«Miglior sviluppo cognitivo, ma soprattutto socio-relazionale: aumentano le competenze sociali, la capacità di stare con gli altri, di interagire, di costruire relazioni». Ecco quali sono i vantaggi per bambini e bambine che, fin dalla nascita, hanno la possibilità di costruire una solida relazione anche con il loro papà, racconta Alessandro Volta, pediatra neonatologo e membro dell’Associazione Culturale Pediatri (ACP).
Eppure, il 24 febbraio 2026 la maggioranza alla Camera dei deputati ha respinto la proposta di legge delle opposizioni sull’estensione del congedo di paternità da 10 giorni a 5 mesi. La proposta mirava a equiparare il tempo a disposizione di madri e padri per la cura dei figli, in una delle fasi più delicate: l’arrivo di un nuovo componente in famiglia.
La situazione in Italia
Nel nostro Paese i lavoratori con figli possono contare su tre strumenti: il congedo di maternità, quello di paternità e il congedo parentale. Il primo dura cinque mesi ed è retribuito all’80% dello stipendio; il secondo si limita a dieci giorni, retribuiti al 100%. Il congedo parentale, facoltativo e utilizzabile da entrambi i genitori, può arrivare fino a dieci mesi complessivi ma con un’indennità che nel tempo scende almeno al 30% della retribuzione.
Bastano pochi numeri per capire che l’esperienza della genitorialità parte da presupposti diversi per i due partner. Una madre può dedicarsi fin da subito e a tempo pieno alla relazione con il bambino o la bambina. Un neo papà, invece, deve tornare al lavoro pochi giorni dopo la nascita. Tuttavia nessun legame tra persone è automatico, e quelli con un figlio o una figlia non fanno eccezione: si costruiscono nel tempo, attraverso la presenza e la cura quotidiana. Ai padri quel tempo non viene concesso. Eppure anche loro dovrebbero poter costruire quella relazione, perché sono titolari del progetto di genitorialità tanto quanto le madri. «Ancora oggi nel percorso nascita si tutela, giustamente, la coppia madre-bambino o bambina, ma si tende a trascurare il ruolo del padre, che invece dovrebbe essere coinvolto nella cura fin dai primi istanti dopo il parto», dice Giovanna Bestetti, psicopedagogista dell’Associazione Iris. Mamma e papà finiscono così per essere intrappolati nello stesso meccanismo: alla prima si assegna il ruolo di genitore principale, chiedendole di esserci sempre e comunque per mesi; al secondo si comunica invece che può tornare alla sua vita fuori casa come se nulla fosse cambiato. Il risultato è che un progetto genitoriale pensato insieme finisce per essere vissuto separatamente: quella che doveva essere un’esperienza condivisa si trasforma in due percorsi paralleli, rendendo difficile ristabilire un equilibrio.
La cura come relazione
«Quando si parla di cura dei bambini, è utile pensare in termini di caregiver, cioè di adulti di riferimento», spiega Volta. Ognuno di questi porta un contributo diverso ed è importante che il ruolo di tutti sia realmente esercitato. Con le attuali leggi, però, si rischia che quella del padre resti una figura presente sulla carta ma marginale nella vita quotidiana del bambino.
Nei primi anni di vita i bambini hanno bisogno di adulti significativi che facciano da filtro con il mondo esterno, li aiutino a interpretare i propri bisogni e diano alla loro giornata un ritmo prevedibile e coerente. «Per questo è importante una certa diversificazione relazionale: il bambino beneficia della presenza di più figure adulte», aggiunge il neonatologo. Con il tempo questi ruoli possono essere svolti anche da altre persone – nonni, zii, educatori – ma all’inizio sono soprattutto i genitori a garantire quella presenza costante: di notte dopo un incubo, durante un mal di pancia o perché il buio fa troppa paura. Anche i gesti più semplici, come cambiare un pannolino, hanno un valore relazionale: sono momenti di contatto e conoscenza reciproca in cui il genitore osserva il bambino, gli parla, gli garantisce il ritorno al benessere; il bambino, a sua volta, impara a riconoscere quella presenza come affidabile. È in questo tipo di cura che si costruisce la relazione. Quando questo compito però ricade quasi esclusivamente sulla madre, la distanza tra le due figure genitoriali può allargarsi inesorabilmente.
