C’è un piccolo teatro, in una piccola via della periferia nord di Milano, che ha scelto di fare qualcosa di grande. Tra il 12 e il 22 febbraio 2026, il Teatro della Cooperativa di Niguarda ha portato in scena M(Other), lo spettacolo di Rossella Fava dedicato alla Gestazione Per Altri (GPA). Renato Sarti, attore, regista e fondatore dell’associazione culturale che gestisce il teatro, ha detto di sì a un progetto a cui Fava si dedicava dal 2019, quando si era imbattuta nel tema quasi per caso. Sei anni di ricerca, scrittura e sperimentazione in piccoli circoli culturali hanno portato a questo momento: quello in cui a Milano si è cercato di colmare la lacuna culturale attorno alla GPA, grazie all’intuito e al coraggio della coppia Fava-Sarti.

Un momento storico non trascurabile

La gestazione per altre persone, tecnica di procreazione medicalmente assistita che consente una gravidanza per conto di altri, è stata dichiarata reato (quasi) universale in Italia il 16 ottobre 2024. Era però già vietata dalla Legge 40 del 2004 e, anche a causa della scarsa conoscenza degli studi scientifici sul tema, è stata sempre percepita con timore.

«Chiusa in casa durante il Covid, ho avuto il tempo di dedicarmi a fondo allo studio per questo spettacolo», racconta Rossella Fava. Un periodo non solo di preparazione, ma anche di premi e riconoscimenti. E ostracismo. «Tutti dicevano che il testo era bello e importante, ma nessuno si è assunto la responsabilità di produrlo o curarne la regia. Ho continuato la mia ricerca, ma è stata una grande fatica».

La stessa fatica dei genitori intenzionali, quando la GPA diventa l’unica possibilità, sembra risuonare nel percorso di Fava: il bisogno di essere ascoltati si scontra con l’assenza di interlocutori. «La solitudine di quei genitori», continua, «è la solitudine di noi artisti: Tutto ciò che affronta Silvia per diventare madre, l’ho visto nel teatro: ostracismo, attacchi da ogni parte. Poi, per fortuna, ho incontrato Renato Sarti, che ha sempre scelto la libertà come senso del fare teatro».

La banalità del bene – Carmela

Io non sono tua madre, levatelo dalla testa, io sono una baby-sittern e una figlia ce l’ho, ce l’ho già. Si chiama Lucia. L’idea sì. Sono stata io. Ci incontravamo sempre con tua madre, lì dove lavoro. Io facevo pausa sigaretta e lei mi raccontava la sua storia, a puntate. E un giorno nella mia testa tutto quadrava, mi faccio coraggio e glielo dico a tua madre: “Te lo faccio io un figlio”.

Ecco chi ci portiamo a casa dal nostro posto numerato al Teatro della Cooperativa: Carmela, la donna che sceglie di partorire la figlia che Silvia crescerà. «Sugnu sana come un pisci friscu», dice, indicando cuore e testa. In una rappresentazione che intreccia italiano e siciliano prende forma il ritratto di una donna che, come spiega Rossella Fava, «è la più sana di tutte: non volevo rappresentarla come costretta o fragile. Carmela ha un’identità fortissima».

In un contesto culturale in cui le gestanti per altri restano inascoltate e allo stesso tempo vengono raccontate come figure passive, vedere Carmela al centro della scena ha un effetto liberatorio. È diretta, concreta, consapevole: propone, decide, stabilisce lei i termini. Pane al pane, vino al vino: è una persona, prima di tutto. Ed è proprio questo il primo merito di M(Other): restituire concretezza a una figura che il dibattito pubblico vorrebbe astratta. Con Carmela, la GPA torna a essere semplicemente una delle possibili relazioni tra individui, fatta di scelte, limiti e negoziazioni: tutto gestito alla pari da gestanti e genitori intenzionali. Perché una persona scelga di partorire per altri, nel nostro Paese — dove la maternità resta perennemente intrappolata nelle note di una canzone romantica — è un interrogativo a cui quasi nessuno (Serena Marchi pioniera) ha provato a rispondere davvero: si è parlato di tutto tranne di ciò che le gestanti avrebbero da dire. Il coraggio di Fava e Sarti sta nel dare voce a Carmela con un candore che ogni progetto genitoriale meriterebbe.

Gae! Oggi all’ecografia Silvia m’ha detto che il mio e il tuo è un atto d’amore! Io c’ho detto “No no no no patti chiari e amicizia lunga: il mio è un atto d’amore ma anche il tuo lo è. Qua non c’è nessuno che fa favori a nessuno. E a me interessa solo che amiate questo bambino sopra ogni cosa e che siete due persone per bene in grado di essere genitori, bravi genitori sopra ogni cosa, siete in grado? Dopo di che non ne voglio sapere niente di niente.

