Sopravvivere alla crisi ambientale non è un problema tecnico: è il più grande problema politico della nostra epoca.
La tesi di fondo del nostro libro nasce da una constatazione allarmante: nonostante decenni di conferenze internazionali, rapporti scientifici sempre più dettagliati e un consenso ormai consolidato sulla gravità della crisi ambientale, le emissioni globali continuano ad aumentare. Il cambiamento climatico accelera oltre ogni previsione più pessimistica. La perdita di biodiversità procede a ritmi sostenuti. Se questo accade, non è tanto per mancanza di soluzioni, quanto perché la loro attuazione richiederebbe una trasformazione radicale dei rapporti di potere, delle disuguaglianze globali e delle istituzioni che governano il mondo. Questa trasformazione non sta avvenendo.
Una politica di corto respiro legata a interessi particolari
La politica sembra incapace di uscire dalla riproposizione di visioni di corto respiro e dalla rivendicazione di interessi particolari. Nel migliore dei casi l’atteggiamento dei politici di professione oscilla tra l’indifferenza e la proposta di soluzioni tranquillizzanti, che hanno quasi tutte in comune il fatto di spostare il problema in un futuro non definito. Il messaggio più diffuso tende a ridimensionare la gravità del problema, sostenendo che sia necessario adattarsi ai cambiamenti in corso e dar tempo agli scienziati di mettere a punto soluzioni tecniche che ci permetteranno di continuare a produrre e a consumare senza cambiare il nostro stile di vita.
Non è certo un caso che in Italia i temi ambientali abbiano giocato un ruolo marginale in occasione delle ultime elezioni politiche; i programmi dei vari schieramenti erano tutti molto simili, dal momento che i partiti sapevano bene che non sarebbe stata la loro posizione sulle questioni ecologiche a decidere dell’esito della competizione elettorale. In realtà, come vediamo più approfonditamente nel corso del libro, le soluzioni tecniche spesso invocate dai governi – l’assorbimento dell’anidride carbonica dall’atmosfera, l’energia nucleare o la geoingegneria – sebbene possano apparire rassicuranti, non sono sufficienti. Anche se alcune di esse saranno necessarie come complemento allo sviluppo delle energie rinnovabili e alla rinuncia ai combustibili fossili, altre sono fuorvianti e addirittura rischiose (è il caso della geoingegneria). Per risolvere i problemi legati alla crisi ambientale non basta la tecnica, ma è necessario immaginare una nuova etica e una nuova politica, capaci di visione e di responsabilità, che tengano adeguatamente in conto gli interessi delle fasce più povere della popolazione mondiale, dei giovani e delle future generazioni.
Altre volte, invece dell’indifferenza, la politica ufficiale sceglie il cinismo. Si pensi al modo in cui i governi di alcune delle principali potenze mondiali, in particolare Russia e Stati Uniti, sembrano voler trasformare una situazione potenzialmente catastrofica in un’opportunità economica.
Per fare un esempio di grande attualità nel momento in cui scriviamo, lo scioglimento dei ghiacci della Groenlandia crea possibilità inattese per l’industria estrattiva: l’accesso a giacimenti di minerali strategici – terre rare, litio, cobalto – fondamentali per le tecnologie verdi spiega perché il presidente degli Stati Uniti Trump abbia ripetutamente dichiarato di voler acquisire il controllo della regione. Lo scioglimento della calotta artica crea però anche nuove opportunità per la navigazione della flotta civile e militare russa, ampliando l’area di influenza e di dominio di questo paese. Se a ciò si aggiungono le probabili ingenti risorse dell’Artico – dal petrolio al gas ai minerali – l’intera regione comincia a sembrare un gigantesco affare economico in divenire. Capiamo insomma perché le grandi potenze (con l’eccezione, per quanto parziale e non priva di contraddizioni, della Cina) abbiano così scarso interesse per la mitigazione del cambiamento climatico – per esempio per l’abbattimento delle emissioni di gas serra – e prediligano le misure di adattamento, che comportano grandi investimenti infrastrutturali economicamente vantaggiosi.
Il declino dell’ordine internazionale liberale alimenta le disuguaglianze
Il panorama geopolitico internazionale mostra segnali di instabilità molto preoccupanti. Assistiamo a un evidente declino dell’ordine internazionale liberale, nato nel secondo dopoguerra e fondato su un equilibrio tra economia di mercato e principi democratici. L’accettazione del mercato come motore dello sviluppo era controbilanciata dall’esistenza di norme giuridiche e di istituzioni internazionali – come l’OMS e la FAO – deputate a garantire i diritti umani fondamentali e la tutela dell’ambiente.
