Negli ultimi anni, la salute mentale dei giovani è al centro del dibattito pubblico e oggetto di numerose iniziative. Tuttavia, nonostante gli sforzi e le buone intenzioni, i risultati non sempre appaiono incoraggianti: molti studenti vivono a scuola condizioni di ansia e attacchi di panico, talvolta inabilitanti. Quando il confine tra ciò che consideriamo sofferenza, disturbo, malattia si allarga, può crescere la tendenza a medicalizzare problemi che hanno anche radici sociali, relazionali e contestuali. Problemi che potrebbero essere affrontati con approcci non professionali o che si risolverebbero senza alcun intervento.
Non è l’esistenza degli interventi professionali, psicologici o psichiatrici, spesso preziosi, a costituire il problema, ma l’idea che possano diventare la risposta principale a ogni forma di disagio, soprattutto quando le condizioni che lo generano restano invariate. In questo contesto la promozione della salute offre una prospettiva fondamentale: accanto alla necessità di rafforzare le risorse individuali, richiama la centralità di risposte capaci di riattivare le persone e la loro partecipazione, orientandole alla costruzione di contesti più equi e favorevoli. Contesti in grado di intervenire sui determinanti sociali del benessere e sostenere risposte collettive, non esclusivamente medicalizzate.
Disturbo mentale o semplicemente “vita”?
In questo spazio di tensione si colloca l’esperienza di Panikit, piccolo kit di pacificazione con gli attacchi di panico a scuola, uno strumento che prova a tenere insieme informazione, partecipazione e responsabilità collettiva, con uno sguardo costante all’equità. Il suo obiettivo è aiutare gli adolescenti ad affrontare i propri e altrui attacchi di panico e facilitare il dialogo sulla salute mentale nel contesto scolastico.
Panikit è uno strumento di Mental Health Literacy, ovvero di alfabetizzazione alla salute mentale che, secondo il ricercatore australiano Anthony Francis Jorm, comprende l’insieme di conoscenze e credenze che aiutano a riconoscere i disturbi mentali, individuarne cause e fattori di rischio, conoscere opzioni di auto-aiuto e trattamenti, sapere dove e come cercare informazioni affidabili e sviluppare competenze di primo aiuto per sé e altri.
Tuttavia, ci si domanda quanto l’aumento di informazioni, competenze e consapevolezza nell’ambito della salute mentale aiuti a riconoscere e affrontare il disagio con benefici per la popolazione e quanto invece stia contribuendo (in un processo definito Concept Creep, slittamento concettuale) a ridefinire come “disturbo” esperienze che fino a ieri chiamavamo semplicemente vita. Allargando, così, i confini in verticale (abbassando la soglia di ciò che consideriamo patologico) o in orizzontale (includendo situazioni sempre più diverse sotto la stessa etichetta) di ciò che definiamo disturbo mentale.
Panikit, un percorso prima che uno strumento
Panikit è un opuscolo pieghevole, gratuito e disponibile anche online, pensato per ragazze e ragazzi delle scuole superiori ma utilizzabile anche da insegnanti e adulti di riferimento. Non è un manuale clinico, né una guida all’autodiagnosi. Prova a rispondere a domande concrete: che cosa mi sta succedendo? perché il corpo reagisce così? che cosa posso fare quando arriva il panico, per me o per un’altra persona? Contiene spiegazioni di base su ansia e attacchi di panico, suggerimenti pratici per affrontare una crisi, indicazioni su come aiutare chi sta vivendo un momento di difficoltà, e alcuni spunti di prevenzione. Il linguaggio è intenzionalmente non patologizzante, lontano dal gergo specialistico e dalla semplificazione rassicurante.

Questa scelta riflette una presa di posizione culturale, metodologica e politica: riconoscere la sofferenza senza trasformarla automaticamente in diagnosi, offrire strumenti senza sostituirsi ai percorsi di cura, normalizzare l’esperienza senza banalizzarla o ignorare le condizioni in cui essa prende forma e promuovere una cultura della cura reciproca che superi una visione individualizzante talvolta promossa dall’utilizzo pervasivo delle lenti cliniche.
Panikit però non è solo un prodotto. La sua specificità risiede nel processo su cui si fonda, nel modo in cui è stato costruito. Non è un materiale progettato da esperti e poi calato sui destinatari, che, al contrario, sono stati coinvolti in tutte le fasi: ideazione, scrittura, revisione e valutazione, in particolare gli adolescenti con esperienza diretta di problemi di salute mentale e attacchi di panico. Al centro di Panikit c’è un assunto di fondo: ragazze e ragazzi non sono il problema da risolvere né i destinatari passivi di diagnosi e trattamenti, ma la risorsa principale da riconoscere e attivare, persone capaci di comprensione, azione e cura reciproca.
Il processo è quindi informato dall’approccio della co-costruzione, ovvero dell’inclusione attiva dei destinatari nella definizione dei contenuti, del linguaggio, delle priorità e delle modalità di diffusione dello strumento, riconoscendo il valore dell’esperienza vissuta come forma di conoscenza complementare a quella professionale. Nel lungo processo di stesura, durato due anni, Panikit è stato redatto, revisionato e validato, condiviso con le persone a cui è rivolto e che ora stanno contribuendo alla diffusione. Inoltre, alla luce della distribuzione diseguale dei problemi di salute mentale, è stata utilizzata la lente dell’equità per selezionare le persone da coinvolgere. In questo modo, si sono inseriti nel percorso adolescenti provenienti da contesti di relativo svantaggio sociale, con una probabilità maggiore di incontrare problemi di salute mentale e minore di accedere a strumenti e risorse per prendersene cura.
