Il 7 gennaio 2026 il Dipartimento della Salute (HHS) e quello dell’Agricoltura (USDA) statunitensi hanno pubblicato la nuova edizione delle Dietary Guidelines for Americans (DGA) 2025–2030 (https://www.dietaryguidelines.gov), presentandole come un “reset” della politica nutrizionale federale, con uno slogan semplice: “eat real food” (“mangia cibo vero”). 
Queste linee guida non sono soltanto un documento per “addetti ai lavori”, perché negli USA orientano programmi pubblici, come la ristorazione collettiva nelle mense scolastiche e di comunità, e persino la comunicazione sanitaria, con un conseguente impatto potenzialmente enorme sulla dieta quotidiana. Proprio per questo, vale la pena leggerle con attenzione, separando ciò che è sensato da ciò che rischia di diventare un boomerang comunicativo e sanitario.

La dieta degli americani potrebbe di certo essere migliore!

In reazione all’aggiornamento delle linee guida americane, la Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU) ha pubblicato un comunicato stampa sul proprio sito, ripreso anche da Scienza in rete, ricordando un dato fondamentale: ossia che negli USA una quota molto alta dell’energia introdotta giornalmente dalla popolazione deriva da alimenti altamente trasformati con un’elevata densità energetica. Si stima che questi alimenti arrivino a coprire il 60% dell’energia totale, mentre in Italia questa quota è molto più bassa (circa 20%). In questo contesto, il richiamo a ciò che viene definito “cibo vero”, ossia fresco, preparato e cucinato in modo semplice, non è banale e rappresenta un tentativo di invertire una tendenza culturale che si associa all’obesità e al rischio di patologie come il diabete e le malattie cardiovascolari. Le nuove DGA insistono, infatti, su una “dramatic reduction” degli alimenti altamente processati, ricchi di cereali raffinati, zuccheri aggiunti, sale, grassi “poco salutari” (attenti lettori, memorizzate questa definizione) e additivi. L’indicazione, quindi, è ragionevole e importante per la salute perché si riferisce alla composizione nutrizionale di certi prodotti commerciali che di certo andrebbero consumati con moderazione. Trovo invece fallace la definizione di “alimenti ultra-processati”, che demonizza in maniera assolutamente non sostanziata dalla scienza i processi tecnologici che portano alla realizzazione degli alimenti commerciali, processi che nella stragrande maggioranza dei casi servono a garantire la sicurezza e la salubrità dei prodotti stessi e, ancora di più, la loro conservabilità nel tempo, con netta riduzione degli sprechi e dei rischi per la salute. Se siete interessati all’argomento, il dibattito sul senso della definizione di alimento “ultra-processato” è vibrante sui canali social e nel mondo della ricerca nutrizionale. La mia posizione, a dire il vero un po’ tecnica, la potete trovare in tante pubblicazioni scientifiche (lascio due riferimenti ai lettori più temerari: Nutrition Research Reviews, Volume 36, Issue 2, pag. 340 – 350, anno 2023 e European Journal of Clinical Nutrition, volume 79, pag. 177–180, anno 2025). Per chi non avesse voglia o tempo di leggerle, la sintesi potrebbe essere che le prove disponibili su come i diversi alimenti ultra-processati siano associati alla salute e i risultati degli studi che hanno indagato specifici additivi alimentari mettono in dubbio la possibilità che il processamento di per sé sia il vero responsabile. È possibile che altri fattori confondenti e non considerati svolgano un ruolo importante e, per questo motivo, la raccomandazione di limitare o evitare alimenti cui venga attribuita un’etichetta generica di “alimenti ultra-processati”, al momento, poggia su basi scientifiche deboli e dovrebbe essere considerata scientificamente fragile. Inoltre, interventi tempestivi di politica pubblica su questo tema, come, ad esempio, quanto si legge nelle DGA commentate in questo pezzo, sono prematuri e dovrebbero essere riconsiderati con attenzione prima di essere adottati.

