Questo intervento è motivato dal quasi totale silenzio degli accademici italiani rispetto al prossimo referendum sulla giustizia, che preoccupa come cittadino, ma anche proprio come accademico. La scelta referendaria del prossimo 22-23 marzo, dovrebbe essere evidente, non riguarda solo la separazione delle carriere e un pasticcio sugli organi di governo della magistratura, cosa già abbastanza grave in sé, ma è ispirata all’obiettivo ultimo di sottomettere la magistratura al governo in carica.
A mio avviso, però, ha una coerenza ancora più ampia, con una nozione di primato del governo, cioè del capo, su ogni altra istituzione pubblica, benché in Italia sia costituzionalmente autonoma, incluso l’insegnamento e la ricerca. È un progetto che accomuna molti paesi, che a rischio di un ossimoro potremmo chiamare “autoritario liberista”. Liberista all’estremo a livello economico e autoritario a livello politico.
Il controllo della magistratura e dell’accademia (oltre che della stampa, ma in Italia c’è poco che rimane da controllare…) è parte di un progetto di superamento dei sistemi autenticamente “liberal-democratici”, fondati sui check-and-balance tra poteri dello Stato e sulle limitazioni al potere politico, anche quando eletto dal popolo (cioè da una maggioranza dei suoi votanti). Questo è uno zeitgeist forse ormai dominante dagli USA all’Italia a Israele… per non parlare di posti come l’Argentina, dalle cui parti la costituzione democratica non è mai stata molto di casa.
Non voglio dare nessun nome a questa deriva. Vorrei semplicemente invitare il lettore a leggere Il fascismo eterno (Ur-Fascismus) di Umberto Eco (edito da La nave di Teseo). La legittimazione popolare della leadership politica diventa l’equivalente odierno di una sorta di “legittimazione divina” del capo, rispetto al quale ogni altro autonomo potere è un disturbo o un ostacolo.
Sto esagerando? Credo di no. In alcuni paesi come gli Usa, questo si realizza attraverso espliciti diktat radicali (in un sistema nel quale peraltro la giustizia non è precisamente indipendente, ma nel quale anche alcuni dei nominati politici dimenticano di mantenere un pizzico di dignità). In altri paesi, come il nostro, questo processo avviene più subdolamente, e per certi versi in modo ancora più pericoloso, a passi progressivi. Si comincia con una “riforma” apparentemente marginale del funzionamento della magistratura, ma che allude ad un controllo più generale – comunque reso esplicito dopo una certa ora del giorno con l’aiuto degli spritz –.
Una magistratura controllata dal governo rende l’azione penale discrezionale, de facto se non de jure, con fattispecie di reati che hanno la priorità e altri che vengono in realtà depenalizzati, rendendo alla fine alcune categorie di soggetti – i politici e i loro amici – legibus soluti.
Con l’insegnamento e la scienza è ancora più facile perché bastano decreti ministeriali o al massimo leggi ordinarie. Si comincia con ballon d’essai provocatori, come quel consigliere ministeriale che suggerisce che «dato che il governo ci mette i soldi, deve anche indirizzare cosa fare e cosa insegnare», alla faccia della Costituzione. Credo che accada “per vedere l’effetto che fa”. Di fronte a qualche piccolo vagito accademico di rigetto, allora il governo “ripiega” (?) su piani più modesti (?) di controllo dell’ANVUR, l’organismo di valutazione, e di ulteriore riduzione del potere di autogoverno dei docenti universitari. E i timidi obiettori dichiarano vittoria, un po’ al rovescio del detto leninista, due passi indietro e uno avanti.
E così l’erosione delle autonomie continua, accompagnata da una progressiva riduzione delle risorse in termini reali allocati alle istituzioni pubbliche, e a una sponsorizzazione esplicita delle università telematiche (cioè al monumento all’analfabetismo). E l’operazione è facilissima per l’educazione primaria e secondaria pubblica, con riduzione delle risorse, impauperimento e precarizzazione dei docenti, intromissione nei programmi di insegnamento, aumento dei bonus per l’insegnamento privato.
Cioè, in sintesi il disegno è il controllo “politico” (cioè di chi comanda) su quello che rimane di pubblico e l’ampliamento delle attività lasciate al mercato. È importante notare che tutto questo è parte, a nostro avviso, di uno zeitgeist più generale, che va molto oltre i disegni espliciti di una nuova classe dirigente riemersa da un passato che si credeva dimenticato per sempre. È parte di una pulsione verso il “disciplinamento”, la normalizzazione, che va ben oltre i desiderata di coloro che questa nostra preziosa Costituzione non l’hanno mai digerita fino in fondo.
Proprio per questo è urgente stimolare quegli anticorpi sociali che collegano direttamente la nostra indipendenza come accademici alla difesa generale della democrazia costituzionale come noi la conosciamo. Mi auguro semplicemente che gli intellettuali per una volta svolgano la funzione di consapevolezza critica che loro spetta.






