È notizia di ieri che i trentadue paesi membri dell’Agenzia internazionale per l’energia hanno deciso di mettere a disposizione 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve di emergenza a causa del conflitto in Iran e in Medio Oriente. In più, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, cioè i pasdaran fedeli al regime iraniano, hanno dichiarato che «nemmeno un litro di petrolio» passerà più attraverso lo Stretto di Hormuz: «aspettatevi un prezzo del petrolio di 200 dollari al barile».

In questo articolo raccogliamo alcune cose utili da sapere per inquadrare meglio la crisi in corso, aiutandoci con qualche grafico.

Lo stretto di Hormuz

Partiamo da quello che da giorni è su tutti i media: lo stretto di Hormuz. Si tratta di una “strettoia” che collega il Golfo Persico con il Golfo d’Oman, tra le sponde della penisola di Musandam a Sud (dove l’Oman confina con gli Emirati Arabi Uniti) e l’Iran a Nord. Nel punto più stretto è largo circa 54 chilometri e comprende canali navigabili larghi quasi 4 chilometri, oltre che una zona cuscinetto altrettanto ampia. È la principale rotta di esportazione per petrolio e gas prodotti da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Iraq, Bahrein e Iran, come spiega l’Agenzia internazionale per l’energia.

Prima del conflitto, nel 2025, transitavano dallo Stretto in media 15 milioni di barili al giorno di petrolio greggio (il 34% del commercio mondiale via mare); 20 milioni di barili considerando anche i prodotti petroliferi liquidi (il 25% del commercio mondiale via mare). La maggior parte delle destinazioni erano in Asia, di cui il 44% solo a India e Cina. In Europa entrava il 4% circa dei flussi da Hormuz, cioè circa 600mila barili al giorno.

Nell’immagine qua sotto sono rappresentate le principali alternative per aggirare il transito dallo Stretto. Ovvero: il sistema di oleodotti Abqaiq-Yanbu in Arabia Saudita e l’oleodotto Abu Dhabi Crude Oil Pipeline negli Emirati Arabi Uniti, per un totale di 3,5/5,5 milioni di barili al giorno.

stretto di hormuz alternative

Tra l’altro, attraverso lo Stretto sono passati nel 2025 anche circa 110 miliardi di metri cubi di Gas Naturale Liquefatto (il 20% del commercio globale): in particolare il 93% delle esportazioni di GNL del Qatar e il 96% degli Emirati Arabi Uniti sono transitate attraverso lo Stretto. L’IEA dice che «non esistono rotte alternative per immettere questi volumi sul mercato». E inoltre, non sono solo i combustibili fossili a passare dallo Stretto, ma anche 5 milioni di tonnellate l’anno di metallo provenienti dalle fonderie in Bahrein, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti e la metà del commercio mondiale di zolfo via mare.

Segnaliamo la pagina dell’IEA dedicata all’Iran.

Le riserve di emergenza

I paesi membri dell’IEA hanno l’obbligo di detenere scorte di petrolio, ed essere pronte a intervenire in caso di bisogno, per un totale di oltre 1,2 miliardi di barili, a cui si aggiungono, spiega l’Agenzia, «600 milioni di barili di scorte industriali detenute sotto obbligo governativo».

Le misure di emergenza di cui parlavamo all’inizio rappresentano la sesta volta in cui l’IEA è intervenuta in questo senso dalla fondazione nel 1974. Gli interventi precedenti sono stati:

  • nel 1991 in occasione della Prima Guerra del Golfo, quando gli Stati Uniti iniziarono la loro campagna contro l’Iraq (il Consiglio di Sicurezza ONU autorizzava l’uso di «tutti i mezzi necessari» per costringere l’Iraq al ritiro), in cui l’IEA attivò il rilascio di 2,5 milioni di barili al giorno;
  • nel 2005, dopo che l’uragano Katrina danneggiò e distrusse numerose infrastrutture petrolifere nel Golfo del Messico;
  • nel 2011, dopo che la guerra in Libia con conseguente uccisione di Gheddafi (il Consiglio di Sicurezza ONU autorizzava l’uso «tutti i mezzi necessari per proteggere i civili») causò interruzioni nella fornitura di petrolio, l’IEA fornì 60 milioni di barili di petrolio;
  • nel 2022, dopo l’invasione illegale dell’Ucraina da parte della Russia.

