Siamo in attesa non tanto che qualcuno descriva, come fece Paul Nizan in Aden Arabia, il senso di solitudine, le incomprensioni, le difficoltà o la totale mancanza di comunicazione con il mondo degli adulti, ma che qualcuno, come fece Nuto Revelli ne Il mondo dei vinti, raccolga le testimonianze dell’attuale cultura adolescenziale. In mancanza dei risultati di questi lavori formali, scientifici (perché rimandano a un metodo di lavoro e alle conseguenti azioni), con finalità conoscitive per poi pianificare iniziative di miglioramento, sono la propaganda, la scelta ideologica e gli interventi inefficaci (perché parziali, inappropriati, arbitrari) a caratterizzare il dibattito sociale e i provvedimenti istituzionali sul mondo adolescenziale.
Nel frattempo l’attenzione all’età evolutiva è testimoniata da azioni occasionali, estemporanee, associate a fatti di cronaca con finalità politiche di parte (quindi ideologiche) e non come iniziative di un percorso educativo, culturale, sociale condiviso e partecipato, di accompagnamento alla genitorialità. Interventi repressivi e di contenimento in risposta a fenomeni anche gravi, ma che non intaccano (anche perché le ignorano) le possibili cause.
Così è stato con il Decreto Caivano che ha reso più difficile l’accesso alla messa alla prova, una misura alternativa alla pena, che permette all’imputato minorenne di essere sospeso dal procedimento penale per svolgere un periodo di prova con attività di riabilitazione.
La presenza media giornaliera di ragazzi detenuti nelle carceri minorili è passata da 425,1 a 556,3, con un aumento del 30,9 per cento. Gli ingressi in carcere sono aumentati di oltre il 10%, mentre quelli nelle comunità penali del 21%. Aumentato del 34,3 per cento anche l’ingresso nei Centri di prima accoglienza (Cpa), che ospitano i ragazzi appena arrestati fino all’udienza di convalida e per un massimo di quattro giorni.
Ingressi che hanno causato un sovraffollamento e limitato il trend positivo in un quadro internazionale in cui l’Italia è tra i paesi europei con i tassi di minorenni denunciati più bassi: 363,4 denunce per centomila abitanti, poco più della metà della media europea di 647,9.
L’imputabilità a 14 anni
Si replica con il DDL S. 1236 «Operazione maranza» orientando sempre più il sistema della giustizia minorile verso la punizione e la repressione e verso l’abbassamento dell’età imputabile, invece che potenziare la funzione educativa e sulla responsabilizzazione. La norma di anticipare la punizione è inutile e contraria all’interesse del minore. A fronte delle migliaia di procedimenti, solo in pochissimi casi (1 su 5000 a Milano in un anno) i minori sono prosciolti per immaturità. Quindi il lavoro dei giudici, coadiuvati al bisogno da professionisti, comprende anche l’accertamento della «maturità comportamentale» dell’accusato minorenne.
Lo sviluppo biologico del cervello umano termina attorno ai 30 anni, la sua plasticità continua anche oltre, così come le competenze o abilità decisionali. La fase discriminante è attorno ai 20 anni. Il disegno di legge, invece, la maturità la presume già a 14 anni, a meno che non sia la difesa a dimostrare il contrario. Un provvedimento non basato su conoscenze scientifiche e quindi, forse, anche incostituzionale.
«È chiaro, la norma da sola non risolve il problema» ha commentato il capo del governo, ma cosa e come si risolve il problema? Perché creare una norma consapevoli della sua inefficacia?
Diritti disattesi
Nel dicembre 2000 si è costituito (anche) in Italia il Gruppo di lavoro per la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Gruppo CRC), un network composto da più di 100 esponenti del terzo settore, con la finalità di ottenere una maggiore ed effettiva applicazione in Italia della CRC e dei suoi protocolli opzionali, attraverso un sistema di monitoraggio indipendente, permanente, condiviso e aggiornato. Da allora il network redige regolarmente Rapporti di aggiornamento annuali e periodici: materiale supplementare a quello presentato dal governo italiano, da sottoporre al Comitato ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza presso l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.