Pur con tutti i suoi limiti, questa configurazione ha prodotto alcuni risultati significativi – come l’eradicazione del vaiolo, il controllo della poliomielite e del morbillo e altri interventi umanitari globali – che non si sarebbero mai potuti realizzare se intrapresi da singole nazioni. L’emergere di quello che è stato definito “ordine neo-liberale”, in cui le istituzioni internazionali perdono di efficacia, ha alimentato la frammentazione sociale e le disuguaglianze, creando tensioni strutturali e conflitti geopolitici che sono destinati ad avere ripercussioni negative anche sul piano ambientale.
Il disimpegno americano da numerose agenzie delle Nazioni Unite, in particolare quelle che si occupano di ambiente e salute globale, e la parallela enfasi su interessi nazionali di tipo estrattivo, sono altri due esempi dell’attuale tendenza verso forme di potere esercitato in modo unilaterale, che contribuiscono all’accelerazione della crisi ecologica. […]
È sullo sfondo a tinte fosche appena ricostruito che si illumina la necessità di questo libro.
Comprendere la crisi ambientale e i suoi dilemmi etici e politici
Le nostre tesi possono essere riassunte così: descrivere scientificamente la crisi ambientale; esaminare quali siano i suoi effetti sulla salute umana; criticare le soluzioni puramente tecniche; discutere i principali dilemmi etici e politici relativi a questa situazione.
Quanto al primo punto, siamo convinti che, per far fronte al negazionismo, all’indifferenza e all’ottimismo tecnocratico che affliggono la politica contemporanea, sia imprescindibile affrontare la questione ambientale offrendo una lettura che parta dalle indicazioni della scienza. La scienza ha dimostrato che la crisi ambientale esiste: le misurazioni dei gas serra, la ricostruzione delle temperature passate, i dati sulla biodiversità non sono legati a opinioni politiche o a preferenze ideologiche. Chi sostiene che la crisi ecologica sia un’invenzione non sta esprimendo un punto di vista legittimo, ma sta negando una serie di fatti misurabili, suffragati da prove scientifiche riproducibili e largamente riprodotte.
Oltre a ciò, la scienza ha dimostrato che la crisi ambientale è un fenomeno complesso che non può essere ridotto al solo cambiamento climatico: a questo proposito, negli scorsi anni le Nazioni Unite hanno parlato di una “tripla crisi planetaria” che coinvolge simultaneamente il clima, la biodiversità, l’inquinamento chimico. Molti degli effetti di questa “policrisi” – le alluvioni, lo scioglimento dei ghiacciai, gli incendi, le ondate di calore – si percepiscono con frequenza crescente: ma vedere e comprendere il fenomeno nella sua interezza richiede di passare da uno sguardo centrato sul particolare, secondo una logica di tipo “prossimale”, e di approdare a una visione più ampia, di carattere “distale”, che si concentri sulle cause remote e sugli effetti a lungo termine dei mutamenti del sistema terrestre. Si tratta dello stesso spostamento di prospettiva che in un libro di qualche anno fa abbiamo proposto per far fronte alle pandemie.
Infine, la scienza ha dimostrato che la crisi ambientale ha un’origine antropica: non è il risultato di un processo spontaneo, ma il prodotto di un modello economico e sociale che si è sviluppato in occidente negli ultimi due secoli. Questa trasformazione radicale dei meccanismi di funzionamento del pianeta, indotta dalle scelte economiche e sociali che hanno caratterizzato la modernità industriale, ha portato gli scienziati a proporre un nuovo termine per descrivere l’epoca in cui viviamo. L’Antropocene è l’epoca in cui l’uomo è diventato una forza geologica capace di alterare la composizione dell’atmosfera, la struttura dei cicli biogeochimici, la distribuzione della biodiversità.
Nei primi due capitoli del libro ricostruiamo pertanto il significato scientifico della crisi ambientale, a partire dagli strumenti concettuali e dai dati che la ricerca oggi ci mette a disposizione, e ripercorriamo la storia del termine “Antropocene” e le sue implicazioni teoriche. Dopo questo inquadramento di carattere scientifico, nel terzo e nel quarto capitolo ci occupiamo degli effetti della crisi ambientale sulla salute umana e del modo in cui si distribuiscono.