Zuccheri aggiunti: qui c’è forse un progresso

La posizione della SINU converge con quella del Dipartimento di Nutrizione della Harvard University nell’apprezzare quanto questa nuova edizione sia più esplicita nel limitare gli zuccheri aggiunti. Le DGA arrivano a dire che nessuna quantità di zuccheri aggiunti (o dolcificanti) è “raccomandata” e propongono una regola operativa: non più di 10 g di zuccheri aggiunti per pasto. Spesso, nelle linee guida, si fa riferimento in modo generico agli zuccheri semplici, includendo, quindi, sia quelli naturalmente presenti nei prodotti che quelli aggiunti. Gli zuccheri naturalmente presenti nella frutta, però, non possono essere equiparati a quelli aggiunti in un prodotto (ad esempio una bevanda zuccherata). Questa sottolineatura risulta importante, nonostante sia poi molto complesso, da consumatori, essere consapevoli di questa differenza. Inoltre, consideriamo che, al netto delle porzioni raccomandate di frutta e di quelle di latticini (latte e/o yogurt) basta poco per raggiungere il limite del 10% di energia da zuccheri semplici. Già nelle linee guida in vigore, quindi, non c’è spazio per gli zuccheri aggiunti.

Il “protein hype”: più proteine per tutti, ma su quali basi?

Uno dei tratti più discussi del nuovo documento è l’aumento della quota proteica raccomandata, che diventa 1,2–1,6 g/kg/giorno per gli adulti, cioè molto più di quanto indicato nelle raccomandazioni di praticamente tutti i paesi del mondo e delle istituzioni che si occupano di salute a livello internazionale. A tal proposito, la SINU critica soprattutto due aspetti. In primis, la mancanza di chiarezza sulla qualità delle fonti (non basta dire “più proteine” se non si distingue tra pesce, legumi, formaggi, uova, carni rosse, carni processate, ecc.), ma anche la debolezza della base metodologica, visto che, sulla base del documento di approfondimento, l’aumento sarebbe stato estrapolato da studi condotti con obiettivo di perdita di peso, senza tempo sufficiente per valutare altri esiti (ad esempio quello del rischio cardiometabolico nei soggetti non in sovrappeso). 

Harvard rafforza la stessa idea, dichiarando che aumentare l’apporto proteico “in blocco”, senza guidare davvero verso le scelte migliori, potrebbe avere conseguenze indesiderate, ricordando poi che molte persone assumono già proteine a sufficienza, mentre il vero discrimine spesso è la qualità dell’alimento che le contiene. Il punto critico non è dunque demonizzare le proteine (né tantomeno le proteine animali), ma evitare che la comunicazione “più proteine” diventi il lasciapassare per aumentare indiscriminatamente carni rosse e formaggi, proprio laddove la letteratura associa esiti più favorevoli a proteine vegetali e pesce.

La piramide sottosopra e i grassi animali: che confusione

In discussione è anche l’immagine che accompagna il lancio di queste nuove linee guida: ossia una piramide composta di alimenti che, però, è invertita rispetto a quella che tutti i consumatori conoscono, associata spesso alla Dieta Mediterannea. Ora, al di là di voler compiacere i numerosissimi fan di Stranger Things e del “sottosopra” (mi perdoneranno i pochi che non conoscono questa intrigante serie televisiva), questa immagine rappresenta una contraddizione con alcuni aspetti delle linee guida, in particolare per quanto riguarda le raccomandazioni sui grassi. Le DGA confermano il dato, riconosciuto a livello globale, in cui i grassi saturi non dovrebbero superare il 10% delle calorie giornaliere. Eppure, nella piramide sono raffigurati alimenti e condimenti ad alto contenuto di grassi saturi, come carne rossa, latte intero, formaggi, burro e, tra i grassi da cottura, compare anche il beef tallow (il sego di manzo). 

