Dalla seconda metà di luglio 2026 l’Europa mediterranea è stretta in una morsa di incendi che stanno costringendo centinaia di migliaia di persone a lasciare le proprie case. Al 29 luglio 2026 si stimano quasi 435mila ettari di suolo bruciato da inizio anno, 1400 incendi contati, quasi 18 milioni di tonnellate di CO2 emesse (dati dell’European Forest Fire Information System). Facciamo il punto su quanto sappiamo del legame tra fuoco, cambiamento climatico e salute umana.
Le notizie di questi giorni
In Puglia un vasto incendio è divampato domenica 26 luglio nella zona di Peschici, sul Gargano, nei pressi di Difesa di Manaccora, e si è esteso fino alla baia di Zaiana spinto dal vento. La Guardia costiera ha dovuto evacuare via mare centinaia di turisti dalle spiagge tra Peschici e Vieste; anche i comuni limitrofi, come Cagnano Varano, sono stati interessati dalle fiamme, con chiusure di strade statali e provinciali. Nella stessa giornata Roma ha vissuto ore di caos: una serie di roghi di sterpaglie divampati quasi in contemporanea, in particolare lungo via Laurentina, ha riempito di fumo denso il Grande Raccordo Anulare. Il tratto tra gli svincoli Laurentina e Pontina è stato chiuso per ore, mentre un secondo fronte ha interessato la zona dei Colli Albani e poi anche il tratto urbano dell’A24.
In Grecia sono state evacuate 8000 persone e il fumo impedisce di spegnere le fiamme. In Spagna le fiamme hanno colpito un’area che va dalla Comunità di Madrid alla provincia di Ávila, fino a quella di Toledo, con un nuovo fronte aperto vicino a Valencia. In Francia il rogo che sta devastando la Gironda, nel sud-ovest, è tra i più gravi dal secondo dopoguerra e ha spinto il governo a mobilitare l’esercito per proteggere Bordeaux. Il bilancio complessivo di questi due Paesi supera i 300mila sfollati.
Eduardo Rojas Briales, docente della Universitat Politècnica de València, ha detto al Science Media Center España che l’aggressività dei roghi che colpiscono Toledo, Madrid e Ávila «deriva dalla combinazione di due anni molto piovosi seguiti da un brusco stop delle precipitazioni a maggio, dall’arrivo immediato di un’estate calda e secca e da una vegetazione più incline a bruciare nelle zone meno piovose del Sistema Centrale». A questo si aggiunge, negli ultimi anni, «uno spostamento verso nord del controaliseo, il vento caldo e secco di origine tropicale, e una forte pressione edilizia che ha moltiplicato le costruzioni sparse nelle aree boschive, complicando i soccorsi». Secondo Víctor Resco de Dios, dell’Universidad de Lleida, «l’intensità delle stagioni degli incendi è cresciuta mediamente del 30-40% nelle ultime decadi, soprattutto a causa dell’accumulo di biomassa dovuto all’abbandono rurale e a un’atmosfera resa più “essiccante” dalla combustione di combustibili fossili». Lo studioso ricorda che non è tanto il tipo di vegetazione, quanto la quantità di combustibile disponibile e la sua continuità spaziale: «il 70% di ciò che brucia in Spagna è macchia mediterranea, mentre le aree protette, proprio per la loro continuità vegetativa, bruciano sempre di più».
Cosa si fa in Italia
Nel 2025, più di un incendio su tre di quelli scoppiati nell’Unione europea si è verificato in Italia. Secondo la Protezione Civile, le cause di un incendio boschivo possono essere naturali (un fulmine, un’eruzione vulcanica, …), ma si tratta di eventi rari. La maggior parte dei roghi nasce invece da comportamenti umani imprudenti o da azioni dolose contro il patrimonio boschivo; esistono anche incendi di origine accidentale o di causa non identificabile. Oltre ai danni economici diretti, un incendio boschivo produce conseguenze ecologiche di lungo periodo, dalla siccità alla desertificazione fino al dissesto idrogeologico.
Esistono anche modelli previsionali che alimentano un bollettino nazionale di suscettività all’innesco, elaborato dal Dipartimento della Protezione Civile su base provinciale, a cui si affiancano bollettini regionali di dettaglio.
