Negli ultimi mesi il precariato nella ricerca pubblica è tornato al centro del dibattito politico grazie alla mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Una mobilitazione che mette in luce la fragilità strutturale del sistema della ricerca italiana, cronicamente sottofinanziato e incapace di garantire percorsi di stabilizzazione adeguati a chi da anni ne sostiene il funzionamento quotidiano. Si tratta di una questione che riguarda direttamente la capacità del Paese di fare ricerca competitiva a livello europeo e non disperdere un capitale umano formato con risorse pubbliche.

Il caso del CNR è paradigmatico: il più grande ente pubblico di ricerca italiano funziona oggi grazie a una quota rilevantissima di lavoro precario, in un contesto di sottofinanziamento cronico che rende strutturale ciò che dovrebbe essere eccezionale. Le leggi di bilancio 2024 e 2025 hanno introdotto alcune misure, frutto diretto della mobilitazione, ma lasciano irrisolti i nodi fondamentali.

I numeri del precariato al CNR: un problema strutturale, non transitorio

Per comprendere la portata della questione è necessario partire dai dati. Secondo il Piano di Fabbisogno del Personale del CNR, al 31 dicembre 2024 l’ente contava circa 9.300 dipendenti tra tempo indeterminato e tempo determinato. A questi si affianca una platea ampia di lavoratori con contratti cosiddetti flessibili — assegni di ricerca, borse, collaborazioni — che non rientrano nell’organico formale, ma svolgono attività di ricerca continuative e centrali per il funzionamento degli istituti.

I dati amministrativi parlano di 1.227 lavoratori a tempo determinato, oltre 550 dei quali con più di tre anni di anzianità e quasi 300 con oltre cinque anni. A questi si aggiungono circa 1.700 lavoratori con contratti flessibili. Sommando queste due componenti, i precari formalmente in servizio superano le 2.900 unità. Tuttavia, questo dato sottostima ampiamente la realtà: non include chi ha lavorato per anni al CNR con contratti nel frattempo scaduti, né tiene conto dei periodi di precariato maturati in altri enti pubblici di ricerca o università.

Considerando anche questi elementi, il numero complessivo di persone che negli ultimi anni hanno lavorato in condizioni precarie al CNR può essere stimato in circa 4.000 unità. In molti istituti i precari rappresentano oltre il 40% del personale. I dati estratti dal Piano di Fabbisogno evidenziano inoltre che, se si considera il solo personale a tempo determinato, almeno 525 dipendenti hanno una anzianità di servizio superiore ai 3 anni. Non si tratta quindi di personale “in formazione” o temporaneamente inserito nei gruppi di ricerca, ma di lavoratori e lavoratrici che da anni contribuiscono in modo organico e strutturale alle attività scientifiche dell’ente.

Questo precariato non è frutto di una contingenza recente, ma dell’assenza di concorsi di dimensioni adeguate al fabbisogno dell’ente: l’ultimo concorso di portata significativa risale infatti al 2018, mentre le procedure avviate negli anni successivi sono state numericamente marginali rispetto all’accumulo di precariato. Questa mancanza risulta essere particolarmente preoccupante alla luce dell’investimento effettuato con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che ha portato un nuovo bacino di lavoratori precari all’interno dell’ente e ha permesso di avviare ulteriori progetti. Senza garantire la continuità lavorativa e progettuale a lungo termine, l’investimento del PNRR rischia di perdersi per l’imminente scadenza dei contratti e il conseguente depauperamento del capitale umano accumulato. 

La legge Madia e la legge di bilancio 2024: un primo passo, non la soluzione

È in questo contesto che va letta la legge Madia, spesso fraintesa nel dibattito pubblico. La norma nasce esplicitamente per tamponare l’abuso di contratti flessibili nella pubblica amministrazione, più volte sanzionato anche a livello europeo, e per sanare situazioni di precariato storico. Non è uno strumento per assumere personale in formazione, ma per riconoscere e stabilizzare chi già lavora da anni in modo continuativo nell’ente.

La legge distingue due principali percorsi. Il comma 1 prevede la stabilizzazione diretta del personale assunto a tempo determinato che abbia già superato almeno una procedura concorsuale pubblica. Il comma 2, invece, riguarda chi ha maturato l’anzianità richiesta esclusivamente attraverso contratti parasubordinati (come assegni di ricerca e co.co.co.) e prevede per questi lavoratori l’apertura di procedure concorsuali riservate per una quota dei posti messi a bando.

Nel caso del CNR, molti dei lavoratori che rientrano in questi percorsi sono stati selezionati più volte tramite concorsi a tempo determinato, hanno coordinato linee di ricerca, scritto progetti competitivi, prodotto pubblicazioni e brevetti. Dopo anni di attività continuativa, svolgono di fatto funzioni strutturali all’interno dell’ente, al pari del personale strutturato a tempo indeterminato. La loro stabilizzazione non rappresenta una deroga al merito, ma il completamento di un percorso di selezione già avvenuto.

