Non è solo una sensazione: l’abbraccio è un comportamento sociale diffuso e i suoi effetti positivi hanno basi fisiologiche concrete. Ma cosa comporta nell’immediato? Sembra scontato, ma abbracciarsi genera una variazione di temperatura, e in particolare, il calore. Una recente review pubblicata su Trends in Cognitive Science invita infatti a guardare oltre il semplice contatto fisico, mostrando come la termocezione (ossia la percezione della temperatura da parte della nostra pelle) possa influenzare il modo in cui percepiamo il nostro corpo. 

Se sono ben consolidate le conseguenze evolutive, funzionali e fisiologiche della termocezione, non sono per nulla esplorate quelle cognitive. Laura Crucianelli e Gerardo Salvato guidano questa revisione, evidenziando come le variazioni di temperatura consolidino la percezione del sé, ovvero la consapevolezza che il corpo – o una sua parte – ci appartengono. 

Queste variazioni includono il freddo, come la sensazione di dita ghiacciate che proviamo in inverno senza guanti, e soprattutto il caldo: l’abbraccio genera calore, che è uno dei primi segnali di sicurezza che riceviamo, fin dal grembo materno. Un’alterata percezione corporea caratterizza disturbi alimentari, ansia, depressione, ma anche alcune conseguenze di un ictus cerebrale, in seguito alle quali non si riconosce una parte del corpo come propria. 

L’attivazione dell’asse pelle-cervello

In particolare, il contatto fisico caloroso (ossia percepito come non minaccioso, e all’interno di un contesto relazione) stimola sia recettori termosensibili, che rilevano la temperatura della fonte del contatto e si trovano nella pelle di mani e piedi (detta glabra), sia le fibre C-tattili, che ne identificano l’intenzione affettuosa e si trovano nel resto del corpo (pelle pelosa): sono infatti sensibili a tocchi delicati e trasmettono sensazioni gratificanti e piacevoli. 

La loro attivazione invia segnali alla corteccia insulare, regione del cervello dedicata all’interocezione, che integra quindi le sensazioni interne del corpo (come battito, respiro, sensazioni viscerali) alle emozioni: si tratta di un’area che, oltre a registrare lo stimolo, lo associa alle sensazioni emotive interne, supportando la consapevolezza corporea ed emotiva. Il segnale integrato di calore e affetto, quindi, favorisce una lettura più regolata dei segnali interni del corpo da parte della corteccia insulare: l’abbraccio, aumentando il senso di appartenenza al corpo, stimola quindi il senso di sicurezza e la regolazione affettiva. 

Evidenze fisiologiche

Il gruppo di ricerca integra i risultati di diversi studi e articoli precedenti che, visti sotto questa nuova luce d’insieme, sostengono un’idea coerente: la termocezione non serve solo alla termoregolazione, ma anche alla nostra consapevolezza e percezione corporea. 

La review spiega il ruolo dei termorecettori sopracitati all’interno dell’omeostasi: da un lato, questi supportano il sistema di termoregolazione centrale, che contrasta le oscillazioni di temperatura interne tramite risposte fisiologiche (come la vasocostrizione e la vasodilatazione) e comportamentali (come mettersi o togliersi un cappotto). Dall’altro, grazie all’intervento delle fibre C-tattili, nella corteccia insulare la termocezione è accompagnata da sensazioni affettive, che si traducono in comfort o disagio associato alle diverse temperature percepite. Si evidenzia quindi come l’interazione tra interocezione e termocezione ponga le basi per la percezione del senso di sé come unitario e attivo nel mondo esterno; e come questo processo sia attivato da una variazione di temperatura, come il calore di un abbraccio.  

Evidenze sperimentali: le illusioni multisensoriali

Lo studio cita anche studi precedenti che manipolano sperimentalmente il senso di proprietà del corpo, associandoli alla temperatura. Per esempio, sono stati sperimentati su persone sane diversi paradigmi di illusione: quello della ‘mano di gomma’ prevede che i partecipanti pongano la propria mano nascosta alla vista e allineata con una mano di gomma, invece visibile. In seguito a una stimolazione tattile sincrona sulle due mani, i partecipanti hanno sperimentato la sensazione del tatto sulla mano di gomma, percependola come propria. Paradigmi di illusione simili sono stati studiati su tutto il corpo (l’illusione del “corpo intero”), e su entrambe le mani (l’illusione della “scatola dello specchio”). Studi successivi hanno anche misurato una diminuzione di temperatura nella parte del corpo che sperimenta l’illusione. 

Questi test evidenziano una correlazione tra senso di proprietà del corpo e termocezione: per esempio, nel paradigma della mano di gomma, se si tocca la mano nascosta del partecipante con un oggetto caldo, e il partecipante vede questo oggetto, il cervello riceve stimoli congruenti (visione dell’oggetto caldo – sensazione di calore), e in questo modo si può rafforzare l’illusione: la temperatura non è quindi solo uno stimolo periferico, ma ha un ruolo attivo nel processo con cui il cervello costruisce la rappresentazione del proprio corpo. 

