Viste dallo spazio sembrano metropoli galleggianti: migliaia di luci che brillano nella notte oceanica. Ma da vicino, quelle luci raccontano una storia molto meno romantica. Sono le imbarcazioni della più grande flotta di pesca in acque internazionali del mondo, quella della Cina, un’industria in continua espansione accusata di sottrarre risorse marine, distruggere ecosistemi e violare sistematicamente i diritti umani.

Secondo i dati raccolti da ODI Global, istituto di ricerca con sede a Londra, la flotta cinese di pesca in acque internazionali conta circa 17.000 imbarcazioni, un numero di gran lunga superiore a quello ufficialmente dichiarato dal governo di Pechino.

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Una flotta globale, controlli minimi

Gran parte di queste navi opera sotto bandiere di comodo – Panama, Belize, Cambogia, Liberia – che garantiscono controlli ridotti e normative permissive. Tuttavia, come spiegano i ricercatori, anche la bandiera cinese offre di fatto un livello di supervisione molto debole, rendendo difficile qualsiasi forma di monitoraggio efficace.

Le principali aree di attività si concentrano nel Pacifico nord-occidentale e nell’Atlantico sud-orientale, in particolare al largo di Argentina, Perù ed Ecuador, dove la pesca dei calamari ha raggiunto livelli senza precedenti.

Questa pressione estrattiva mina la biodiversità marina e rende inefficaci le politiche nazionali di tutela, come spiegato anche nel nostro approfondimento su sovrasfruttamento delle risorse naturali e impatti sugli ecosistemi .

Diritti umani calpestati in mare aperto

Il problema non è solo ambientale. Le indagini della Environmental Justice Foundation documentano una lunga serie di abusi a bordo di queste navi: violenze fisiche, salari non pagati, mancanza di cibo e acqua, condizioni di lavoro estreme e perfino decessi mai chiariti.

Molti membri degli equipaggi provengono da Paesi come Indonesia e Filippine e si trovano in una condizione di totale vulnerabilità. Una situazione che evidenzia il lato oscuro della globalizzazione alimentare e della pesca industriale.

Effetti a cascata sugli ecosistemi marini

La sovrapesca dei calamari ha conseguenze ben oltre la singola specie. I calamari sono un anello chiave della catena alimentare: balene, delfini, squali e leoni marini dipendono da loro per la sopravvivenza.

Ridurne drasticamente la popolazione significa innescare un effetto domino sull’intero ecosistema, un fenomeno già osservato in altre aree del pianeta, come spiegato nel nostro articolo su perché la biodiversità marina è fondamentale per l’equilibrio del pianeta .

Le indagini hanno inoltre documentato pratiche illegali come l’uccisione deliberata di leoni marini e la cattura di squali per il solo taglio delle pinne.

Dove finisce il pesce?

Una parte consistente del pescato torna in Cina, ma una quota significativa entra anche nei mercati occidentali. Secondo EJF, decine di importatori si trovano negli Stati Uniti, in Canada e nell’Unione Europea. Ciò significa che anche i consumatori europei rischiano di acquistare prodotti legati a pesca non regolamentata e violazioni dei diritti umani.

Questo tema è strettamente connesso alla necessità di maggiore trasparenza e responsabilità nelle filiere, come approfondiamo in consumi consapevoli e tutela ambientale .

Sussidi, ambiguità e interessi strategici

Nonostante dichiarazioni ufficiali e white paper sulla sostenibilità, il governo cinese continua a sostenere economicamente la propria flotta con sussidi miliardari per carburanti e costruzione delle navi.

Secondo ODI Global, questi incentivi – stimati in oltre 16 miliardi di dollari l’anno – alimentano direttamente la pesca in acque internazionali, considerata da Pechino una “priorità nazionale strategica”.

Il ruolo dei trattati internazionali

Una possibile svolta potrebbe arrivare dall’Accordo BBNJ, il trattato ONU per la tutela della biodiversità nelle acque oltre le giurisdizioni nazionali, entrato in vigore nel gennaio 2026 dopo la ratifica di 60 Paesi.

L’accordo prevede l’istituzione di aree marine protette anche in zone oggi fortemente sfruttate. La Cina ha ratificato il trattato, ma resta da capire quanto sarà disposta a sacrificare i propri interessi economici in nome della sostenibilità.

Secondo molti osservatori, sarà fondamentale una presa di posizione forte dell’Unione Europea, per difendere il multilateralismo, garantire trasparenza ai consumatori e promuovere una reale tutela degli oceani.

Una questione che riguarda tutti

La pesca industriale incontrollata non è un problema lontano. Influenza il clima, la biodiversità, l’economia locale e ciò che arriva sulle nostre tavole. Difendere gli oceani significa difendere anche la nostra salute e il nostro futuro.

Per questo, informazione, consapevolezza e scelte responsabili restano strumenti fondamentali di tutela ambientale.

Fonte secondaria autorevole:
Environmental Justice Foundation – Report ufficiali