La scienza nasce nella società. E’ il “prodotto” sofisticato ed accurato che deriva, esplicitamente ed implicitamente, dal sistema di formazione che addestra gli umani, li educa ai metodi e ai contenuti dei saperi già sviluppati in precedenza e ne potenzia creatività e rigore metodologico. Eppure, sebbene figlia predeterminata e legittima della società, la scienza risulta a volte separata e distaccata dalle finalizzazioni che la società assume, dal senso e sentire comune. Anche per questo, di conseguenza, le sue risultanze, e a volte il suo stesso metodo di elaborazione, possono venire ignorate e sottovalutate dalla politica. Politica che della società dovrebbe piuttosto interpretare – se strategicamente conforme alle proprie prerogative – bisogni e aspirazioni di lunga prospettiva.
Nel caso dell’Italia, ad esempio, le politiche della ricerca hanno visto alternarsi approcci differenti con sensibilità leggermente variabili ma con un sostanziale reiterato disinteresse da parte di tutti gli schieramenti politici verso la ricerca: eloquenti sono i confronti storici tra l’investimento italiano e quelli dei Paesi analogamente sviluppati. Per un attuale aggiornamento (2023): 1,37% del PIL in Italia; 2,26% del PIL per media EU; 2,7% del PIL per media OCSE.
Insomma, veniamo da una lunga fase in cui la visione politica di indirizzo del Paese non ha compiutamente considerato la scienza, la ricerca e l’innovazione tecnologica come un riferimento essenziale del motore strategico italiano, se non in marginali esperienze ed in singoli protagonisti.
Come detto, la difficoltà di questa scarsa sensibilità della politica nei confronti della scienza è il risultato di una più evidente separazione tra scienza e società che ha prodotto nell’evoluzione umana straordinarie opportunità e al tempo stesso è stata attraversata da incomprensioni e conflitti. Il “luddismo”, movimento di protesta contro l’introduzione degli automatismi tecnologici nel periodo della rivoluzione industriale o i recenti fenomeni di scetticismo vaccinale, ne sono emblematici esempi.
In particolare, i conflitti che nascono tra scienza e società possono essere ricondotti a differenti ragioni:
- Una naturale resistenza verso le trasformazioni che determinano un profondo cambiamento tanto nella sfera cognitivo-concettuale che nella vita pratica. Queste trasformazioni vivono, negli ultimi tempi, ritmi più accelerati a causa del fatto che scienza e tecnologia si intrecciano più intensamente (a volte confondendosi l’una con l’altra). Le resistenze quindi vanno seriamente considerate, indagate ed analizzate. Il successo delle nuove acquisizioni scientifiche e degli impatti che ne possono derivare dipenderà dall’adeguatezza delle risposte nel risultare oneste, esplicative e convincenti.
- La confusione tra l’autorità della scienza, legittimata dal consolidamento dei propri risultati attraverso il metodo scientifico, e l’ufficialità del potere politico/istituzionale, legittimato dal consenso popolare attraverso le regole democratiche. Le verità scientifiche non sono di parte, e il fatto che i poteri ufficiali le riconoscano, non le riduce agli obiettivi che quei poteri perseguono, ma che riguardano una visione futura non necessariamente oggettiva e condivisa (mentre autorevole e condiviso deve risultare l’avanzamento della ricerca). Resta oggetto di discussione e confronto, l’utilizzo e l’applicazione delle ricadute della scienza e della tecnologia.
- Gli effetti distorcenti sulla realtà introdotti dai nuovi mezzi e modalità di comunicazione: la connessione globale, i social media, la condivisione virtuale, che hanno prodotto enormi potenzialità ma anche pericolosi passaggi semplificatori. L’idea che il sapere specializzato (la conoscenza più avanzata) sia sostanzialmente comprensibile e gestibile da chiunque senza alcuna mediazione, ossia senza il possesso di alcuni strumenti fondamentali (le competenze), acquisibili attraverso formazione e studio specifico. In questo senso, la conoscenza viene sostanzialmente assimilata con l’informazione: essere informati corrisponde anche ad avere acquisito conoscenza. Allo stesso modo e in tutti i domini.
- La complessità nella costruzione dei saperi, con produzione di enormi benefici ma anche di effetti non sempre e per tutti: positivi, comprensibili, accettabili. Di fatto, gli avanzamenti scientifici procedono in modo non lineare, a volte ambivalente fino al maturare delle ipotesi prevalenti: si è potuto constatare come dubbio e incertezza (e disaccordo e discussione) siano parte integrante e motore attivo della ricerca scientifica e che le teorie e i modelli di successo che la scienza è in grado di offrire, siano risultanza di processi lunghi, faticosi e irti di ostacoli. Mai comunque definitivi.
- l propagarsi delle cosiddette pseudoscienze, ossia “verità” non avvalorate dal metodo scientifico, ma che si presentano come portatrici di ipotesi che il potere volutamente nasconderebbe alle masse. Alternative quindi alle verità delle scienze ufficiali, ingannevoli queste ultime in quanto tali e/o sottomesse ad interessi economici.
Guardando a questi conflitti si comprende come la politica possa svolgere un ruolo chiave su di essi sia in senso di moderazione e risoluzione quanto nel senso di strumentalizzazione ed esasperazione degli stessi.
I movimenti populisti fanno spesso leva su queste strumentalizzazioni per sollecitare paure e superstizioni adducendo responsabilità inesistenti agli avanzamenti della scienza e alle autorità che ne farebbero uso contro la popolazione. Sfiduciare la scienza e le istituzioni permette a questi movimenti di rendere più fragili i presidi consolidati degli avanzamenti sociali, indirizzando il consenso nelle direzioni scelte dalla manipolazione organizzata.