Per chi vuole approfondire, la Protezione Civile mette a disposizione una guida pratica su cosa sapere e cosa fare in caso di incendio boschivo.
Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), attraverso la Direzione Generale Tutela Biodiversità e Mare, è responsabile della vigilanza sui piani antincendio degli enti gestori delle aree protette statali, del coordinamento con le Regioni per l’integrazione di questi piani in quelli regionali e della gestione del Geoportale nazionale, che raccoglie i dati cartografici sui perimetri degli incendi, sui modelli di combustibile e sui fattori di rischio. Sarebbe inoltre previsto un aggiornamento del sistema con un progetto PNRR dedicato al monitoraggio territoriale integrato.
Segnaliamo anche che la Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale (SISEF) ha dedicato un recente contributo della rubrica #focusincendi al ruolo dell’intelligenza artificiale, sottolineando come questa può essere intesa come un supporto alla prevenzione, al monitoraggio e alle decisioni operative durante un incendio.
Il cambiamento climatico aumenta il rischio incendi
Il clima più caldo sta amplificando l’attività degli incendi, in particolare nelle foreste temperate e boreali dell’emisfero settentrionale, riporta il portale tematico della NASA. Analizzando 21 anni di dati satellitari, gli scienziati hanno osservato che gli incendi estremi sono diventati più frequenti, più intensi e più estesi, con l’aumento maggiore registrato nelle foreste di conifere del Nord America occidentale e in quelle boreali sempre del Nord America oltre che della Russia. Il fenomeno è favorito anche dalle temperature notturne più alte, che permettono al fuoco di restare attivo tutta la notte.
Inoltre, la stagione degli incendi si sta allungando: in diverse aree del pianeta – come Stati Uniti occidentali, Messico, Brasile e Africa orientale – dura oggi oltre un mese in più rispetto a 35 anni fa. Le emissioni di CO2 legate agli incendi sono cresciute del 60% a livello globale tra il 2001 e il 2023, quasi triplicando nelle foreste boreali di Eurasia e Nord America; solo gli incendi canadesi del 2023 hanno rilasciato circa 640 milioni di tonnellate di carbonio. Negli Stati Uniti occidentali, ricorda ancora la NASA, il cambiamento climatico causa un netto aumento del cosiddetto fire weather, cioè il meteo che agevola lo sviluppo di probabili incendi.
Segnaliamo che l’Agenzia Spaziale Europea sta portando avanti il progetto FireCCI per potenziale lo sviluppo del monitoraggio satellitare degli incendi.
Gli studi di attribuzione confermano queste tendenze, come ricorda la guida alla comunicazione del World Weather Attribution (tradotta in italiano da Climate Media Center Italia). Gli incendi della black summer 2019-2020 in Australia sono stati resi almeno il 30% più probabili dal riscaldamento globale; lungo la costa occidentale del Nord America gli incendi sono diventati più probabili e più estesi, con oltre 4 milioni di ettari bruciati tra il 1984 e il 2015 direttamente attribuibili ai cambiamenti climatici; gli incendi estremi del 2019 nel sud della Cina sono stati resi oltre sette volte più probabili. Nel complesso, gli scienziati attribuiscono con buona confidenza l’aumento del fire weather (di nuovo lui) ai cambiamenti climatici in Sud Europa, Eurasia settentrionale, Stati Uniti e Australia, con segnali emergenti anche nel sud della Cina.
Il cambiamento climatico, da solo, ha allungato la stagione degli incendi di circa due settimane in media nel mondo, agendo soprattutto sulla disponibilità di combustibile secco. Ma la sua azione si somma a quella meno marcata – ma comunque presente e deplorevole – dell’aumento degli incendi per causa umana. Si pensi che secondo il Servizio Forestale statunitense, l’85% degli incendi negli USA nasce da negligenza o dolo umano.
