«La “realtà psichica” non corrisponde alla “realtà storica”», scrive Luciano Mecacci nella nota al testo dell’edizione italiana di Degenerati al potere, un pamphlet di propaganda antinazista del 1941, redatto dallo psichiatra tedesco Arthur Kronfeld (1886-1941). E nemmeno alla “realtà politica”, si potrebbe aggiungere. Di questi tempi circolano con frequenza, nei media, commenti sulla salute mentale di figure che ricoprono posizioni di potere o sono molto visibili: psichiatri e psicologi clinici discutono i profili psicopatologici di Trump e di Putin, così come – va detto – sono chiamati a diagnosticare qualunque fenotipo umano che si comporti in modi difformi rispetto a una norma sociale, morale o legale. La tentazione di tradurre in patologia ciò che disturba è forse “innata” e quindi trasversale.

Nel 1973 l’American Psychiatric Association istituì la regola di Goldwater, che negli USA stigmatizza eticamente gli psichiatri che formulino e diffondano diagnosi su figure pubbliche senza averle visitate e senza il loro consenso. La regola è stata riaffermata ed estesa nel 2017, in piena discussione sulla mente di Trump. Il nome proviene dal candidato presidenziale Barry Goldwater, che nel 1964 fu oggetto di un’iniziativa della rivista Fact: interpellati 12.356 psichiatri sulla sua idoneità psicologica alla presidenza, risposero in 2.417, e di questi 1.189 lo dichiararono “psicologicamente inadatto”. Goldwater perse le elezioni, ma vinse la causa per diffamazione e la rivista chiuse.

Contrariamente a un luogo comune, la psichiatrizzazione del nemico politico non è prerogativa delle dittature. È una tentazione costante anche per le democrazie. La differenza è che una democrazia possiede alcuni anticorpi, finché fa i richiami vaccinali – la deontologia professionale, i tribunali, il pluralismo della stampa – per circoscriverla e disinnescarla. Una dittatura la eleva a strumento di Stato.

Che un tiranno soffra di una “malattia dell’anima” lo scriveva già Platone, nel libro IX della Repubblica. Gli storici romani “psichiatrizzarono” diversi imperatori. In età moderna la lettura dei despoti come malati rimase sottotraccia, per esplodere in età positivista, soprattutto con Cesare Lombroso. Il testo chiave è del 1890: Il delitto politico e le rivoluzioni, scritto con Rodolfo Laschi: vi si trovano le categorie del “mattoide politico” e del “delinquente politico”, lette alla luce della teoria della degenerazione – le devianze come regressioni ataviche – e un campionario di figure positive (Garibaldi e Washington), ma soprattutto negative, come i protagonisti giacobini del Terrore, un certo numero di regicidi, Davide Lazzaretti, ecc.

Il testo curato da Mecacci intercetta una fenomenologia tragica, ed è interessante perché mostra la “promiscuità” di un concetto chiave della psicopatologia positivista, la degenerazione, e gli esiti imprevisti della propaganda fondata sulla pseudoscienza. L’autore era una figura di spicco della psichiatria tedesca e uno dei tre fondatori dell’Institut für Sexualwissenschaft di Magnus Hirschfeld (1868-1935), padre della sessuologia scientifica. Aveva avuto in cura Zinaida Volkova, la figlia maggiore di Trotsky, suicida a Berlino nel gennaio 1933. Gli fu vietato l’insegnamento nel 1935, riparò in Svizzera, dove l’asilo gli fu negato, e nel 1936 si rifugiò a Mosca per sfuggire alle persecuzioni naziste.

L’Institut, creato da Hirschfeld nel 1919, che godeva di una rinomanza scientifica ed era il luogo in cui lo psichiatra omosessuale aveva sottratto l’omosessualità alla spiegazione degenerativa ma sulla base di una “biologizzazione”, fu devastato il 6 maggio 1933 da studenti nazisti e dalla SA. Biblioteca e archivi finirono nel rogo dei libri dell’Opernplatz. Hirschfeld era all’estero per un tour di conferenze e vide i propri libri bruciare in un cinegiornale. Non tornò più in Germania. Morì a Nizza il 14 maggio 1935.

A Mosca Kronfeld tornò a esercitare e, dopo l’invasione hitleriana dell’Unione Sovietica, si diede all’attività politica: trasmissioni radiofoniche, riunioni con scienziati sovietici e l’opuscolo – forse redatto in origine per il Comitato Centrale del PCUS – in cui presentava i gerarchi nazisti come “degenerati”: facendo i nomi e rivelando dettagli intimi su Hitler e il suo entourage. Il 16 ottobre 1941, durante l’offensiva autunnale della Wehrmacht su Mosca, si tolse la vita insieme alla moglie Lydia. Nella prefazione di Alexander Etkin si avanza il sospetto che sia stato assassinato perché sapeva troppo.