D’altronde, le inadeguatezze della politica nel rapporto con la scienza possono produrre mostri.
Consideriamo due esempi assai diversi tra loro ma paradigmatici.
Il primo riguarda il caso della agricoltura biodinamica. Nel 2021 il Senato della Repubblica vota una Legge (all’unanimità, esclusa la senatrice Elena Cattaneo) che permetterebbe di equiparare l’agricoltura biodinamica a quella biologica, concedendole finanziamenti e avallando l’utilità produttiva di un tale metodo agricolo. L’agricoltura biodinamica si distingue da quella biologica in quanto integrata da pratiche magico-esoteriche che ne favorirebbero qualità e quantità della produzione. Con pratiche del tipo: “letame infilato nel cavo di un corno di una vacca che abbia partorito almeno una volta”, o ancora “una vescica di cervo maschio riempita di fiori di achillea, lasciata essiccare al sole per tutta l’estate, sotterrata a 30 centimetri di profondità in autunno e dissotterrata nel periodo di Pasqua”.
La sollevazione degli scienziati (in particolare le più prestigiose associazioni scientifiche inclusa l’Accademia dei Lincei) ha fatto sì che intervenisse direttamente il Presidente Mattarella con il suo potere di influenza. E la legge fu emendata alla Camera. Aldilà di altre ragioni che possono individuarsi dietro questa linea di comportamento, è preoccupante il mescolamento di piani differenti: il valore antropologico di alcune tradizioni con la fondatezza e la razionalità produttiva delle tecniche agricole.
Un secondo caso riguarda l’appropriazione dei dati degli utilizzatori dei social media da parte delle BigTech (Google, Facebook, Amazon, IBM, etc..). Le politiche internazionali non sono state in grado di contrastare questo fenomeno che oggi si sta rivelando eclatante con l’ingresso nella scena mondiale della AI generativa. Per comprendere quale investimento sia necessario per poter sviluppare questi sistemi, si valuti che le spese in AI da parte delle BigTech corrispondeva, nel 2021, a 340 miliardi di dollari (fonte Statista), laddove il Governo USA ne spendeva nello stesso anno 2,5 miliardi. Ma queste società potevano e possono accedere a tali investimenti proprio a causa della appropriazione sopra denunciata e non contrastata dal potere pubblico. Infatti, le risorse pubblicitarie vengono garantite dalla enorme utenza dei social media. Utenza che gratuitamente offre i propri dati e si espone alle pubblicità. Ecco alcuni dati: introiti pubblicitari nel 2022, 114 miliardi di dollari per Meta; 225 miliardi per Google (fonte Statista).
La quantità di risorse accumulabili in tal modo facilita, oltretutto, la capacità di attrarre le menti migliori, quei talenti che fanno dello sviluppo della AI una tecnologia in enorme crescita. La concentrazione di risorse e di potere tecnologico a questo livello dimensionale sta presentando un potenziale di trasformazione della società, non prevedibile e del tutto ignoto.
Il fenomeno Elon Musk che da singolo individuo, proprietario di aziende con la forza economica di uno Stato, decide di assumere poteri politici di straordinaria portata, indica la gravità della prospettiva in cui la governance sociale rischia di terminare.
Come si comprende da questi esempi, il ruolo della politica nel modulare il rapporto scienza-società è fondamentale, così come spetta ad essa il compito di recuperare un dialogo più sistematico e operativo con la scienza. Mantenendo il rispetto per la sua autonomia ma modulando/mediando/interpretando gli impatti che l’evoluzione scientifica comporta con le priorità che emergono nel dominio dell’etica, della democrazia, dei diritti e dei doveri, di cui la politica deve farsi carico. Senza un’adeguata mediazione, rischiamo di trovarci ad inseguire e a tentare di correggere modelli imposti dagli avanzamenti tecnologici, senza filtri se non quelli del profitto e della rendita di mercato. Uno sbilanciamento a cui già assistiamo con i giganti del monopolio di cui parlavamo sopra.
Una nuova alleanza tra scienza e politica è quindi necessaria. Le sfide che abbiamo davanti riguardano: i) quella del digitale e della nuova AI: strumento di libertà ma anche di dominio; ii) quella ecologica: crescente degrado di biosfera, atmosfera, oceani, continenti, città, fiumi, colture; iii) quella della globalizzazione: interdipendenza per profitto piuttosto che per solidarietà; iv) quella della democrazia: autocrazie, nazionalismi e xenofobia crescenti, incapacità di arginare le crescenti disuguaglianze.
Un capitolo a parte, di sempre più pregnante attualità, è il ruolo che i più avanzati sviluppi tecnologici possono svolgere nella realizzazione degli strumenti di guerra. Le scienze dell’artificiale e della comunicazione sono oggi in grado di elaborare e realizzare sistemi crescentemente pervasivi e con capacità di decisione autonoma operanti nei conflitti armati. Si tratta di una frontiera del tutto nuova che, anche alla luce dei recenti e drammatici cambiamenti geopolitici, ci impone sostanziali problematiche di ordine etico/morale mai prima realmente affrontate.
In un mondo in cui l’uso distorcente e/o malevolo della tecnologia può rapidamente stravolgere gli equilibri consolidati nei più disparati campi di esercizio individuale e sociale, il futuro del genere umano resta legato alla capacità di stabilire una nuova alleanza, coerente ed equilibrata, con la scienza e la ricerca, così che la conoscenza risulti al servizio degli obiettivi prioritari e condivisi del bene pubblico.