Prosegue Volta: «Quando parliamo di “padri” e “madri” parliamo soprattutto di caregiver e della relazione tra due persone. Quello che diciamo vale anche per coppie di padri o di madri». Per un bambino che cresce con due genitori è positivo poter contare su entrambi: un padre dovrebbe poter svolgere il ruolo di cura non come semplice replica della madre, ma con una propria modalità. Osservando suo figlio, conoscendolo, esplorando le sue reazioni, anche il padre diventa un caregiver responsivo. Se invece si limita a imitare la madre o solo a sostituirla quando non c’è, resta una figura di mero supporto: il cosiddetto “padre feriale”, ricorda il pediatra, quello che gioca con il bambino, o se ne occupa, solo per qualche ora.
Gli studi indicano che il coinvolgimento precoce dei padri nella cura produce effetti positivi che si mantengono nel tempo. Bambini e bambine che crescono accanto non solo a una madre, ma anche a un padre attivo nelle cure mostrano in media risultati scolastici migliori e meno comportamenti antisociali durante l’adolescenza. Questo accade perché l’esperienza di cura nei primi mesi di vita è profondamente trasformativa: un’esperienza intima e corporea, fatta di accudimento quotidiano.
Tutto ciò, però, richiede tempo. E il tempo necessario si ottiene solo attraverso una presenza costante, resa possibile da strumenti come il congedo: un periodo in cui un padre può davvero stare con il proprio bambino e costruire con lui una relazione quotidiana.
Benefici per i papà e per la società
Con la bocciatura della proposta di legge sui congedi paritari si è persa un’occasione per ampliare almeno quelli di paternità, se non per equipararli del tutto a quelli previsti per le madri. Una direzione indicata anche dal progetto 4e-parent, finanziato dall’Unione Europea e che, tra i suoi obiettivi, aveva proprio quello di promuovere un maggiore coinvolgimento dei padri nella cura dei figli. La letteratura scientifica analizzata nell’ambito del progetto suggerisce che una presenza più attiva dei padri nei primi mesi di vita di bambini e bambine può contribuire anche a ridurre il conflitto e la violenza di genere, perché favorisce una diversa rappresentazione della maschilità, più orientata alla cura. «Parliamo di una maschilità accudente che trasforma il padre», spiega Volta. Una trasformazione che si manifesta anche sul piano biologico: nei padri impegnati attivamente nell’accudimento diminuiscono alcuni indicatori dello stress come il cortisolo e i livelli di testosterone, mentre aumentano l’ossitocina e la prolattina. Ormoni che in passato sono stati associati esclusivamente alla maternità, ma che in realtà entrano in gioco per tutti gli esseri umani che si prendono cura di qualcun altro: un bambino, un familiare anziano o una persona fragile.
Continua Alessandro Volta: «Sarebbe bello spiegarlo anche ai datori di lavoro: quando un padre sta a casa, ci può essere carenza, se vogliamo, di personale, ma quel padre tornerà al lavoro con una maggiore capacità di visione prospettica, più attenzione per la sostenibilità ambientale, maggior altruismo, capacità multitasking e competenze di autostima, empatia e autoefficacia». In questo senso il coinvolgimento dei padri nella cura dei figli non produce benefici soltanto per bambini e bambine, ma può avere effetti positivi anche per gli stessi padri e, indirettamente, per le organizzazioni in cui lavorano e per la società intera.
Benessere materno, occupazione femminile e natalità
Il coinvolgimento dei padri nella cura dei figli ha conseguenze positive anche sul benessere psicofisico delle madri. È associato, per esempio, a una riduzione del rischio di depressione perinatale e al miglioramento dei tassi di allattamento: quando il padre è attivo nella cura quotidiana dei figli, le madri riescono più facilmente ad allattare e tendono a farlo più a lungo.
