La maternità trova oggi differenti declinazioni (naturale, cosciente, sostitutiva, surrogata…) che si confrontano e si annodano a quelle della genitorialità. Processi e condizioni intesi anche come responsabilità civica, come atto politico e richiesta urgente di futuro condiviso.
La testimonianza di Reem al-Hajajreh e Yael Admi, in occasione della marcia silenziosa guidata da madri israeliane e palestinesi unite per la pace, la Barefoot Walk, tenutasi a Roma il 24 marzo è un esempio di queste declinazioni. Madri palestinesi e israeliane a camminare insieme, mano nella mano e a piedi nudi, per affermare: «Non vogliamo che i nostri bambini siano uccisi e non vogliamo che crescano per uccidere». Il gesto simbolico del camminare a piedi nudi sul sampietrino romano per responsabilità materna non può che stimolare la riflessione sul cammino della maternità, sulle condizioni e nei contesti in cui si vive e condivide questo processo.
Anche la 98ª edizione dei premi Oscar 2026, al Dolby Theatre di Los Angeles, si è conclusa. Un po’ contenuta e costretta dall’immagine e dalle azioni statunitensi, senza criticità dirette all’amministrazione, all’impero o alla globalizzazione economica come in altre occasioni.
Il presentatore degli Oscar, Conan O’Brien, ha fatto diverse battute politiche, brevi ma incisive, durante il suo monologo di apertura alla cerimonia di premiazione, così come il comico Donald Kimmel: «Ci sarà qualcuno furioso che sua moglie non sia stata nominata». Tutto controllato, come la scelta di affidare a Barbra Streisand l’elogio di Robert Redford, scomparso lo scorso settembre, invece che alla temibile (per quello che avrebbe potuto dire) Jane Fonda che con Redford aveva condiviso la partecipazione a quattro film. Politica lasciata alla sceneggiatura e alle emozioni degli spettatori, anche comprensibilmente essendosi celebrata la festa annuale dell’attività mercantile cinematografica più rinomata, dove la Warner Bros. è la vera vincitrice essendo la casa produttrice di film che hanno riscosso più favori dalle giurie e che le hanno consentito di chiudere la notte, in cui si era presentata con 30 nomination, con 11 statuette, un record nella storia dell’Academy, seguita da Netflix con 7: un distacco netto industriale. Un successo non secondario nel panorama degli studi cinematografici di Hollywood nel momento in cui Paramount Skydance ha messo sul tavolo 111 miliardi di dollari per l’acquisizione di Warner Bros.
Donne che vincono, madri che accompagnano
Comunque, tra le novità vanno sicuramente ricordate con piacere: la prima vittoria femminile per la migliore fotografia assegnata a Autumn Durald Arkapaw per I peccatori (Sinners) e il premio per il miglior corto live action all’unica italiana candidata, Valentina Merli, per Two People Exchanging Saliva (ex aequo con The singers) che ha prodotto. Creola, filippina, classe 1979, Autumn Durald Arkapaw ha chiesto dal palco a tutte le donne di alzarsi dicendo: «Negli ultimi mesi ho imparato che ci vuole una comunità per far accadere cose come questa. Ma ormai non riguarda più solo me. Riguarda qualcosa di molto più grande, e lo so».
Le presenze femminili alle serate degli Oscar, ma anche dei festival internazionali o di eventi cinematografici importanti, si caratterizzano per una miriade di fattori non necessariamente legati al mondo del cinema, uno in particolare associato a candidati e vincitori. Succede spesso che le celebrità del momento del cinema americano siano accompagnate sul red carpet dalle mamme e così è accaduto anche nel 2026. Leonardo DiCaprio nel 2000 alla première di un film a Parigi era accompagnato dalla madre e dalla nonna.
Jacob Elordi è arrivato insieme alla madre Melissa, in occasione della prima candidatura come miglior attore non protagonista per Frankenstein (film che ha vinto per scenografia, costumi, trucco e acconciatura). Era una promessa fatta quando era adolescente: «Mia madre è stata l’unica ad aver sempre creduto in me».
La giornata degli Oscar coincideva anche con la festa della mamma nel Regno Unito e in Irlanda (giornata che varia nel mondo con l’apertura dell’8 febbraio in Norvegia e la chiusura il 31 maggio in Francia, Marocco, Svezia, e Tunisia), quindi presenze che rimandano anche a messaggi indiretti. Forse più sensibili, recettive e grate le mamme irlandesi anche per la coincidenza della data, se si considerano le dichiarazioni dell’irlandese Jessie Buckley miglior attrice protagonista con Hamnet, come ampiamente e giustamente previsto.
