Che cosa succede all’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ora che gli Stati Uniti si sono chiamati fuori?
Se ne discute da oltre un anno, ovvero da quando Trump ha annunciato il ritiro dall’organizzazione mondiale, diventato ufficiale il 26 gennaio 2026. Il 2 febbraio scorso il tema è stato affrontato anche dal direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, che ha aperto i lavori della 158esima sessione del Consiglio Esecutivo dell’organizzazione presentando il 2025 come un anno “di contrasti netti”.
Da un lato – ha detto il presidente – l’anno trascorso ha visto molti successi: l’adozione dell’Accordo sulle Pandemie (su cui l’Italia però – vale la pena ricordare – si è astenuta), l’entrata in vigore dei Regolamenti Sanitari Internazionali emendati, l’approvazione di un nuovo aumento dei contributi obbligatori degli Stati membri e una dichiarazione politica delle Nazioni Unite su malattie non trasmissibili e salute mentale.
D’altro lato, è stato uno degli anni più difficili per i tagli ai finanziamenti che hanno costretto l’Oms a ridurre drasticamente il proprio organico.
Già a maggio 2025, Ghebrayesus aveva fatto sapere che l’annuncio del ritiro degli Stati Uniti, che da soli contribuivano per circa il 18% del budget dell’agenzia delle Nazioni Unite attraverso i contributi obbligatori e quelli volontari, insieme alle riduzioni dei finanziamenti da parte di alcuni paesi dovuti al contemporaneo aumento delle spese per la difesa, avevano reso la situazione particolarmente grave. Di fronte a un “buco” di 600 milioni di dollari per il 2025 e a una previsione di ulteriori decrementi per l’anno successivo, l’Oms aveva proposto di tagliare il budget per il 2026-27 del 21%, portandolo da 5,3 miliardi di dollari a 4,2 miliardi di dollari.
Sempre a maggio scorso, tuttavia, è stato approvato un aumento del 20% dei contributi obbligatori degli Stati membri che dovrebbe alleviare un po’ la sofferenza. Un piano per l’aumento in tappe successive dei contributi obbligatori, che verrebbero portati dal 14 al 50% del bilancio di base, era stato già approvato negli anni passati. Parallelamente, è stato avviato un processo per ampliare la base dei donatori, con la creazione della Who Foundation.
Proprio l’aumento dei contributi ha permesso di limitare l’impatto dei tagli. A gennaio scorso, il presidente ha infatti affermato che “Senza questo approccio avremmo dovuto tagliare circa 3.000 posti di lavoro nel mondo. Siamo invece riusciti a ridurre il numero a 1.241”.
Conseguenze drammatiche per i paesi a basso reddito
Ma il problema non è solo quello dei posti di lavoro che saltano. Le conseguenze sulla salute possono essere drammatiche per i paesi a basso reddito, anche perché i tagli all’Oms si inseriscono in un più generale definanziamento dell’aiuto pubblico allo sviluppo, come ad esempio la chiusura di USAID.
Secondo uno studio pubblicato su The Lancet Global Health il 2 febbraio 2026, in uno scenario di forte riduzione dei finanziamenti, il calo progressivo dei fondi destinati all’aiuto pubblico allo sviluppo potrebbe causare, entro il 2030, 22,6 milioni di decessi aggiuntivi in tutte le fasce d’età, di cui 5,4 milioni tra i bambini di età inferiore ai 5 anni.
In uno scenario di definanziamento moderato, definito come il proseguimento delle attuali tendenze al ribasso, il numero previsto di decessi in eccesso entro il 2030 sarebbe di 9,4 milioni complessivamente e di 2,5 milioni tra i bambini di età inferiore ai 5 anni. In particolare si prevede che alcuni interventi vitali contro polio, HIV/AIDS, malaria e tubercolosi subiranno gravi interruzioni. Si stima che solo per la malaria potrebbero verificarsi 15 milioni di casi aggiuntivi e oltre 100.000 decessi a causa della mancanza di diagnostica e farmaci.
Svantaggi del ritiro dall’Oms anche per i paesi ricchi
Ma se i paesi a basso reddito piangono, i paesi ricchi non ridono, a cominciare proprio dagli Stati Uniti. “Questa è una delle mosse più stupide in cui per risparmiare un penny, alla fine perdi miliardi”, ha dichiarato Michael Osterholm, direttore del centro per le ricerche sulle malattie infettive dell’università del Minnesota in una intervista al Time, commentando il ritiro degli Usa dall’Oms. Una delle prime cose che potrebbero cambiare per gli scienziati statunitensi è il loro accesso alle banche dati che servono per il monitoraggio delle malattie infettive come l’influenza, nonché delle minacce emergenti, come il COVID. Sebbene molte di queste fonti di dati siano pubbliche e gli scienziati statunitensi continueranno ad accedervi, potrebbero non avere la stessa comprensione di come i dati grezzi sono stati raccolti ed elaborati. Ciò potrebbe essere importante per comprendere come interpretare le informazioni e per anticipare potenziali epidemie di nuove malattie infettive.