La letteratura sugli effetti dell’inquinamento atmosferico sulle malattie respiratorie e cardiovascolari è ormai consolidata da anni, mentre solo di recente è iniziata un’analisi sistematica dei legami tra cambiamento climatico e salute. Molto più scarsi rimangono gli studi che affrontano la crisi ambientale nella sua complessità e che cercano di capire come fenomeni diversi – ondate di calore, inquinamento dell’aria, perdita di biodiversità, impoverimento della dieta, migrazioni forzate – si combinino e si rafforzino a vicenda, producendo configurazioni di malattia nuove e difficili da governare. Un esempio che discutiamo nel corso del libro, e che nasce dall’incontro tra cambiamento climatico e migrazioni, aiuta a chiarire questo punto. Nei paesi a basso reddito, l’aumento delle temperature e degli eventi estremi può distruggere raccolti, aggravare la scarsità d’acqua e rendere invivibili intere aree rurali, spingendo milioni di persone a spostarsi. Chi migra è perlopiù costretto a lunghi viaggi in condizioni precarie, è soggetto a malnutrizione ed esposto a malattie infettive veicolate da acqua contaminata, caldo estremo, violenze e traumi psicologici. Una volta arrivato nei paesi di transito o di destinazione, incontra spesso insediamenti sovraffollati, lavori usuranti, scarso accesso ai servizi sanitari. In questi contesti, il cambiamento climatico non è semplicemente una nuova causa di malattia che si aggiunge a quelle già esistenti, ma funziona come un moltiplicatore di rischi che si sommano e interagiscono, colpendo in modo selettivo coloro che sono più poveri e maggiormente vulnerabili sotto il profilo sanitario.
Per descrivere questo intreccio tra crisi ambientale, salute e disuguaglianze abbiamo scelto di utilizzare due categorie – sindemia e patocenosi – che in epidemiologia sono note da molti anni, ma che sono ancora poco utilizzate nel dibattito ambientale. A partire da questa prospettiva originale, secondo cui le malattie non vanno analizzate individualmente, ma collocate all’interno del sistema di relazioni che intrattengono tra di loro e con il contesto sociale, economico e ambientale entro cui si sviluppano, mostriamo come gli effetti della policrisi sulla salute umana siano molteplici, coordinati e distribuiti in modo diseguale tra gruppi sociali, territori e generazioni. A livello globale, una minoranza di persone contribuisce in modo sproporzionato alle emissioni di gas serra e al consumo di risorse, mentre la maggioranza più povera subisce la quota maggiore dei danni sanitari, economici e sociali. Per questo motivo, contro una lettura assai diffusa della crisi ambientale, noi sosteniamo che non siamo “tutti sulla stessa barca”. È vero che, se ragioniamo su un arco temporale molto lungo e prendiamo in considerazione la possibilità, per molti aspetti estrema, dell’estinzione della specie umana, la crisi ambientale riguarda chiunque indistintamente. Ma se spostiamo lo sguardo sui suoi effetti a breve e medio termine, dobbiamo invece constatare che alcuni paesi, gruppi sociali e regioni del mondo sono molto più esposti di altri ai rischi sanitari e ambientali e dispongono di minori risorse per proteggersi.
A questo proposito, va ricordato che nel libro non affrontiamo tutta una serie di questioni molto rilevanti nell’ambito dell’etica ambientale: dal problema dello statuto morale degli enti non umani e degli ecosistemi – se e in che misura essi posseggano un valore intrinseco e quale sia il fondamento della loro dignità morale – a quello della necessità di garantire la sopravvivenza della Terra a prescindere dalla salute e dal benessere degli umani. Siamo consapevoli che la nostra scelta possa esporci all’accusa di antropocentrismo; ma si tratta di una sorta di “antropocentrismo metodologico” che adottiamo in modo consapevole, non certo per negare il valore intrinseco dei non umani, ma per porre domande precise e fornire risposte pertinenti su come l’instabilità planetaria ricada concretamente sui percorsi di salute e malattia degli esseri umani.
La necessità di ripensare la nozione di responsabilità
Dopo aver appurato che la crisi ambientale non è una catastrofe che colpisce tutti allo stesso modo, ma un fenomeno che amplifica a dismisura le disuguaglianze sociali e sanitarie esistenti, iniziamo a prendere in esame i possibili rimedi: nel quinto capitolo discutiamo le soluzioni tecniche, mentre nel sesto e nel settimo capitolo affrontiamo le principali questioni di carattere etico e politico. Come abbiamo già anticipato, non è possibile concepire la crisi ambientale come un mero problema di inefficienza tecnologica, risolvibile attraverso innovazioni specifiche e settoriali: il ricorso all’energia nucleare o alle tecnologie per la cattura del carbonio molto probabilmente sarà necessario, ma soltanto come parte di una risposta molto più ampia e articolata a un problema complesso. L’“illusione tecnocratica” che affligge studiosi e politici di professione consiste nella pretesa di affrontare i sintomi della crisi senza mettere in questione i processi culturali, politici ed economici che ne costituiscono la causa profonda. Nessun aggiustamento tecnico è mai davvero neutrale rispetto ai rapporti di potere: la scelta di quali tecnologie sviluppare, a chi affidarne il controllo, su chi farne ricadere i costi, è una questione politica che non può essere delegata agli esperti o al mercato.