Queste sperimentazioni sono state effettuate anche su popolazioni che soffrono di disturbi clinici, come ictus, disforia dell’integrità del corpo e anoressia nervosa: questi dimostrano che, quando la consapevolezza della proprietà del corpo è compromessa, risulta alterata anche la percezione termica cutanea. 

Autori e autrici non nascondono comunque la presenza di incongruenze tra i risultati delle diverse sperimentazioni, focalizzandosi però su una problematica comune a queste criticità: la mancanza di una standardizzazione univoca del procedimento sperimentale. 

Possibili applicazioni future

Comprendere il ruolo dei segnali termici nella costruzione della percezione del sé ha implicazioni molto promettenti in diversi ambiti clinici: dalla riabilitazione neurologica in pazienti che presentano un’alterata percezione corporea, fino alla realizzazione di protesi che, trasmettendo sensazioni di caldo e freddo agli amputati, ne favoriscono l’accettazione. Questi studi possono anche migliorare le politiche di salute sul lavoro (per esempio per persone che lavorano ad alte temperature, come i vigili del fuoco) e i piani di adattamento ai cambiamenti climatici attuali. 

Non solo la percezione del sé

Una rappresentazione corporea solida è quindi favorita da variazioni di temperatura: il calore è una conseguenza immediata del contatto fisico, in particolare degli abbracci, soprattutto grazie all’interazione tra i termorecettori e le fibre C-tattili. I loro benefici, tuttavia, non si limitano solo all’interocezione

Gli abbracci si inseriscono all’interno di una forma di contatto detta “sociale”, che umani e animali scambiano in situazioni sociali per comunicare qualcosa: comprende anche baci, carezze e strette di mano. Questi comportamenti hanno effetti specifici sui nostri ormoni: in particolare, determinano una diminuzione dei livelli di cortisolo, “l’ormone dello stress” (in particolare per le donne), e un rilascio di ossitocina, che ha un effetto rilassante e a sua volte media la concentrazione di dopamina, la quale interviene nei sistemi di ricompensa del cervello. 

Viste queste conseguenze ormonali positive, e in particolare la riduzione degli ormoni dello stress, gli abbracci hanno un effetto protettivo sulla nostra salute. Studi precedenti, infatti, mostrano come abbracci più frequenti rafforzino il sistema immunitario: sono infatti associati a una riduzione della suscettibilità alle infezioni respiratorie date dallo stress, come il raffreddore. Inoltre, c’è una correlazione negativa diretta tra gli abbracci e il livello di molecole infiammatorie nella saliva: all’aumentare dei primi, diminuiscono le seconde. Abbracci frequenti sono quindi associati a un abbassamento del livello di infiammazione generale nel corpo.

E non siamo gli unici

L’abbraccio – e, più in generale, le diverse forme di aggregazione sociale – sono comportamenti comuni all’interno del regno animale: tra i nostri parenti più stretti si abbracciano per esempio gli scimpanzé, i bonobo, i gibboni e le scimmie ragno. Inoltre, gli animali presentano anche i face hugs, un tipo di abbraccio che prevede che due individui avvicinino i loro visi per sfregare le guance le une contro le altre. È un comportamento che caratterizza le scimmie ragno, ma anche elefanti e uccelli. 

Entrambi i tipi di abbracci determinano il rilascio di ossitocina, che anche nelle altre specie riduce lo stress: l’abbraccio negli animali avviene spesso in seguito a un conflitto, come forma di conforto. Questo rappresenta un vantaggio evolutivo, dato che determina un rafforzamento dei legami sociali: per esempio, se una scimmia viene abbracciata da un’altra dopo aver perso un combattimento, il legame tra le due è più forte, e se nel futuro la seconda scimmia avrà bisogno di supporto, è più probabile che lo riceverà. 

Anche tra le altre specie torna poi torna il tema della temperatura, dato che gli abbracci rappresentano una forma di termoregolazione che protegge dalle temperature più fredde, soprattutto per gli individui giovani: molti animali praticano forme di aggregazione sociale per conservare calore. Ne è un esempio il pinguino imperatore, che a basse temperature si riunisce in gruppi di numerosi individui stretti uno all’altro.

La funzione termoregolatrice del calore è centrale anche nella pratica della Kangaroo Mother Care (KMC): consiste nel mantenere il contatto prolungato pelle-pelle tra neonato e genitore, ed è utilizzata per ridurre la mortalità infantile data dall’ipotermia. Si tratta di una tecnica enormemente utilizzata nei bambini nati prematuri, che prende ispirazione dalle cure parentali nei canguri: il cucciolo nasce estremamente prematuro, striscia sulla pelliccia della madre finché non trova il marsupio e da lì può iniziare a succhiare il latte materno, terminando di crescere. 

È evidente quindi il ruolo degli abbracci nel nostro benessere soggettivo, confermando così la nostra natura profondamente sociale e relazionale; caratteristica che condividiamo con molte altre specie e che ci ricorda che non siamo individui isolati dalla natura, ma parte di una comunità di relazioni ed individui che ci protegge e sostiene.