Dall’amicizia tra madri pacifiste alla festa della mamma
Negli Stati Uniti la Festa della mamma (e non la festa delle mamme), che si celebra quest’anno il 10 maggio (anche in Italia) ha un suo momento d’origine negli anni ’60 e ’70 dell’800 per merito di una pacifista, Ann Reeves Jarvis e di sua figlia Anna. Al termine della Guerra civile americana, Jarvis aveva promosso una serie di feste per le mamme (picnic e altri incontri conviviali) per favorire l’amicizia tra le madri di Nordisti e Sudisti. Inoltre, nel 1870, la poetessa americana Julia Ward Howe scrisse la Mother’s Day Proclamation, nella quale esortava le donne e le madri ad assumere un ruolo attivo nel processo di pacificazione tra gli Stati americani. Gli eventi dedicati alle madri si susseguono con sempre maggiore seguito, finché il presidente Woodrow Wilson ufficializzò la festa nel 1914. Quindi non solo origini antiche (la dea Rea per i greci o le Matronalie romane) per celebrare la maternità e la fertilità, o motivi religiosi o commerciali, ma anche storici.
In Italia, i motivi sono quelli propagandistici del regime fascista che considerava importanti soltanto le donne prolifiche, meglio se di figli maschi (“Dio, patria e famiglia”) con la celebrazione il 24 dicembre della Giornata della madre e del fanciullo. Il carattere propagandistico è terminato da tempo, ma il mito della mamma italiana è rimasto, così come il “mammismo”, e ha contaminato il mondo.
L’incredibile ruolo delle madri nel mondo
Alle mamme e al loro lavoro silenzioso ha dedicato il premio Jessie Buckley, dopo aver mirabilmente interpretato, anche facendo commuovere, Agnes Hathaway, moglie di William Shakespeare che affronta la perdita del figlio Hamnet (che non esista, non solo in italiano, un termine specifico e univoco per definire una mamma che perde un figlio dovrebbe far riflettere sulla natura devastante di questo genere di lutto). Un ruolo impegnativo per la recitazione di Buckley che era incinta durante le riprese del film. La dedica è stata quindi «allo splendido caos che è il cuore di una madre», aggiungendo: «È un dono poter esplorare la maternità attraverso questa incredibile madre che è stata Agnes. E poi diventare madre io stessa e ricevere questo premio per l’incredibile ruolo che le madri svolgono nel mondo è qualcosa che non dimenticherò mai».
L’esperienza della maternità è un evento speciale nella vita di una donna che dovrebbe essere vissuto in serenità e come risultato di una scelta partecipata. Purtroppo spesso è il caos che anticipa e accompagna una gravidanza, come per esempio nel caso delle mamme minorenni su cui si era riflettuto in occasione di Giovani madri, il film dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, premiati a Cannes 2025 con il Prix du scénario (la miglior sceneggiatura dei film presentati in concorso nella selezione ufficiale).
Parlare di mamme senza parlare di bambini è pressoché impossibile, sebbene quest’anno la première non si sia trasformata in evento di famiglia perché i bambini delle celebrità non hanno calcato il red carpet. Tuttavia i bambini erano presenti nei film e sono anche stati ricordati.
Joachim Trier regista di Sentimental value, miglior film internazionale, nel momento in cui ha ritirato il riconoscimento, ha citato James Baldwin (figura di culto negli Stati Uniti, intellettuale e attivista afroamericano, saggista, drammaturgo e romanziere): «Tutti gli adulti sono responsabili di tutti i bambini», aggiungendo che non dovremmo votare per i politici che non la pensano così. La voce di Hind Rajab, anche questa in concorso, non si è sentita, ma è stata, seppur sommessamente, così ricordata. Come un po’sottovoce è stato il “No war, Free Palestine” dal palco di Javier Bardem con grande spilla pacifista sulla giacca.
Mamme e bambini, ma anche le nonne sul red carpet con la veterana settantacinquenne Amy Madigan, miglior attrice non protagonista in Weapons nella parte di una strega freak. Forse ingenuo aspettarsi di più da questi Oscar 2026 che tornano ogni anno, come la festa della mamma.