La fotografia che ci propone il XIII Rapporto ritrae una realtà in cui le ragazze e i ragazzi che vivono in Italia manifestano un malessere diffuso, che si esprime in diversi modi, ma riguarda tutte le sfere dell’esistenza e coinvolge le diverse fasce d’età. Pesa la percezione di un futuro incerto: crisi economiche ricorrenti, crescenti disuguaglianze, pandemia, guerre anche ai confini dell’Europa. Indicazioni che confermano quelle degli anni precedenti e che segnalano che la Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza è sì stata ratificata dall’Italia il 27 maggio 1991 con la legge n. 176, ma la sua attuazione è ancora largamente inevasa. «È chiaro, la norma da sola non risolve il problema»
Il cellulare a scuola
Con l’entrata in vigore della circolare ministeriale n. 3392 del 16 giugno 2025, nell’anno scolastico appena terminato, è stato esteso il divieto di utilizzo dei cellulari, anche per scopi educativi e didattici, agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado. In particolare, è vietato l’uso di smartphone durante tutto l’orario scolastico, non solo durante le lezioni, ma anche nei momenti di pausa, spostamenti e attività didattiche. Non è consentito l’uso neanche per fini didattici, salvo eccezioni specifiche. Il divieto riguarda tutti i dispositivi elettronici personali, se non previsti dal piano didattico. Le eccezioni previste includono: i piani educativi individualizzati per studenti con disabilità o disturbi specifici dell’apprendimento; le motivate necessità personali; gli indirizzi di studio specifici, dove l’uso dei dispositivi è funzionale al percorso formativo.
Tra le motivazioni del provvedimento: lo smartphone è una fonte di distrazione (notifiche, social network e giochi attirano), sottraendo l’attenzione delle ragazze e dei ragazzi allo studio e alle attività in classe; l’uso non controllato dei cellulari aumenta l’esposizione a fenomeni dannosi (cyberbullismo, molestie digitali, condivisione impropria di contenuti); la continua connessione, l’abitudine a controllare lo schermo di frequente, la difficoltà a staccarsi dai social possono alimentare ansia, stress e scarso autocontrollo (dipendenza); non tutti gli studenti hanno accesso a dispositivi aggiornati o a connessioni stabili con il rischio di accentuare le disuguaglianze già presenti.
Ma questi sono rischi esclusivi delle ore scolastiche? No, sono i potenziali rischi quotidiani comuni a tutta la popolazione, con intensità diversa a seconda dell’età. Gli esperti del Centro nazionale dipendenze e doping dell’Istituto superiore di sanità hanno stilato raccomandazioni per aiutare i ragazzi e le famiglie a gestire in modo consapevole l’uso del cellulare, che non sono basate sul divieto assoluto, come previsto dal ministero dell’Istruzione e del Merito.
Educare a un uso consapevole (anche) delle risorse tecnologiche dovrebbe essere parte della programmazione didattica. Educare alla cittadinanza digitale in cui oggi ragazze e ragazzi vivono, insegnare gestire invece che a proibire vuol dire accompagnare all’acquisizione di autonomia e fiducia (responsabilità e autocontrollo personale): tutte responsabilità degli educatori, in particolare genitori e insegnanti.
Risposte parziali e repressive, perché non comprese, in ambito adolescenziale non possono che alimentare azioni oppositive, così molti studenti continuano a usare di nascosto lo smartphone a scuola, sfidando i controlli dei docenti e rischiando sanzioni disciplinari come note, richiami o sospensioni. I risultati di una survey indicano che tre studenti su quattro continuano a usarlo nonostante il divieto e che l’8 per cento degli alunni confessa di utilizzarlo anche più di prima «È chiaro, la norma da sola non risolve il problema»
Il lavoro minorile
In Italia si può lavorare dai 16 anni per tutti i cittadini italiani o stranieri. La legge prevede che la ragazza o il ragazzo abbiano frequentato la scuola per almeno 10 anni (5 anni di scuola primaria, 3 di scuola secondaria di 1° grado e 2 anni di scuola superiore) o abbiano ottenuto la licenza media e completato un corso di formazione riconosciuto dallo Stato. Tuttavia, chi non ha ancora completato un corso di formazione e quindi non ha ottenuto una qualifica professionale, può comunque lavorare con il contratto di Apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale (decreto legislativo 167/2011).
I lavoratori minorenni di 15-17 anni nel 2025 erano 81.565, ma le violazioni della legge persistono e solo una minoranza dei casi viene rilevata. In riferimento ai lavoratori entro i 19 anni di età, nel periodo compreso tra il 2020 e il 2024 a livello nazionale sono state presentate all’Inail 330.890 denunce di infortunio per lavoratori diciottenni o di età inferiore. Nello specifico, 205.804 (62 per cento) riguardavano i minorenni entro i 14 anni di età. Le denunce di infortunio con esito mortale per i minorenni sono state in totale 92 nel periodo preso in esame: 14 denunce per gli under 14. «È chiaro, la norma da sola non risolve il problema».
Sinora nessuno, neanche un parlamentare, ha richiamato alla memoria la giustificazione di Indro Montanelli per aver comprato in Etiopia nel 1935 la dodicenne Destà, originaria di Segheneiti, in Eritrea, una sposa bambina («Era una bellissima ragazza di dodici anni… Scusatemi, ma in Africa è un’altra cosa») per sostenere che i diritti umani sono sì una prerogativa che spetta a ogni persona, ma la loro garanzia dipende da una potenziale serie di cause e contesti, anche temporali. Un pensiero estremo? Forse, ma non casuale.