La SINU ha preso una posizione netta in questo senso, dichiarando che la liberalizzazione di grassi animali come “grassi salutari” non è supportata da evidenze solide, soprattutto per quanto riguarda le modifiche negative al profilo di grassi e colesterolo nel sangue. Una posizione, quella della SINU, pienamente in linea con tutte le principali linee guida internazionali, che continuano a raccomandare di limitare i grassi saturi a favore degli insaturi (che sono quasi esclusivamente di origine vegetale). Harvard aggiunge un elemento pratico indiscutibile: facendo i conti, se si scegliessero latticini interi per arrivare alle porzioni giornaliere e si aggiungesse burro o sego come grasso di cottura, si sforerebbe facilmente il limite del 10% di energia da grassi saturi, indicato nelle stesse DGA, senza nemmeno considerare il resto della dieta. In pratica, un cittadino medio, non esperto di alimentazione e salute, potrebbe credibilmente ricordare messaggi lampanti come “cibo vero”, che è più volte ripetuto, e “burro e bistecca”, che sono  “in alto” nella figura, ma trascurare il limite del 10% di saturi, che, per essere letto, richiede un approfondimento di attenzione. 

Questa pessima strategia comunicativa, legata alla mancata chiarezza sul senso della posizione degli alimenti nella nuova piramide (avrà a che fare con la frequenza di consumo raccomandata o solo la funzione di rappresentare tutti i gruppi alimentari?), si concretizza anche nel caso dei legumi, molto poco valorizzati, e in quello dei cereali integrali, che finiscono paradossalmente “in punta” della piramide, pur essendo raccomandati nel testo per 2–4 porzioni al giorno! 

I grandi assenti: sostenibilità ambientale e contesto socioeconomico

La SINU e i colleghi americani di Harvard convergono poi su un’ulteriore lacuna: le nuove DGA non considerano in modo esplicito l’impatto ambientale e la dimensione socioeconomica delle raccomandazioni. Infatti, le domande da porsi oggi nell’atto di redigere le linee guida per l’alimentazione di una popolazione sono anche “a chi è accessibile questo alimento?”, “che impatto ha su filiere, prezzi, ambiente?”, “è compatibile con una visione One Health?”. La miopia insita nel non considerare questi fattori cruciali rende, da un lato, le raccomandazioni sostanzialmente impossibili da soddisfare per una quota rilevante della popolazione e, dall’altro, potenzialmente impattanti sull’ambiente, con effetti negativi a lungo termine forse ancora più gravi di quelli diretti sulla salute del consumatore.

In conclusione, per un consumatore italiano, il messaggio “più frutta e verdura, più attenzione alle etichette e agli zuccheri aggiunti”, presente nelle nuove linee guida americane, è condivisibile e coerente con le migliori evidenze… Ma è anche quello che dicono le nostre linee guida da ormai molti anni. Sul messaggio “meno alimenti ultra-processati, più cibi semplici” mi sono già espresso in abbondanza.
Da dimenticare, o addirittura rifiutare, sono l’enfasi indiscriminata sulle proteine, la riabilitazione dei grassi animali e la grafica confondente della piramide capovolta, priva di una didascalia rigorosa e immediatamente comprensibile. Teniamoci, piuttosto, il riferimento culturale e scientifico forte della Dieta Mediterranea, che porta con sé anche sostenibilità, convivialità e tradizione gastronomica. E ricordiamoci anche della Piramide Alimentare sviluppata di recente proprio dalla SINU, che tiene in considerazione tutte le evidenze scientifiche più aggiornate sul rapporto della dieta con la salute umana.

Non ci sono dubbi: così come la piramide che le rappresenta, queste linee guida americane sono davvero “sottosopra” e, se posso dirvi il mio parere da appassionato di Stranger Things, io il sottosopra lo lascerei dove sta.

Nota: L’articolo in forma leggermente modificata esce contestualmente su La Gazzetta di Parma.