La mobilitazione dei Precari Uniti del CNR, supportata dalle organizzazioni sindacali FLC CGIL, FIR CISL e UIL Scuola RUA, ha prodotto un primo risultato concreto con la legge di bilancio 2024, che ha stanziato risorse dedicate alle stabilizzazioni: circa 9 milioni di euro per il 2025, 12,5 milioni per il 2026 e 10,5 milioni a regime dal 2027. Questi fondi consentono di avviare il processo di stabilizzazione per circa 180 lavoratori.

Nel mese di ottobre 2025 è stata avviata una manifestazione di interesse rivolta al personale rientrante nel comma 1 della legge Madia. La valutazione delle domande è ancora in corso, ma dalle informative presentate dalla dirigenza del CNR emerge che tra 470 e 680 domande risultano potenzialmente ammissibili in base ai requisiti. A fronte di questi numeri, la capienza finanziaria appare chiaramente insufficiente.

Ancora più grave è il fatto che per i lavoratori rientranti nel comma 2 non sia stato avviato alcun bando di concorso riservato, nonostante la legge lo preveda esplicitamente. Una parte rilevante del precariato storico resta quindi, allo stato attuale, completamente esclusa da qualsiasi percorso di stabilizzazione, situazione che amplifica una discriminazione già esistente ab initio con le forme contrattuali lavorative di parasubordinazione, a parità di attività concrete e lavoro svolto.

La legge di bilancio 2025 e l’emendamento Lotito: perché non basta

La legge di bilancio 2025 non ha rafforzato in modo significativo questo percorso. In particolare, l’emendamento Lotito è stato presentato come una risposta al precariato legato ai progetti PNRR, ma mostra limiti strutturali evidenti.

L’incremento del Fondo Ordinario per gli Enti di Ricerca (FOE) previsto dall’emendamento — poco più di 8 milioni di euro — deve essere ripartito tra tutti gli enti pubblici di ricerca. Anche ipotizzando una quota rilevante per il CNR, l’impatto occupazionale sarà marginale. Infatti, la misura consente concorsi riservati al personale in servizio a tempo determinato alla data del 30 giugno 2025, che abbia maturato almeno 2 anni di anzianità nell’ambito dei progetti PNRR. Dalla relazione tecnica di accompagnamento all’emendamento si evince che questi requisiti  sono posseduti solamente da circa 156 unità di personale del CNR (secondo quanto comunicato dall’Ente stesso al Ministero), perché la maggior parte degli assunti su progetti PNRR non ha maturato i requisiti temporali, spesso a causa di ritardi burocratici nell’attivazione dei contratti, incluso personale con molti anni di contratti parasubordinati e/o subordinati. Tenendo conto dell’entità delle risorse stanziate, il numero di assunzioni sarà pari a poche decine di unità, comunque molto minore del numero degli idonei.

L’emendamento Lotito, quindi, non affronta il precariato storico del CNR e non si integra in modo coerente con la legge Madia. Rischia anzi di produrre nuove disparità tra lavoratori che svolgono le stesse attività, rafforzando un approccio emergenziale e frammentato, anziché una strategia strutturale, che, oltre a penalizzare le persone, penalizzerà anche alcune linee di ricerca, che non saranno più sviluppate

Competitività scientifica e sottofinanziamento: il nodo politico centrale

Tutto questo si inserisce in un quadro più ampio: l’Italia investe in ricerca e sviluppo circa l’1,3% del PIL, contro una media europea superiore al 2,2% e valori ben oltre il 3% nei Paesi più sviluppati scientificamente e tecnologicamente. Questo sottofinanziamento si riflette direttamente sugli organici degli enti di ricerca.

Il CNR si confronta quotidianamente con istituzioni omologhe come il CNRS francese o il Max Planck tedesco, che dispongono di un numero di ricercatori strutturati circa triplo. Eppure, normalizzando la produzione scientifica per il numero di ricercatori, il CNR risulta secondo in Europa per produttività scientifica. Un dato che evidenzia il paradosso italiano: un ente estremamente produttivo che opera in condizioni di svantaggio strutturale, colmato solo grazie a un ricorso sistematico del lavoro precario.

Continuare su questa strada significa compromettere la competitività del sistema pubblico della ricerca italiano e disperdere un capitale umano formato con ingenti risorse pubbliche. Le misure introdotte nelle ultime leggi di bilancio rappresentano un primo passo, ma senza un investimento strutturale e pluriennale sul personale rischiano di restare interventi tampone e improduttivi
La mobilitazione dei precari del CNR ha dimostrato che il tema può essere portato all’attenzione politica. Ora la sfida è trasformare segnali episodici in una strategia coerente, capace di riconoscere che la stabilità del lavoro nella ricerca non è un costo, ma una condizione necessaria per la competitività scientifica ed economica del Paese.