Mi sono state richieste riflessioni, sintetiche, sulle ragioni per cui si dovrebbe votare NO alla riforma costituzionale a breve al definitivo vaglio dei cittadini attraverso referendum.

Tenuto conto del numero di criticità che affliggono la proposta di modifica della carta fondamentale, dal metodo usato per approvarla (iniziativa governativa, nessun emendamento del Parlamento, in definitiva: una gran fretta), al merito, al pronostico sui suoi effetti, la sintesi si tradurrebbe in approssimazione. Mi limito dunque a osservazioni sparse.

Muoviamo dalle metafore: alcune sono utili; altre pericolose. È pericolosa, per esempio, la metafora, cara alle ragioni del SÌ, del processo penale come partita di calcio. Il processo viene così ridotto a una tenzone agonistica tra la squadra dell’accusa, capitanata dal pubblico ministero, e quella della difesa, capitanata dall’avvocato, le quali, sotto lo sguardo – non terzo secondo i sostenitori della riforma –, dell’arbitro-giudice si sfidano per vedere affermata la colpevolezza o l’innocenza dell’imputato (il quale, per chi non lo avesse capito, assume, nella metafora in questione, le sembianze di una palla).

Immagini tristi, specie se la partita in questione fosse arricchita da falli, simulazioni e poco fair play.

Il processo non è una partita di calcio

Mi viene alla mente, in senso contrario, il testo del giuramento cui sono chiamati i giudici popolari nell’assumere il loro alto servizio presso le Corti d’Assise:

(…) giuro di ascoltare con diligenza e di esaminare con serenità prove e ragioni dell’accusa e della difesa, di formare il mio intimo convincimento giudicando con rettitudine ed imparzialità, e di tenere lontano dall’animo mio ogni sentimento di avversione e di favore, affinché la sentenza riesca quale la società deve attenderla: affermazione di verità e di giustizia.

Il processo non è una partita di calcio, con il popolo schierato in chiassose tifoserie, ma uno strumento scientifico per arrivare, per quanto possibile, alla verità, senza la quale non vi è giustizia.

La giustizia senza verità è una forma vuota, mera affermazione di potere; la verità, senza giustizia, è una consolazione, sovente amara.

Così dunque (s)chiariti gli orizzonti del processo penale, i sostenitori del SÌ vogliono anzitutto separare la carriera del PM da quella del giudice, vogliono, cioè, porre tra questi due attori del processo penale un grande abisso perché il processo ne riesca più giusto: in disparte la turpe espressione di matrice aziendalistica (entra in Costituzione la parola carriera, i tempi, del resto, appaiono maturi), escluso che la Costituzione imponga, come invece furbescamente ritenuto da alcuni, tale modulo organizzativo (la Corte Costituzionale, così come larga parte della scienza giuridica, lo ha da tempo chiarito), i sostenitori del SÌ, se si scava qualche centimetro sotto la superficie dei loro argomenti, giustificano la separazione adombrando ammiccamenti tra colleghi, ragioni e torti distribuiti sulla base di amicizie personali, inconfessabili trame tra giudici e pubblici ministeri ordite alle macchine del caffè.

Argomenti bassi, per una riforma che si vuole invece “alta”.

Scenari fantasiosi lontani dal reale

Si tratta, anche a volerli considerare seriamente, di scenari fantasiosi, così lontani dal processo inteso come strumento di ricerca della verità e così altrettanto lontani dalla realtà, come dimostra, tra le altre cose, l’elevatissimo numero di sentenze di assoluzione pronunciate ogni anno pur a fronte di richieste di condanna del pubblico ministero (casi, recenti, dovrebbero profilarsi alla mente del lettore).

Argomenti che, portati alle loro conseguenze naturali, delegittimerebbero l’intero sistema giudiziario stendendo ombre lunghe su ogni decisione: il giudice di appello appartiene alla stessa carriera del giudice di primo grado, ecco perché non ha riformato quella sentenza!

La verità non sta in questa farsesca forma di segregazione delle carriere a difesa di una malintesa terzietà del giudice il quale, nell’esercizio della giurisdizione, è già terzo in quanto estraneo alla formulazione dell’accusa, cieco rispetto agli atti di indagine, separato dalle parti dagli istituti dell’incompatibilità e dell’astensione e, a ben vedere, dal fatto che le funzioni – cioè l’unica cosa che dovrebbe distinguere tra loro i magistrati – di giudice e di PM sono già state – purtroppo – separate, con possibilità di passaggi osmotici ridotti quasi a zero (uno nella vita, entro un termine, cambiando regione).

Se un giudice, poi, teme il giudizio che di lui possa dare il PM la cui tesi si rivelasse sconfessata all’esito del processo (perché di ritorsioni sul piano professionale solo chi è davvero in malafede può parlare atteso che i giudici sono in maggioranza consistente sui PM sia nei consigli giudiziari che nell’attuale CSM), allora, quello stesso giudice, tremerà ben più vistosamente al cospetto di un principe del foro, che magari cumula un rilevante incarico politico, per non parlare poi del caso in cui fosse l’imputato stesso ad essere influente. Una piccola chiosa: nel CSM attuale gli avvocati sono in numero superiore ai PM.

