Nel mondo della ricerca i primi anni sono caratterizzati da una notevole mobilità. Chi, ottenuto il dottorato di ricerca, inizia la carriera ha contratti temporanei ed è normale che, finito uno, ne inizi un altro, magari in un altro istituto, in un’altra università, in un’altra città, oppure in un’altra nazione.

È anche normale che non tutti e tutte continuino sulla strada iniziata: a volte si scopre che, dopo tutto, non era quella la carriera o l’impiego ideale. 

Inoltre, se si guarda alla popolazione totale dei ricercatori, bisogna considerare chi arriva all’età della pensione e lascia libere posizioni che vanno poi riempite secondo i meccanismi del turnover adottati. In una situazione ideale, il numero di coloro che escono dovrebbe essere almeno rimpiazzato da quelli che vengono assunti, vuoi con posizioni permanenti, vuoi con contratti a tempo determinato. Un modus operandi profondamente scosso dalla presidenza Trump che, evidentemente, ritiene che la ricerca scientifica non sia una priorità.

La scure del famigerato DOGE, che avrebbe dovuto snellire l’apparato federale per portare a notevoli risparmi grazie alla riduzione del personale, ha causato danni macroscopici senza portare ai risultati promessi. Una capillare politica del terrore, basata sulla cancellazione dei contratti già in essere (che servivano a pagare gli stipendi del personale con contratti a tempo determinato) e sull’insistente offerta di scivoli verso la pensione (con la velata minaccia di possibili licenziamenti), ha causato una diminuzione nel numero dei dottori di ricerca tra il personale delle varie agenzie federali americane. 

Il fatto che il DOGE sia scomparso senza lasciare rimpianti e che i tagli draconiani ai finanziamenti delle agenzia di ricerca USA siano stati annullati dal Congresso non offre rimedio a una situazione che è stata svelata in tutta la sua drammaticità in uno studio condotto dalla rivista Science. Quest’ultimo ha esaminato il numero dei dottori di ricerca (il personale più qualificato di ogni agenzia di ricerca) che hanno lasciato un determinato ente paragonandolo con quelli che sono entrati confrontando i numeri del 2024 (l’ultimo anno di normalità) e del 2025 (il primo anno della presidenza Trump).
Nell’infografica di Science le partenze sono in rosso e gli arrivi in azzurro. Per i dati del 2024 sono stati usati i colori più tenui per quelli del 2025 quelli più scuri.

Infografica di Monica Hersher da “The great government brain drain“, Science

Il colpo d’occhio mostra l’entità del problema. In tutti i settori il 2025 ha fatto registrare un numero di partenze molto superiore a quanto avvenuto nel 2024. La situazione varia da agenzia ad agenzia, ma il pattern è sempre lo stesso. In media nel 2025 è andato via un numero di dottori di ricerca di in scienze, tecnologia, ingegneria e matematica (STEM) tre volte superiori a quello del 2024.

A rendere il quadro ancora più drammatico sono i dati delle assunzioni, che hanno numeri decisamente piccoli. Mentre nel 2024 il numero dei nuovi assunti era pari o superiore a quello di chi se ne andava, nel 2025 si nota in fortissimo squilibrio: in media la differenza fra le posizioni perse e quelle guadagnate è di un fattore 11. 

Secondo Science sono circa 10.109 gli esperti con dottorato in materie scientifiche e sanitarie che hanno lasciato (o perso) il lavoro lo scorso anno a seguito delle azioni di un presidente intenzionato a ridurre drasticamente il personale federale complessivo. L’esodo dei dottori di ricerca rappresenta il 3% dei 335.192 dipendenti federali che hanno lasciato il lavoro lo scorso anno, ma è pari al 14% del numero totale di dottori di ricerca in materie STEM o in campo sanitario impiegati che erano attivi alla fine del 2024.

Quattro agenzie sono state particolarmente colpite. Alla National Science Foundation (NSF), la riduzione netta di 205 dottori di ricerca in discipline STEM ha rappresentato il 40% della sua forza lavoro totale di dottori di ricerca che, prima di Trump, era di 517 unità. In effetti, per la sua stessa natura, la NSF impiega la percentuale più alta di dottori di ricerca tra tutte le agenzie. Le altre entità duramente colpite dall’esodo sono il Dipartimento dell’Energia, lo US Forest Service e l’Environmental Protection Agency (EPA), che il Presidente vorrebbe cancellare. 
In effetti, nessuna agenzia o ente di ricerca è stato risparmiato dalla scure trumpiana. Come dimostrato eloquentemente in questa grafica, che riassume le variazioni di personale diviso tra i dottori di ricerca in rosso e tutto il resto del personale in grigio, la perdita media è stata del 17%

Infografica di Monica Hersher da “The great government brain drain“, Science

L’analisi di Science ha rilevato che nel 2025 i licenziamenti, che vengono parafrasati come riduzioni di personale, hanno rappresentato una percentuale relativamente bassa dell’esodo. Solo nel Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), la percentuale di chi ha ricevuto una lettera di licenziamento ha superato il 6% del personale totale, con il 16% dei 519 dottori di ricerca in discipline STEM che hanno lasciato il lavoro lo scorso anno. Per contro, alcune agenzie non hanno segnalato alcun caso di licenziamento tra i dottori di ricerca in discipline STEM nel 2025.

Nella maggior parte dei casi, i motivi delle partenze sono stati il pensionamento e le dimissioni classificate come volontarie, anche se è indubbio che fattori esterni, quali il timore di essere licenziati, le offerte di prepensionamento o un profondo disaccordo con le politiche di Trump abbiano probabilmente influenzato molte decisioni di dimissioni.

Il fatto che il Congresso abbia annullato i tagli di bilancio alle agenzie di ricerca e che molte delle interruzioni dei finanziamenti a progetti già approvati siano state dichiarate illegali non fa tornare indietro le lancette del tempo. La strategia della presidenza, basata su raffiche di ordini esecutivi,  ha avuto l’effetto voluto: il danno alle agenzie che gestiscono la ricerca è testimoniato da numeri che non lasciano dubbi.