande che si presentano sempre più spesso negli ospedali col passare degli anni. Però si può fare qualcosa. Sin dall’inizio l’approccio medical humanities, che integra medicina, etica e discipline umanistiche, ha avuto un certo successo, ma con dei limiti. È stata seguita dalla medicina narrativa, che ha valorizzato le parole, la comunicazione verbale tra le persone come formidabile supporto curativo. Poi è stato il momento di Slow Medicine, «un movimento a più voci e sinergico, che ha una revisione della pratica tradizionale e della cura». Il suo successo, sottolinea Spinsanti, viaggia su tre virtuali convergenze parallele: cure sobrie, rispettose e giuste.  

Nel quinto capitolo, La bellezza dell’incontro, Violetta Plotegher sembra presentare una vittoria col destino. Può accadere di tutto, spiega, persino che l’incontro tra il sofferente e il sanitario avvenga nella magia della cura della relazione. La ricerca attiva del problema può partire da una relazione tra esseri umani prima che si possano far vivi i segnali stessi della malattia. «Se il medico è l’esperto della terapia, il malato è l’esperto del convivere con la malattia». La semplice relazione contingente medico-malato spiega quella che è definita «una reciprocità che consideri il pari protagonismo» di curante e curato.  

I gatti della signora Augusta si chiude con le riflessioni di Sandra Vernero, che riprende in poche pagine l’attività, lo spirito e soprattutto i risultati da Slow Medicine. Spiega il senso di quanto è stato fatto, il suo perché. E naturalmente la sua storia in Italia e i suoi legami con l’estero.

Spero possa capitare anche a voi di essere sedotti da un buon libro: uno di quelli che, come questo, rimane sulla mensola non come un libro concluso ma come un criterio di giudizio.