Da quando l’Osservatorio di Pavia ha iniziato le sue analisi sulla copertura mediatica che i mezzi di informazione fanno del cambiamento climatico, la situazione è peggiorata. Dal 2022 al 2025 l’informazione climatica è diminuita del 26% nei quotidiani e del 53% nei telegiornali. In particolare, sono stati analizzati Avvenire, Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, la Repubblica, La Stampa e TG1, TG2, TG3, TG4, TG5, Studio Aperto, TG LA7. Questi sono i cinque quotidiani maggiori su scala nazionale e i sette telegiornali trasmessi in fascia prime time. Dopo il picco del 2023, forse complici anche le guerre in corso, l’attenzione dei giornalisti è diminuita.
Tutte le immagini di questo articolo provengono dall’ultimo rapporto dell’Osservatorio di Pavia commissionato da Greenpeace.

Dei quotidiani, Il Sole 24 Ore ottiene punteggi superiori a tutti gli altri, Repubblica è ultima. Il TG5 sale al primo posto e il TG di La7 si conferma ultimo della classe.


Generalmente articoli e servizi innalzano il focus sul clima in occasione di eventi estremi, che però continuano a ricevere un’attenzione piuttosto limitata: il picco massimo è del 18,8% per le ondate di calore nei telegiornali.
In generale è interessante osservare come cambia la copertura a seconda degli eventi.

Purtroppo la crisi climatica resta di prioritaria importanza, anche se nel frattempo sono scoppiati conflitti armati in varie parti del mondo. Il fattore tempo è sempre il principale nemico della transizione ecologica: non si può aspettare e risolvere il problema tra qualche anno, come forse si può fare in altre situazioni seppur gravi. Dipende tutto dal fatto che i gas serra in atmosfera non scompaiono da un giorno all’altro ed esiste quindi una sorta di inerzia climatica; allo stesso tempo, anche se ormai meno velocemente, le emissioni continuano a salire. Più si aspetta peggio è. Ecco perché inserire le notizie sul clima nel giusto contesto informativo è essenziale per diffondere al meglio le informazioni corrette. Non è sufficiente annunciare l’arrivo di ondate di calore, di periodi di siccità o di tempeste distruttive. Serve sempre sapersi inserire nelle opportune tendenze climatiche.
Da questo punto di vista i giornali fanno una pessima figura: pur citando soprattutto le emissioni di CO₂ come principale causa del riscaldamento globale, lo fanno solo sul 5,5% e 6% delle notizie rispettivamente su quotidiani e telegiornali. E i combustibili fossili ancora meno, nel 3% degli articoli dei quotidiani e nel 2% delle notizie dei telegiornali.
Interessante vedere anche come variano nello specifico le notizie sulla riduzione delle emissioni (non sulla crisi climatica in generale) a seconda di cosa accade nel mondo. Per esempio, si sollevò un polverone quando Trump vinse le elezioni, dal momento che in poco tempo uscì dall’Accordo di Parigi, incrementò lo sfruttamento delle riserve di combustibili fossili come quelle in Alaska, sospese le concessioni per i parchi eolici e cancellò i sussidi per i veicoli elettrici dell’amministrazione Biden. In seguito a questi fatti, quando tra l’altro Ursula von der Leyen prese le distanze confermando l’ambizione climatica europea, la bolla di interesse svanì presto nel nulla.

Molte delle notizie riportate nel grafico qui sopra sono pezzi importanti di transizione ecologica, che è un argomento presente nel 45,9% degli articoli dei quotidiani. Tuttavia la stragrande maggioranza di questi, il 77,2%, non le contestualizza come risposta alla crisi climatica. Cioè in altre parole: se si parla di notizie climatiche non si dice che è colpa di chi brucia gas, petrolio e carbone, se si parla di ridurre gas, petrolio e carbone non si spiega che è per ridurre gli impatti climatici. L’informazione è sostanzialmente a compartimenti stagni.
Parte della colpa può ricadere sicuramente sulla complessità degli argomenti trattati per cui i giornalisti e le giornaliste non sono quasi mai formati, che richiedono una sensibile capacità di trattare l’informazione scientifica (che non è facile tanto quanto quella politica o sportiva). E da questo punto di vista ci permettiamo di consigliare ancora una volta la guida Crisi climatica e come comunicarla redatta dal Climate Media Center Italia. Probabilmente serve anche aumentare nelle redazioni figure con competenze appositamente formate alla comunicazione della scienza, che sappiano interpretare correttamente le notizie e inserirle nel giusto contesto informativo.
C’è poi un altro nemico del buon giornalismo: la dipendenza da pubblicità da parte di aziende fossili.