La struttura del libello è quella di una galleria di ritratti clinico-sessuologici preceduta da una premessa metodologica. Kronfeld dichiara che le sue fonti sono osservazioni personali e racconti di membri del partito, suoi pazienti in psicoterapia, i cui nomi non può citare. Vale a dire: un testo del tutto inattendibile, fondato sul sentito dire, eretto a perizia. Di Hitler, che dice di aver osservato da vicino nel maggio 1932 a Monaco – dove fu testimone-perito nel processo per diffamazione intentato da Hitler contro Werner Abel – traccia un profilo di “primitività degenerativa”, con tanto di stigmate fisiche e di una genealogia morbosa, e prosegue con l’eziologia sessuale: l’enfasi è sui pettegolezzi circa la sua presunta omosessualità. Göring è ridotto a un disturbo ghiandolare congenito, ai ricoveri psichiatrici svedesi del 1924-26, all’abuso di morfina; Goebbels, “degenerato e storpio”, ricadrebbe – annota con compiacimento – sotto i paragrafi della legge sulla sterilizzazione coatta dei minderwertig, gli inferiori; e così via, fino a Himmler, “mistico schizofrenico”. Bastano questi esempi: il metodo è sempre lo stesso, e conta più dei singoli verdetti. Conclude denunciando la “marmaglia” sanguinaria portata al potere dalla disoccupazione e dalla crisi, dal fronte di Harzburg, da Hugenberg, Papen e Hindenburg, con il sostegno dell’industria e delle banche che la usarono come arma contro la Repubblica. Slogan finale: “La verità trionferà!”.

Il testo colpisce per la sua connotazione pseudoscientifica, che contraddice la fama dell’autore. Il progetto di Kronfeld, coltivato fino agli ultimi anni, era quello di fondare la psichiatria e la psicologia come scienze rigorose. Aveva combattuto la teoria della degenerazione e il determinismo biologico, quest’ultimo implicito anche nell’approccio di Hirschfeld. Lo stesso uomo chiudeva la propria esistenza imbracciando l’arma della degenerazione e del determinismo, cioè l’arsenale pseudoscientifico che i nazisti riversavano contro ebrei, oppositori, scienziati e artisti non indottrinati, omosessuali, disabili.

Kronfeld sapeva di contraddirsi? I più dicono di sì: spense consapevolmente lo scienziato e accese il propagandista. Lo scenario – la guerra totale, la disperazione personale, il rischio concreto di cadere nelle mani dei nazisti – gli fece perdere il controllo, e “scelse” di usare in modo strumentale un apparato concettuale che aveva in prima persona screditato. La domanda interessante non è però se fosse consapevole, ma: cosa resta dell’integrità etico-epistemica di un ricercatore quando l’unica arma retorica a portata di mano è quella dei suoi persecutori, e l’alternativa è il silenzio davanti a Hitler?

Nei decenni intorno al 1900, la teoria della degenerazione attraversava tutte le ideologie, dal cattolicesimo integralista al socialismo al liberalismo: una visione deterministica dello sviluppo umano, costruita su dati osservazionali sparsi e privi di valenza esplicativa, manipolati con teorie fantasiose ma intuitive, che promettevano di progettare società ideali. Ne vennero incubi. È la macchina che Lombroso, socialista moderato, aveva puntato contro i rivoluzionari – giacobini, regicidi, Lazzaretti – e che Kronfeld punta contro i controrivoluzionari nazisti. O che il liberale e sionista Max Nordau (1849-1923), amico di Lombroso, indirizzò contro correnti le artistiche e letterarie innovative, salvo che il suo concetto di “arte degenerata” (o cultura degenerata) fu assunto dai nazisti per perseguire intellettuali ebrei e critici del nazismo.

Identico strumentario diagnostico, vettore politico rovesciato: esattamente la plasticità ideologica che rende la degenerazione una forma vuota, riempibile da qualsiasi progetto normativo. Il rovesciamento si sigilla da sé, perché quella grammatica era stata raffinata anche da scienziati ebrei ed emancipazionisti – Hirschfeld, mentre Kronfeld la combatteva – prima di diventare arma nazista contro di loro, e infine arma di un ebreo disperato contro i nazisti.

Di questa ambiguità si è recentemente servito Peter Kratz – psicologo e polemista militante, presidente del fantomatico BIFFF (Berliner Institut für Faschismus-Forschung und Antifaschistische Aktion), un’associazione berlinese da lui fondata, attiva soprattutto tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila nella ricerca e nell’attivismo contro l’estrema destra.  Del testo di Kronfeld ha curato la traduzione tedesca nel 2012 per attaccare gli approcci biologizzanti all’omosessualità, difesi da Hirschfeld come strategia emancipativa: se l’omosessualità è naturale, allora non va moralizzata né perseguita. Kratz ribalta la lettura e sostiene che quello era “il contrario del pensiero emancipativo”. Era un pensiero “disumano”. E usa Kronfeld come grimaldello contro Hirschfeld. La Magnus-Hirschfeld-Gesellschaft lo ha accusato apertamente, con solide prove, di citazioni manipolate e di libere associazioni.

Resta la lezione di fondo, che è al tempo stesso epistemica e politica. Sul piano epistemico, la diagnosi a distanza è priva di valore: si fonda sul sentito dire, non è falsificabile, e – Kronfeld lo prova suo malgrado – è disponibile a chiunque, per qualunque bersaglio. Ma supponiamo pure che una diagnosi sia accurata: resterebbe politicamente irrilevante. In una democrazia costituzionale non conta se un leader presenti tratti riconducibili a questa o a quella categoria, ma se i suoi comportamenti producono effetti dannosi per le istituzioni, lo stato di diritto e il funzionamento del sistema. Quando ciò accade, la questione cessa di essere clinica e diventa politica. A quel punto non servono diagnosi migliori, ma argini più solidi: la capacità degli altri organi costituzionali, delle forze politiche, delle stesse strutture di governo di limitare e correggere il danno. Una democrazia non si difende psichiatrizzando il capo, ma costruendo contrappesi che funzionano a prescindere dalla sua psiche. Il problema politico non è la salute mentale del leader: è la robustezza delle istituzioni chiamate a mitigare gli effetti delle sue decisioni. È precisamente quello che a Kronfeld, nella Mosca del 1941, mancava del tutto.