C’è un patto tra due donne consapevoli: non si compie alcun sacrificio unilaterale ma si esercita una responsabilità condivisa. In una società in cui la genitorialità è ancora carica di aspettative morali, e dove “fare figli è bello” solo finché si riesce a farli spontaneamente, è proprio questa restituzione di verità a farci tornare a casa sollevati: Carmela non teorizza, agisce. Per empatia, per necessità concrete e con la lucidità di chi sa perfettamente cosa sta scegliendo.

«Quante maniere esistono per aiutare gli altri donando una parte di sé?», si chiede Marco Annoni in La felicità è un dono, riflettendo su pratiche come la donazione di sangue o quella samaritana per un organo, generalmente riconosciute come legittime e ammirevoli se libere e consapevoli. Eppure, quando il dono passa attraverso la gravidanza, come nella GPA, questo schema si incrina. Non si tratta di una rinuncia permanente, ma di una disponibilità temporanea del corpo all’interno di un accordo: e allora perché questa scelta appare meno accettabile? Sicuramente facciamo ancora fatica a riconoscere l’infertilità come una condizione che merita una cura, piuttosto ci sembra un destino da accogliere, e ad accettare che la genitorialità possa nascere anche da una cooperazione tra persone, pensiamo invece debba essere un merito individuale. Carmela arriva a mettere in discussione queste categorie: decide spontaneamente e consapevolmente di aiutare Silvia e, proprio per questo, obbliga lo spettatore a interrogarsi.

L’infertilità è una patologia – Silvia

Quindi deve esistere il diritto di curarsi.

Nel momento della serata in cui finalmente si è decisa ha aggiunto “Sono incinta, aspettiamo un bambino”. Monica è alla terza gravidanza. Io? Io e Paolo ci abbiamo provato per tre anni. Il primo anno l’abbiamo fatto ovunque e almeno ogni giorno. Negli altri due, in ogni clinica con i migliori specialisti e soldi su soldi su soldi… esami, punture di ormoni, prelievi ovocitari, primo, secondo, terzo transfer embrionale. Tre anni con un responso sempre uguale. “Amore, ordiniamo il secondo?”. Paolo me lo chiede come uno schiaffo, come di chi vorrebbe dire “amore, controllati, si vede tutto”. […] “Li interrompo – Il mio utero è inospitale. Rifiuta le gravidanze.” “E l’adozione?” dice Monica. “E l’alternativa?”. In Italia non se ne può parlare. Si chiama… “Utero in affitto – bisbiglia Monica – Vai in Ucraina, scegli una donna… […]”. “Poverine” aggiunge il marito, “dicono lo facciano per senso di responsabilità, amicizia, amore, solidarietà, alla fine è per soldi. Io non giudico eh! Fare figli è importante, però un figlio non lo puoi prenotare come su Amazon. Forse è meglio prima svuotare gli orfanotrofi del mondo. Forse una cosa contro natura, forse un accanimento, un’ossessione, forse… Io non lo farei mai”. È lì, con il polso dell’insindacabile che svuoto il bicchiere di vino in faccia al marito di Monica, e lascio Paolo, Monica e il marito e la carne lì sul piatto, tutti a freddare.

Quando l’infertilità compromette la qualità della vita, diventa una condizione patologica. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la definisce come assenza di concepimento dopo 12–24 mesi di rapporti non protetti. M(Other) ci fa sedere a tavola con Silvia e dentro il suo frullatore emotivo, quello che conosce solo chi, nella partita della riproduzione, pesca la pagliuzza più corta. Ma ci mette anche di fronte alle nostre reazioni: quanto spesso, davanti al dolore altrui, rispondiamo con giudizi invece che con una semplice domanda “Come stai?”. Per secoli l’infertilità è stata letta come problema sociale più che medico. Solo nel momento in cui viene finalmente ricondotta a cause biologiche, si sposta lo sguardo: da colpa a condizione che richiede assistenza. Le strutture sanitarie tengono il passo; la società invece è ancora ferma al giudizio morale.

E la GPA? Rientra tra le “tecnologie ibride” descritte da Laura Mamo: pratiche in cui il concepimento diventa un processo consapevole e pianificato, e la genitorialità un percorso costruito nel tempo. Coinvolge più attori: gestanti, donatrici, personale medico, genitori intenzionali, e richiede diversi livelli di mediazione. Liberiamoci della parola “capriccio”, quindi, qui si parla di determinazione: non diversa da quella di chi pianifica rapporti a scopo fecondazione con calendario e orologio alla mano. Vale ricordarlo ai tanti “mariti delle Moniche”: perché riconosciamo la forza di chi magari affronta un trapianto e non quella di chi lotta contro l’infertilità? Nata per rispondere all’impossibilità di portare avanti una gravidanza, la GPA è oggi riconosciuta dall’OMS come tecnica di sostegno alla riproduzione e può rappresentare un’opzione terapeutica per esempio in caso di sindrome di Rokitansky, cioè di assenza di utero. Spiazzante, di primo acchito, la scelta di M(Other) di raccontare una GPA in cui donatrice e gestante coincidono (non la norma oggi). Ma Fava ha le idee chiare: la donazione di gameti consente di ribadire che la biologia non definisce il legame genitore-figlio; la GPA “tradizionale” permette forse di mostrare la spontaneità di Silvia e Carmela: nessun mediatore, solo la loro scelta.

