La scomparsa di Guido Modiano, il 2 gennaio scorso all’età di 94 anni, lascia un vuoto culturale nella comunità degli studiosi di biologia umana, che perde un protagonista storico della ricerca sui fattori genetico-molecolari coinvolti nei processi adattativi di popolazioni distribuite in contesti ecologico-sociali diversi. Inoltre, la riflessione critica che in Italia — ma non solo — ha contribuito a chiarire che la natura della variabilità genetica nelle popolazioni umane rende scientificamente insignificante il concetto di razza, gli deve molto. 

Guido Modiano ha concluso la sua lunga carriera scientifica come professore di genetica presso l’Università di Roma Tor Vergata, e apparteneva alla generazione che ha guidato la transizione anche in Italia dalla genetica classica a quella molecolare. Fu, credo, l’ultimo ancora in vita fra gli studenti che parteciparono al primo e storico dottorato italiano in genetica e biologia evolutiva organizzato da Adriano Buzzati Traverso a Pavia tra il 1958 e il 1961. Vi insegnarono alcuni tra i maggiori genetisti molecolari ed evoluzionisti al mondo, e ne scaturì la classe accademica dei genetisti e biologi molecolari italiani nei decenni successivi. Modiano mi raccontava di quell’esperienza allora unica per la scienza italiana.

Negli anni Sessanta collaborò con Luigi Luca Cavalli-Sforza allo studio della genetica di popolazioni africane, in particolare dei pigmei, e si specializzò nella caratterizzazione molecolare della variabilità genetica del sangue, studiando varianti come l’emoglobina S, le talassemie e il deficit di G6PD. Da quei lavori, condotti su diverse popolazioni africane insieme a Lucio Luzzatto, così come su popolazioni himalayane (con Giorgio Morpurgo e Luciano Terrenato) e nell’area mediterranea, emersero importanti risultati e si consolidò come suo interesse principale la variabilità genetica. 

Le ricerche fortemente caratterizzate in senso evoluzionistico sugli sherpa himalayane mostrarono che l’adattamento umano a condizioni estreme non si realizza per il tramite di singole “soluzioni genetiche” ad alta efficacia, bensì attraverso configurazioni poligeniche e fisiologiche distribuite, storicamente vincolate e dipendenti dal contesto. In questo senso, l’assenza di un marcatore genetico dominante risultò più istruttiva della sua eventuale presenza, anticipando una concezione dell’adattamento come proprietà emergente di sistemi complessi piuttosto che come effetto di singole mutazioni.

Nella regione del Mediterraneo studiò la variabilità genetica delle emoglobinopatie e l’interazione tra genetica di popolazione e sanità pubblica, collaborando strettamente con Ida Bianco, che insieme a Ezio Silvestroni ebbe un ruolo pionieristico nella descrizione della microcitemia e nello sviluppo dei programmi di prevenzione, screening e consulenza genetica per le talassemie in Italia. Modiano contribuì in modo decisivo a inquadrare l’integrazione tra genetica di popolazione e sanità pubblica. Le sue ricerche sulla variabilità genetica e i polimorfismi hanno riguardato anche il gene CFTR (fibrosi cistica), le basi genetiche della resistenza alla malaria nella popolazioneTharu in Nepal, le origini del pool genico delle popolazioni ebraiche degli Ashkenaziti, la struttura genetica delle popolazioni dell’India. Tra l’altro si dedicò a diverse prove di concetto sull’uso di tecnologie differenti per caratterizzare la variabilità genetica umana.

Un tema portante è stato il ruolo adattativo di specifiche varianti genetiche nella protezione contro le malattie infettive, in particolare la malaria. Il contributo forse più rilevante e recente è stato la dimostrazione, effettuata in collaborazione con il figlio David, che l’emoglobina C conferisce una protezione significativa contro la malaria soprattutto in condizione di omozigosi: il primo caso documentato in modo convincente in cui l’omozigosi per una variante dell’emoglobina risulta adattativa rispetto a una malattia infettiva. La scoperta venne pubblicata su Nature (2001), segnando un passaggio storico nella comprensione dei rapporti tra la variabilità genetica, la selezione naturale e la pressione ambientale. Nello stesso anno David e Guido pubblicavano anche uno studio molto elegante su popolazioni dell’Africa occidentale, da cui scaturiva che una di queste (Fulani) presentava una minore suscettibilità a Plasmodium falciparum dovuta a un fattore genetico di resistenza alla malaria, non classico né legato alla struttura dell’emoglobina e, in quel momento, sconosciuto, implicato nella risposta immunitaria.  