Il conflitto innescato dai bombardamenti di Stati Uniti e Israele (non autorizzati da alcuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU) ha quindi prodotto come rappresaglia commerciale la riduzione di oltre il 10% del traffico di petrolio nello Stretto di Hormuz (dati dell’11 marzo 2026).

Può essere utile sapere come sono distribuite le riserve globali di petrolio, grazie al grafico di seguito. L’Iran è il terzo paese per riserve, il Venezuela il primo. Entrambi bombardati da Trump nel giro di pochi mesi. Il secondo è l’Arabia Saudita, che però è già un alleato degli Stati Uniti, poco sotto abbiamo anche Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, entrambi ancora alleati. Anche il già bombardato Iraq ha il suo posto nella classifica dei possessori di petrolio.

Il prezzo del petrolio

Basta andare a fare benzina per accorgersi del sensibile aumento del prezzo dei carburanti causato a catena dallo scoppio del conflitto. Tra il 28 febbraio e il 10 marzo l’aumento del costo dei future sul petrolio Brent (il petrolio del Mare del Nord) è stato del 20% e l’indice Title Transfer Facility per il gas olandese del 50%. Entrambi sono benchmark europei per i prezzi dei due combustibili fossili.

Scrive l’IEA che gli impatti possono anche aggravarsi se continuerà la perdita di importazione dall’impianto di Ras Laffan in Qatar, che con 112 miliardi di metri cubi di GNL nel 2025 rappresenta il più grande impianto di GNL al mondo.

Nel grafico qui sotto è possibile rintracciare alcuni dei principali eventi storici che causarono impennate o crolli del prezzo del petrolio dal secondo Dopoguerra. Si vedono infatti:

  • 1979: il secondo shock petrolifero dovuto alla drastica riduzione della produzione iraniana dopo la Rivoluzione che trasformò la monarchia persiana degli Shah di Persia nel regime clericale sciita governato dagli Ayatollah;
  • 1990-1991: Guerra del Golfo e conseguente impatto sul mercato del petrolio;
  • 2008: crisi economica dei subprime che causò il calo brusco della domanda di moltissimi beni, con conseguente crollo del prezzo del petrolio;
  • 2020: Covid-19, con conseguenze analoghe nella domanda globale;
  • 2022: invasione russa dell’Ucraina che fece aumentare i prezzi a causa, tra le altre cose, della riduzione dell’offerta russa:
  • 2026: attuale conflitto in Iran.

Da lasciare sottoterra

Questa è invece la variazione di produzione di petrolio, prodotti derivati e GNL per i paesi indicati (se ne possono anche selezionare altri).

Tuttavia, serve ricordare che la preoccupazione maggiore non deve essere la ricerca di altre fonti di petrolio, come di altri combustibili fossili. Anzi, come sappiamo da decenni, è imprescindibile lasciare più petrolio possibile sottoterra, ridurre la nostra dipendenza da questo come da gas e carbone, e sostituire le fonti energetiche fossili con fotovoltaico ed eolico, insieme alle altre rinnovabili. L’IPCC (a pagina 698 del rapporto più recente sulla mitigazione del cambiamento climatico) riporta chiaramente che:

Circa il 30% delle riserve di petrolio, il 50% del gas e l’80% del carbone rimarranno non utilizzabili se il riscaldamento viene limitato a 2°C. Se il riscaldamento viene limitato a 1,5°C, si prevede che una quota significativamente maggiore di riserve rimarrà non estratta.

Ecco perché, invece di trovarci impreparati, esattamente come sta accadendo in questi giorni, serve accelerare ancora con sole e vento (che non dipendono dai capricci imperialisti di nessuno, ma che si basano su materiali molto più riciclabili) e sbarazzarsi il prima possibile di questi pericolosi combustibili fossili. I loro servigi non sono più richiesti. Tra l’altro, non è che ne abbiamo chissà quanti ancora a disposizione.

quanto ci resta con le riserve di petrolio attuali?