Il beneficio più rilevante riguarda però l’occupazione femminile. Negli ultimi vent’anni nei Paesi europei è emersa una relazione chiara: dove lavorano più donne si fanno anche più figli. Il lavoro delle donne garantisce maggior sicurezza economica alle famiglie e rende più sostenibile la scelta di avere un figlio, soprattutto il secondo o il terzo. In Italia, invece, la nascita di un bambino spesso riduce o interrompe il lavoro delle madri, mentre il reddito dei padri tende ad aumentare, ampliando il divario di genere. Se concedessimo più permessi anche ai papà, assumere persone in base al genere, per esempio, smetterebbe di essere una scelta così conveniente per i datori di lavoro.
Ecco il circolo vizioso: meno occupazione femminile quindi meno autonomia economica e meno possibilità di allargare la famiglia. «Il problema», sottolinea Volta, «non è tanto convincere le coppie senza figli ad avere il primo, ma mettere nelle condizioni quelle che ne hanno già uno di poterne avere un secondo o un terzo». Nei Paesi dove la natalità è più alta – come Francia, Svezia o, più recentemente, Germania e Spagna – le giuste condizioni sono state create grazie a politiche familiari strutturali: congedi parentali più equilibrati tra madri e padri, sostegni economici stabili nel tempo e servizi per la prima infanzia diffusi. Interventi che rendono più compatibile la genitorialità con il lavoro, soprattutto per le donne, e che nel lungo periodo contribuiscono anche a sostenere la natalità.
Il pretesto finanziario e la cultura degli stereotipi
Secondo la Ragioneria di Stato, la misura per i congedi più equi avrebbe comportato costi sensibilmente più alti rispetto a quelli stimati dai proponenti; questo è il motivo ufficiale della bocciatura. Se però si fossero intravisti i vantaggi elencati fin qui, si sarebbe potuto optare per un’introduzione graduale, come già avvenuto in diversi Paesi europei. In Francia l’estensione dei congedi di paternità è stata introdotta progressivamente, e lo stesso in Spagna, dove l’ampliamento del sistema dei congedi parentali è passato attraverso varie tappe fino ad arrivare alle attuali 19 settimane complessive.
«La domanda di avere più tempo da dedicare alla cura è diffusa sia fra i padri che tra le madri, ma le mamme sono quelle che usano di più le misure di conciliazione offerte dalle aziende (principalmente il part time). La domanda di congedi meglio retribuiti ed estesi anche per i padri, preferibilmente di durata uguale, è diffusa sia fra uomini che fra donne», spiega Annina Lubbock, con riferimento alla necessità di assecondare un cambiamento già in atto: sempre più padri vogliono passare il giusto tempo con i propri figli.
«Non esiste un modo maschile o femminile di stare con un bambino: esiste piuttosto chi passa molto tempo con lui e chi ne passa poco», conclude Alessandro Volta.
Parecchi comportamenti che siamo abituati a considerare innati, come l’empatia per le femmine e l’aggressività per i maschi, sono appresi precocemente attraverso l’ambiente sociale. Inoltre, il modo in cui veniamo cresciuti determina, almeno in parte, quello in cui concepiremo noi stessi una volta adulti. In Italia abbiamo ancora difficoltà ad accettare l’idea di un bambino maschio che gioca con un passeggino, e questo va di pari passo col fatto che facciamo fatica a immaginare uomini adulti che si astengano dal lavoro per crescere i propri figli.
Dopo una bocciatura come quella dei congedi paritari, l’esercizio da fare è proprio questo: cercare di andare oltre gli stereotipi di genere in cui viviamo immersi per ricordarci che tutte le persone adulte che partecipano alla crescita di un bambino hanno il diritto di costruire con lui o con lei una relazione, indipendentemente dal loro sesso. E che i bambini e le bambine, la cui sopravvivenza dipende dall’esistenza di un legame di attaccamento con gli adulti che li accudiscono, a loro volta hanno diritto di beneficiare di quel legame, appieno e dal giorno zero.