Nei suoi testi didattici e nei saggi scientifici o divulgativi, Modiano insisteva che la selezione naturale non può essere concepita come un principio autonomo, bensì come un processo dipendente dalla variabilità genetica presente nelle popolazioni. Senza variabilità non vi è selezione: ciò che la selezione può fare è vincolato dai repertori di varianti presenti e dalla loro distribuzione statistica. La variabilità genetica non è un rumore di fondo, ma la condizione strutturale che rende possibile qualsiasi processo selettivo, ed è espressa in forma polimorfica. Si veda, per esempio, la voce Variabilità genetica nella IV Appendice dell’Enciclopedia Italiana Treccani (1981).

Modiano è stato un preciso e lucido critico delle ricorrenti derive di politicizzazione del dibattito su razza e razzismo. La sua voce Razza nell’Enciclopedia del Novecento (1980) resta di attualità, sia sul piano teorico-scientifico sia per la laicità del suo respiro culturale, nel trattare di uno dei temi più incendiari della storia moderna. Proprio perché il tema è tornato fortemente polarizzante, quel testo andrebbe riletto.

Modiano ha difeso un punto di vista sobrio e agganciato alla scienza, esprimendo il timore che chiamare in causa la genetica in contesti di discussione ideologizzata avrebbe arrecato un danno alla percezione della genetica. Il suo era un punto di vista privilegiato. Dal confronto tra popolazioni africane e mediterranee, storicamente esposte alla malaria, e popolazioni himalayane adattate all’alta quota e alla malaria nella regione tropicale del Tarai, risultava che gli adattamenti biologici umani non seguono confini continentali né corrispondono a presunte razze naturali. Adattamenti simili possono emergere in contesti geografici distanti, mentre differenze genetiche marcate possono svilupparsi tra popolazioni prossime, in risposta a pressioni ecologiche specifiche. La variabilità genetica umana è locale, contingente e reversibile nel tempo, legata a condizioni ambientali e storiche più che a grandi unità nazionali o continentali. Il caso himalayano ha svolto una funzione decisiva nel demolire ogni schema inteso come una suddivisione biologicamente coerente della specie umana oggi. Un argomento scientifico ineccepibile ed elegante che dovrebbe essere insegnato a scuola, e al quale Modiano portò solide prove.

Modiano ha quindi sostenuto con coerenza che il problema del concetto di razza non risiede nella parola in sé, ma nell’uso improprio e scientificamente infondato che se ne è fatto. La genetica delle popolazioni mostra l’esistenza di differenze biologiche tra le popolazioni umane, ma al contempo dimostra che tali differenze non giustificano in alcun modo una suddivisione dell’umanità in razze naturali discrete. Il suo rifiuto del razzismo non si accompagnava a una negazione moralistico-ideologica delle differenze, che egli considerava scientificamente innegabili.

Il punto centrale era, per lui, epistemologico ed educativo: senza una comprensione rigorosa della natura della variabilità genetica umana, nessuna correzione lessicale può essere davvero efficace. Un aspetto distintivo del suo pensiero, spesso trascurato, è l’attenzione al rischio opposto: l’uso ideologico dell’antirazzismo cosiddetto scientifico. Egli temeva che negare ogni differenza biologica tra popolazioni, nel tentativo di contrastare il razzismo, producesse nuova confusione e indebolisse la credibilità della genetica stessa. Insisteva sulla necessità di tenere insieme rigore scientifico e responsabilità culturale, senza cedere né alla naturalizzazione delle gerarchie né alla semplificazione militante. La sfida non è inventare qualche operazione simbolica o di richiamo mediatico, ma la costruzione di una comprensione scientificamente fondata della diversità umana: solo su questa base, sosteneva, è possibile sottrarre il tema della razza sia all’abuso ideologico sia alla confusione concettuale.

Guido aveva idee forti ed era uno scienziato, un docente e una persona esigente. Perché lo era, prima di tutto, con sé stesso. Non faceva mai sconti. Le sue critiche taglienti nei diversi contesti di discussione scientifica e pubblica erano portate con modi imperturbabili e con la trasparenza intellettuale di chi è intensamente coinvolto in ciò che ha studiato e conosce. Un disincanto impegnato e responsabile, che rendeva particolarmente efficace l’apprendimento da lui.