Una delle tesi fondamentali del libro è quella secondo cui le questioni ecologiche ci costringono a ripensare la nozione di responsabilità. Tradizionalmente, la responsabilità è stata intesa come attributo di un soggetto libero e consapevole, la cui azione produce un effetto che si estende entro confini spazio temporali ristretti e misurabili. La crisi ambientale, invece, è il prodotto di un processo collettivo di lungo periodo, all’interno del quale un insieme di pratiche individuali apparentemente insignificanti, che dipendono dagli stili di vita e dalle abitudini di consumo di miliardi di persone, generano danni strutturali di enorme rilevanza.
Nel sesto capitolo riprendiamo la nozione di “crimini di sistema”, introdotta da Luigi Ferrajoli, per farla interagire con il modello della “tragedia dei beni comuni”, elaborato da Garrett Hardin, e mostrare come l’emergenza ambientale sfugga agli schemi classici dell’imputazione morale e giuridica. Per affrontare una crisi sistemica di tale portata, il richiamo alla responsabilità individuale non è sufficiente: per quanto moralmente condivisibili, gli appelli alla consapevolezza ecologica, che insistono sulla necessità di modificare i comportamenti individuali, rischiano di scaricare sui cittadini un peso insostenibile, mentre le strutture economiche e politiche da cui è stata generata la crisi rimangono intatte.
Per costruire forme di azione cooperativa all’altezza di una policrisi globale è necessario il contributo della politica e di attori collettivi come gli Stati e le istituzioni sovranazionali. Nel settimo capitolo approfondiamo il problema da cui abbiamo preso le mosse nella nostra introduzione: l’incapacità della politica istituzionale di governare la crisi ambientale. Lo Stato nazionale rimane il principale strumento attraverso cui le decisioni politiche vengono prese e legittimate, ma è ormai inadeguato a una sfida che, non conoscendo confini geografici, richiede una governance sovranazionale e una mobilitazione di risorse economiche senza precedenti.
Inoltre, le democrazie rappresentative moderne sono strutturalmente orientate alla ricerca del consenso a breve termine, il che le rende incapaci di affrontare problemi che richiedono visione strategica, coordinamento globale e sacrifici differiti nel tempo. Il risultato è una frammentazione di interessi particolari, una proliferazione di promesse vuote e una sistematica incapacità di trasformare i proclami pubblici in azioni concrete. Le pubblicazioni che denunciano i ritardi e le contraddizioni della politica contemporanea sono numerose. Tuttavia, la maggior parte di questi contributi si limita a segnalare l’urgenza della questione ambientale senza interrogarsi sulle condizioni strutturali che rendono possibile o impediscono una risposta politica adeguata.
La nostra prospettiva è diversa. Non riteniamo che basti enfatizzare i segnali d’allarme: al contrario, un’insistenza costante sulla catastrofe può risultare paralizzante, alimentando rassegnazione e fatalismo. Crediamo piuttosto che sia necessario costruire nuovi soggetti collettivi in grado di mettere pressione ai governanti e di portare il conflitto ecologico al centro dell’arena politica. In questa direzione riprenderemo il concetto di “classe ecologica”, formulato da Bruno Latour e Nikolaj Schultz, che politicizza la questione ambientale sottraendola all’illusione che riguardi “tutti” indistintamente – e che quindi, in pratica, non riguardi nessuno in particolare.
Solo se i soggetti che condividono una identica vulnerabilità ambientale sapranno riconoscersi come parte di una classe ecologica globale – e non solo come vittime isolate o come membri di un’umanità indifferenziata – sarà possibile indurre i politici di professione ad adottare le soluzioni necessarie per risolvere il problema.
Nel capitolo conclusivo proviamo a identificare alcune condizioni minime per la sopravvivenza: un quadro scientifico condiviso; politiche educative efficaci; istituzioni capaci di agire su scala adeguata; strumenti di riduzione delle disuguaglianze; una combinazione di azione individuale dal basso e decisioni vincolanti dall’alto; nuove forme di alleanza tra scienze naturali, sociali e umane. Non si tratta di sostituire l’ottimismo tecnocratico con un catastrofismo rassegnato, quanto di riconoscere che per sopravvivere alla crisi ambientale non basta confidare nell’invenzione di una tecnologia miracolosa ma è necessario gestire i conflitti, la responsabilità e la cooperazione in modo diverso da quanto è avvenuto finora.