Lungi dal rendere più giusto il processo, la segregazione delle carriere produrrà invece l’allontanamento progressivo del PM dal giudice e dalla cultura della giurisdizione intesa come ricerca della verità con una mano legata dietro la schiena (il PM deve cercare la verità, ma non ad ogni costo, non con ogni mezzo): nel giro di qualche anno – ma la Costituzione guarda al futuro –, separati i concorsi di accesso alle due magistrature, distinte le formazioni di base, è verosimile, per non dire certo, attendersi che il magistrato requirente sviluppi un’attitudine accusatoria ben più pronunciata di quella attuale: non più, dunque, organo di giustizia neutrale, ma alfiere dell’interesse punitivo dello Stato con una carriera la cui evoluzione sarà supervisionata solo da altri PM, e non già, come accade oggi, in prevalenza da giudici sia civili che penali nel CSM unito.

Si punterà, sempre di più, a vincere la partita.

Una separazione, in definitiva, non affatto utile al processo quanto utilizzata, come il noto cavallo rivelatosi un dono ricco di insidie, per accedere al cuore dell’autogoverno della magistratura, cioè al CSM. Due carriere separate impongono, infatti, due CSM distinti (in realtà no, ma concedo l’argomento).

Un sorteggio cieco per i magistrati, ma orbo per i politici

E qui s’innesta la vera magia: non solo una divisione che è già un indebolimento (anche Cesare lo sapeva), non solo due CSM spogliati, entrambi, del potere più rilevante (quello disciplinare affidato dalla riforma a un organo ad hoc che, per singolare privilegio, giudicherà solo i magistrati ordinari, ovviamente sia i giudici che i PM, separati nelle carriere, certo, ma di nuovo uniti per la punizione), ma due CSM composti in modo irragionevolmente asimmetrico.

Per due terzi, infatti, i consigli superiori saranno composti da magistrati non più eletti dai colleghi – ritenuti, dunque, degni di giudicare i cittadini, ma incapaci di scegliere chi, tra loro, debba prendere parte all’alta amministrazione della giustizia –, bensì da un nuovo, saggissimo, decisore: il caso.

Un sorteggio cieco per i magistrati ma, ça va sans dire, orbo per i politici giacché il residuo terzo, quello cosiddetto laico, sarà “pescato”, sì, ma non a strascico, bensì da una lista di profili preselezionati dal Parlamento.

Una minoranza politica compatta a fronte di una maggioranza di magistrati polverizzata, e ciò a tacere delle competenze, non affatto garantite, dei singoli sorteggiati a svolgere le funzioni di consigliere e, aspetto sottovalutato, della loro motivazione (ben pochi magistrati, fidatevi, vogliono andare al CSM perché, molto semplicemente, si tratta di un lavoro diverso da quello sudato e desiderato nei lunghi anni di preparazione al concorso).

La scienza dell’amministrazione avrebbe da dire sul pronostico circa i rapporti di forza.

Vi è di più: il sorteggio, oltre ad entrare in collisione con il principio democratico, non risolve il problema della spartizione delle cariche di vertice degli uffici giudiziari assegnate – in patologici casi – non sulla base di valutazioni tecniche sui profili dei candidati, ma sulla base di accordi tra gruppi organizzati della magistratura (le cosiddette correnti). Da un lato, nulla esclude che, tramite sorteggio, vengano pescati soggetti appartenenti tutti alla medesima corrente (con il rischio, concreto, che visioni minoritarie divengano maggioranze nell’organo di autogoverno); dall’altro, i sorteggiati ben potranno, così come gli eletti di ieri, venir meno al loro dovere. L’imprimatur del caso non è certo migliore di quello della scelta (anzi, a me pare valga il contrario).

Si dice: il sorteggiato non avrà padroni. Suggestione retorica in quanto il sorteggiato potrà sempre avvalersi del potere che il caso gli ha concesso in sorte (un caso a cui non deve peraltro rendere conto) piegandolo a interessi esterni rispetto a quelli individuati dalla legge: amicizie, rivalse, accordi sottobanco con gruppi creati ex post dopo il sorteggio in seno ai consigli, benefici privati sperati a fronte di disponibilità a sostenere candidature gradite alla controparte politica. Se bastasse un sorteggio per eliminare le patologie dei gruppi umani!

Il problema delle nomine, intendiamoci bene, è reale, ma ci sono enne soluzioni idonee ad affrontarlo, peraltro ben più proporzionate. E se invece investissimo sulla cultura giuridica? Un’altra metafora pare allora utile: se, in una sera d’estate, una fastidiosa zanzara si poggiasse sul muro della camera, potrei aprire la finestra, potrei forse arrivare a schiacciarla sporcando la parete, ma se, munitomi di un bazooka, sparassi al muro, sarebbe lecito pensare che l’obiettivo sia il muro, la zanzara solo il pretesto.

Mi sembra, tra partite di calcio, cavalli e zanzare, ci sia abbastanza per apporre una X sulla casella del no.

Per concludere: c’è un modo, più economico peraltro, per rendere davvero più giusti i processi riducendo asintoticamente gli errori giudiziari, drammatiche antitesi di quella affermazione di verità che il popolo, in nome del quale le sentenze sono pronunciate, si attende dal processo: investire su una comune e rigorosa formazione scientifica (e culturale!) degli operatori di giustizia, soprattutto – ma non solo – giudici, pubblici ministeri e avvocati.

Perché di nessuno dei primi possa mai più parlarsi in termini di scimmione della razza dei gorilla, di nessuno dei secondi in termini di epigoni moderni di Tomás de Torquemada e di nessuno dei terzi in termini di azzecca-garbugli.