Questo approccio richiama uno dei pilastri della Carta di Ottawa per la promozione della salute: rafforzare l’azione comunitaria e promuovere partecipazione. Non solo fornire informazioni, ma attivare processi collettivi che tengano conto delle diverse esperienze e posizioni di partenza.
Scuole che promuovono la salute
Secondo una prospettiva capace di spostare il focus dai sintomi individuali ad analisi e interventi legati al contesto, nel corso del tempo Panikit si è costituito come tentativo di rendere l’ambiente scolastico più consapevole e più capace di risposta, in linea con l’approccio delle scuole che promuovono salute. Infatti, oltre all’opuscolo, sono stati sviluppati un vademecum per insegnanti, costruito in collaborazione con i docenti per facilitare l’introduzione del tema in classe e la diffusione dello strumento, e un poster, da affiggere nelle aule e negli spazi scolastici, per creare luoghi che facilitino la condivisione di informazioni, esperienze e discussioni. Questi ulteriori strumenti spostano l’attenzione dall’individuo isolato al contesto condiviso, facilitando la discussione sulla salute mentale a scuola.
Per quanto Panikit possa essere usato anche in contesti informali, come ad esempio centri di aggregazione giovanile o gruppi scout, la creazione di vademecum e poster valorizza la scuola e gli insegnanti come contesto e attore centrale su cui investire attivamente per promuovere la salute mentale degli studenti. La scuola è un contesto fondamentale per la salute mentale: può rafforzare competenze, promuovere relazioni, senso di appartenenza e risorse, oppure generare esclusione, stress e mortificazione. Il benessere degli studenti e studentesse dipende da risorse, organizzazione, cultura e politiche scolastiche, dal lavoro degli insegnanti e dai fattori sociali ed economici più ampi da cui questo è determinato. Panikit punta a sostenere proprio questo ruolo della scuola e degli insegnanti, offrendo strumenti pratici e favorendo consapevolezza e supporto reciproco per affrontare ansia e attacchi di panico.
Salute mentale in tutte le politiche
Un ultimo aspetto riguarda la natura multisettoriale del progetto. Panikit è ideato e promosso da Sportello TiAscolto, associazione di promozione sociale impegnata nel contrasto alle disuguaglianze e nella promozione della salute mentale nei contesti di vita, riconosciuta come buona pratica. Il progetto si sta sviluppando in collaborazione con il sistema sanitario, in particolare con DoRS, il Centro di documentazione per la promozione della salute, che ha fornito supporto metodologico alla valutazione, rafforzandone la solidità scientifica. Nel contesto del laboratorio di marketing sociale con operatori sanitari del territorio DoRS ha inoltre organizzato un incontro sull’Health Literacy, coinvolgendo i destinatari secondari dello strumento nella co-definizione delle strategie di diffusione. In aggiunta, oltre alle molte scuole, stanno contribuendo al progetto realtà del terzo settore come Arci Torino, attiva nella promozione culturale e sociale sul territorio e il Comune di Torino, anche attraverso il suo progetto dedicato a giovani e adolescenti ARIA. Collaborazioni che testimoniano di un’alleanza tra settore sanitario, educativo, associativo e livello istituzionale. Questa dimensione multisettoriale è coerente con l’approccio della promozione della salute e con la strategia della salute mentale in tutte le politiche: costruire risposte condivise e collaborative, capaci di agire su contesti attraverso molteplici risorse, non solo sulle persone.
La sfida della sostenibilità
Panikit è stato sviluppato interamente a titolo volontario, senza fondi dedicati. Questo ha garantito indipendenza e rapidità nella fase di costruzione ma rappresenta oggi un vincolo concreto: la diffusione capillare dello strumento, la stampa dei materiali e soprattutto l’accompagnamento nelle scuole, necessario perché Panikit non venga usato in modo decontestualizzato, richiedono risorse e una progettualità più strutturata. Costruire questa capacità è la sfida aperta del progetto.
In questa cornice, partecipazione, co-produzione e lavoro tra settori, mantengono il legame con l’esperienza concreta delle persone e con i determinanti sociali della salute, richiamando direttamente la Carta di Ottawa, che definisce la promozione della salute come un processo che consente alle persone di esercitare un maggiore controllo sulla propria salute e di migliorarla, rafforzando competenze personali, creando ambienti favorevoli e lottando per politiche pubbliche orientate a salute e giustizia sociale.
In un contesto in cui cresce il rischio di etichettare ogni forma di sofferenza come patologia, l’esperienza di Panikit propone una via diversa: non minore attenzione alla salute mentale, ma più attenzione a come la promuoviamo. Creare ambienti che producano salute, investire in equità, attivare partecipazione e alleanze tra settori, significa passare dall’idea di curare il disagio a quella di costruire insieme le condizioni perché se ne generi meno. Una scelta culturale e politica prima che tecnica.