Ci sono poi le conseguenze geopolitiche. Sebbene le politiche dell’OMS siano determinate dal consenso di tutti gli Stati membri, l’assenza degli Stati Uniti crea ora spazio affinché altri paesi esercitino una maggiore influenza, il che potrebbe influire sulle priorità sanitarie globali. Paesi come India, Arabia Saudita, Russia e Cina stanno già intervenendo per colmare parte del vuoto lasciato dagli Stati Uniti. Ciò può avere conseguenze su come orientare le politiche e le linee guida dell’agenzia.
Infine, la riduzione delle risorse destinate alla salute dei paesi a basso e medio reddito, che fanno affidamento sull’OMS per il sostegno finanziario e l’orientamento in materia di politiche sanitarie e raccomandazioni, avrà conseguenze su tutti i paesi del mondo. “Mano a mano che i paesi registrano un peggioramento delle condizioni sanitarie, con un aumento della mortalità e della morbilità, le condizioni economiche peggiorano perché le popolazioni malate non possono lavorare e la situazione economica dei paesi già poveri si deteriora ulteriormente. Ne consegue l’instabilità politica, con migrazioni di massa, guerre e conflitti, e la situazione inizia a riversarsi oltre i confini”, afferma Judd Walson, docente di salute internazionale presso la Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, intervistato dal Time.
Le mosse dell’Oms per fronteggiare la riduzione degli aiuti
Per fronteggiare la riduzione degli aiuti, ha detto Ghebreyesus pochi giorni fa, l’Oms sta aiutando molti paesi a sostenere i servizi essenziali e a passare dalla dipendenza dagli aiuti all’autosufficienza. Un ruolo chiave in questo processo potrebbe essere svolto dalle tasse sulla salute. L’iniziativa “3 by 35”, ad esempio, chiede a tutti i paesi di aumentare del 50% entro il 2035 i prezzi di tabacco, alcol e bevande zuccherate. Nel 2025, paesi come Malaysia, Mauritius e Vietnam hanno già introdotto o aumentato queste tasse; nel 2026 sono seguiti India e Arabia Saudita. Progressi si stanno facendo in diversi paesi anche contro i grassi trans e l’inquinamento atmosferico, con una nuova roadmap globale che punta a dimezzarne l’impatto sulla salute entro il 2040.
I tagli hanno reso ancora più urgente colmare il divario nell’accesso alle cure. Oltre 4,6 miliardi di persone non hanno accesso a servizi sanitari essenziali e oltre 2 miliardi hanno problemi ad accedere per l’elevato costo dei servizi. Inoltre c’è il problema della carenza degli operatori sanitari: si calcola che entro il 2030 nel mondo mancheranno all’appello 11 milioni di operatori sanitari. L’OMS ha sostenuto 11 paesi con le carenze più acute, contribuendo a creare quasi 100.000 nuovi posti di lavoro nel settore.
Il discorso di Ghebreyesus conteneva un forte appello per la stabilità finanziaria e l’indipendenza dell’Oms. Grazie all’aumento progressivo dei contributi obbligatori, l’Organizzazione ha coperto l’85% del budget base per il biennio 2026-27. “Se non aveste approvato quell’aumento, saremmo in una situazione molto peggiore”, ha affermato. Ma il restante 15% sarà difficile da mobilitare, e la maggior parte dei fondi volontari resta “vincolata”, creando “sacche di povertà” per priorità come la resistenza antimicrobica e il cambiamento climatico.
“Quando parlo di indipendenza – ha chiarito Ghebreyesus – non intendo indipendenza dagli Stati membri. Intendo non-dipendenza da una manciata di donatori. Una Oms che non sia più un appaltatore dei maggiori finanziatori. Un’organizzazione imparziale, basata sulla scienza, libera di dire ciò che dice l’evidenza, senza timori o favoritismi”. In trasparenza si legge la polemica con il segretario alla salute statunitense Robert F. Kennedy jr. che in poco tempo ha fatto carta straccia delle conoscenze e delle raccomandazioni dell’Oms su temi importanti per la salute come la piramide alimentare e i vaccini.