Fare un figlio con la GPA significa realizzare il processo riproduttivo al di fuori dei corpi che cresceranno il bambino. Significa seguire un progetto genitoriale desiderato e pianificato ma lungo un percorso complesso, fatto di procedure, tempi disallineati e incertezze, in cui fallimenti e cambi di rotta sono una costante nel cammino. Proprio da questa complessità nasce la ricchezza che contraddistingue la GPA quando viene realizzata alla luce del sole: un intreccio di relazioni tra donatrici, gestanti e genitori intenzionali. Si costruisce un legame simbolico ed emotivo, gli antropologi parlano di “misteriosa efficacia della relazionalità”, che ruota attorno all’esperienza straordinaria della nascita di un bambino.

Il racconto trasparente – Sophie

Generare un figlio significa anche costruire per lui o lei fin da subito una storia chiara e coerente, capace di ricongiungere il bambino alle relazioni che hanno reso possibile la sua nascita. Una storia trasparente, radicata nel reale, fatta di decisioni, emozioni e desideri, per una narrazione accessibile e completa che riconosca il contributo di ciascuno e renda il concepimento un racconto condivisibile.

Sophie non gode di questo privilegio:

Quando te lo dico? A che età devo… quando avrai otto-nove anni, quattordici, venti? E come te lo dico? Ti dirò: “Una stella ti ha portata da me”. No, orribile. Ti dirò, ti dirò, ti dirò “Una donna mi ha aiutata a farti nascere!”

M(Other) definisce con precisione il patto tra due donne, che è alla base di qualunque GPA ben regolamentata: è fatto di motivazioni, responsabilità, reciprocità. Sophie rappresenta invece ciò che in Italia, tra divieti e sanzioni, viene messo a rischio: il diritto dei figli a conoscere le proprie origini fin da subito. Un errore già visto nelle adozioni, quando la verità arrivava tardi e causava traumi. Oggi il clima di paura intorno alla GPA rischia di portare le famiglie a rimandare o sospendere il racconto delle origini, come se dai genitori adottivi non avessimo imparato nulla.

Mia madre mi disse che le sarebbero rimasti pochi mesi di vita e che non era stata lei a partorirmi. Durante quell’anno ho conosciuto Carmela. Ho odiato mia madre e poi l’ho amata di nuovo. E poi l’ho persa. Ho avuto solo un anno per rimettere insieme i pezzi di questa storia. La mia, la sua, la loro, la nostra. Ho le mani di Carmela. “Se potessi tornare indietro lo rifarei”, e rideva, rideva. Mamma tu piangevi. Adesso so quanto mi hai voluta e desiderata e amata sopra ogni cosa. E da quando te ne sei andata Mà, ho smesso di chiedermi ogni come, quando e perché. Sono nata e basta.

Studi recenti, come quello longitudinale del 2023 di Susan Golombok, mostrano che ciò che conta, per l’equilibrio famigliare, non è il legame biologico o gestazionale, ma la qualità delle relazioni. Famiglie nate da donazione di gameti o da GPA presentano livelli simili di benessere psicologico e qualità relazionale rispetto alle altre, laddove si garantisce ai figli la stessa spontaneità nel racconto di cui beneficiano le persone nate da concepimento spontaneo. Oggi molte persone nate da GPA sono adulte e raccontano la propria esperienza: non ricordano come sono nate, né vogliono che questo sia il principale argomento di discussione a tavola. Siamo nate, dicono, e siamo semplicemente felici che sia andata così.

Sipario

«La prima volta che ho sentito Rossella leggere M(Other)», racconta Renato Sarti, «mi ha colpito la bellezza del testo e il fatto che, pur già premiato, fosse passato inosservato. L’abbiamo prodotto per la delicatezza con cui sono tratteggiati i personaggi: puro artigianato teatrale. Che il tema sia scottante per noi è secondario: al Teatro della Cooperativa abbiamo sempre lavorato su temi scomodi. Il teatro deve dare fastidio, sorprendere e dare fastidio».

Nessuno schieramento, nessuna bandiera, lo sottolineano Fava e Sarti. Non è questo l’obiettivo di M(Other). Sono tre donne che diventano una, nella gravidanza e in Rossella, e che mettono in luce l’imprevedibilità della vita: sofferenze, scelte, salti nel vuoto. Si esce da Via Hermada con la sensazione di aver finalmente capito. Tre donne che sono una e che siamo tutte, nella pressione che la società esercita e nell’empatia che dovremmo avere nei confronti di storie che non conosciamo.