La strategia è ormai consolidata, le aziende che estraggono combustibili fossili, o che ne sono fortemente dipendenti come l’automotive, ripuliscono la loro immagine tramite operazioni di greenwashing sempre più subdolo. Scrive il rapporto dell’Osservatorio di Pavia:
Per il comparto energetico, la comunicazione insiste su formule come ‘energia pulita’ e ‘energia green’, accompagnate da riferimenti a fonti rinnovabili e alla transizione. Ricorrente è anche il richiamo al futuro, alle ‘prossime generazioni’ e a un domani più sostenibile, che contribuisce a collocare l’azione aziendale in una prospettiva di lungo periodo e di responsabilità intergenerazionale.
È il caso di Eni, Ita Arways e Stellantis che, tra le ultime cose, hanno approfittato delle Olimpiadi invernali per pitturarsi un’immagine positiva nonostante il grosso della loro attività non sia compatibile con gli obiettivi climatici internazionali. Si veda anche il greenwashing che ormai da qualche tempo va avanti al Festival di Sanremo (dove i picchi di share hanno oltrepassato anche l’80%) con il caso Plenitude. E nel contempo veicolare dubbi sulla fattibilità della transizione ecologica, sugli impatti effettivi del cambiamento climatico e il resto delle tattiche che a suo tempo Naomi Oresker descrisse bene nel suo Mercanti di dubbi (su Scienza in rete ne abbiamo parlato di recente).
L’assurdità è che nei maggiori quotidiani ci sono più pagine dedicate alle inserzioni di questo genere che articoli riguardanti la crisi climatica, dice il rapporto dell’Osservatorio. E questo potrebbe spiegare perché a parlare di clima sono molto più spesso esperti di economia e finanza (il 38%) piuttosto che scienziati (il 7%). In un contesto dove il settore predominante resta quello dell’Oil and Gas, tra il 2022 e il 2025 le inserzioni “inquinanti” sono più che raddoppiate (+104%); dal 2024 al 2025 sono salite del 24%.

I cittadini e le cittadine, inevitabilmente, non possono che accusare gli effetti di una informazione fatta ancora piuttosto male (qui sopra quello che si dice quando si parla male della transizione ecologica). È inutile fare finta di non sapere che i media fanno anche agenda setting, che non si limitano al solo resoconto oggettivo di quello che accade nel mondo. Come se non fosse esplicito lo schieramento politico di questa o quella testata. Ecco perché è dannoso quando la comunicazione climatica non viene fatta o viene fatta male, e diventerebbe anche deplorevole nei casi in cui l’omissione di dati fosse intenzionale.
L’ultimo tassello che va a complicare ulteriormente la situazione è che spesso, in redazioni piccole e poco attrezzate, si rinuncia a parlare con chiarezza delle cause del cambiamento climatico per paura di ritorsioni legali. Ferdinando Cotugno sul Domani, per esempio, racconta del suo ruolo da testimone nel processo contro un attivista che chiamò Eni “criminale” e “colpevole” beccandosi una denuncia per diffamazione e istigazione a delinquere. Il risultato è che per sudditanza psicologica verso i colossi dei combustibili fossili, la spada di Damocle della querela blocca il giornalismo vero. Quello che racconta i fatti e su di questi basa le proprie opinioni, senza cedere a pressioni economiche vere o temute.
Il problema analizzato dall’Osservatorio di Pavia su commissione di Greenpeace Italia si concentra sui media italiani, ma la questione riguarda anche la stampa estera, dove pressioni e ingerenze sono documentate. D’altra parte, le grandi compagnie fossili hanno ampi mezzi per farlo, altrimenti non avrebbero speso 445 milioni di dollari alle ultime elezioni americane per attività di lobbying al Congresso, 96 milioni dei quali usati nella campagna per la rielezione di Donald Trump.
La guerra mediatica tra Big Oil e media non è combattuta ad armi pari, sembra evidente; e non riguarda neppure solo i media tradizionali, ma anche i social (anche di questo si era occupato l’Osservatorio di Pavia), magari ne riparleremo un’altra volta. Tuttavia non è un argomento valido per giustificare una resa: al contrario, serve investire ancora di più in un’informazione climatica rigorosa e di qualità. Ne gioverebbe la salute di tutto il sistema mediatico.