I pirocumulonembi: nubi dal fuoco
Nel 2017 l’Organizzazione mondiale della meteorologia ha aggiornato il portale esplicativo sulla classificazione delle nubi introducendo il pirocumulonembo. Il nome ufficiale è Flammagenitus e va aggiunto ai nomi già esistenti (per esempio: Cumulonimbus calvus flammagenitus). Si tratta di una nube temporalesca che non nasce dal normale riscaldamento del suolo, ma dal calore prodotto da un incendio boschivo (o più raramente da un’eruzione vulcanica). Se il calore è sufficientemente intenso, la colonna di aria calda e fumo sale rapidamente e se c’è abbastanza vapore acqueo nell’ambiente circostante questo si raffredda e si condensa, creando una nube. Questa può evolvere fino a diventare un vero e proprio cumulonembo, cioè una nube temporalesca. Da qui possono crearsi correnti d’aria fredda discendente che possono trasportare braci dall’incendio, contribuendo a espandere il fuoco tramite focolai secondari. In più, è facile constatare che esiste potrebbero anche generarsi fulmini: se c’è della vegetazione secca il gioco è fatto.
Gli effetti del fumo degli incendi sulla salute
Uno studio pubblicato su The Lancet Planetary Health, basato su oltre 95 milioni di decessi giornalieri registrati in Europa dal 2004, ha rilevato che il particolato fine (PM2.5) generato dagli incendi sarebbe associato a un aumento della mortalità generale, cardiovascolare e respiratoria, più marcato rispetto al PM2.5 proveniente da altre fonti. Usare le stime di rischio del particolato “generico” per calcolare l’impatto di quello da incendio porterebbe quindi a sottostimare la mortalità attribuibita di circa il 93%.
Un’altra ricerca, pubblicata su Environmental Science & Technology, ha ricostruito un inventario globale delle emissioni organiche degli incendi boschivi dal 1997 al 2023. Secondo il documento sembrerebbe che gli inventari tradizionali (che considerano solo gli aerosol organici primari e i composti organici volatili) trascurino una quota consistente di composti a volatilità intermedia e semi-volatile, con un contributo particolarmente rilevante da parte degli incendi nelle savane dell’Africa subsahariana.
Un recentissimo studio sul JAMA Network Open analizza quasi un milione di visite al pronto soccorso per emicranie o mal di testa avvenute tra il 2010 e il 2023 in due province canadesi durante il periodo di maggior rischio di incendi boschivi. Le analisi mostrerebbero che la presenza di PM2.5 provenienti dal fumo degli incendi è stata associata a un aumento delle visite al pronto soccorso per emicranie e cefalee. Robert Belvís (responsabile clinico dell’Unità Cefalee e Nevralgie del Servizio di Neurologia dell’Hospital de la Santa Creu i Sant Pau di Barcellona) ha dichiarato al Science Media Center España, che «l’esposizione al fumo degli incendi era già stata valutata come fattore aggravante dell’emicrania e di altre cefalee. Il fumo trasporta probabilmente particelle in grado di attivare il sistema trigeminovascolare, che è il principale sistema coinvolto nell’attivazione del mal di testa». Con un aumento di «appena 5 micron al metro cubo nell’esposizione al particolato, le visite al pronto soccorso aumentano del 6%. Si tratta «di uno studio caso-controllo, il che conferisce maggiore forza statistica al risultato finale rispetto a un semplice studio descrittivo».
Soluzioni?
La Protezione Civile italiana indica che la prevenzione passa da interventi selvicolturali e di manutenzione del bosco, uso sostenibile delle risorse, regolamentazione del turismo e monitoraggio attivo del territorio; Regioni e Province Autonome, tra l’altro, sono tenute a predisporre piani di previsione, prevenzione e lotta attiva.
In particolare, tornando alle utili dichiarazioni del Science Media Center spagnolo, inevitabilmente molto attivo in questi giorni, Juli G. Pausas, del Centro de Investigaciones sobre Desertificación di Valencia, indica alcune strade: creare paesaggi a mosaico che alternino boschi e zone poco infiammabili, favorire incendi piccoli e a bassa intensità (anche tramite bruciature prescritte), incentivare il pascolo e la gestione della vegetazione nelle aree di interfaccia urbano-forestale, e limitare l’espansione edilizia nelle zone rurali più esposte al rischio.
In aggiunta, come anche dicono gli esperti al Science Media Center britannico, è particolarmente ovvio che per ridurre il rischio incendi serve continuare a tagliare sui combustibili fossili che generano il cambiamento climatico. E – altrettanto ovvio, ma evidentemente necessario ricordarlo – evitare di accendere fuochi dove non consentito (vedi parchi) e gettare cicche di sigarette o oggetti simili in giro. Non è solo una questione di buona educazione e pulizia.






