claudio-rugarli:-ricordo-di-un-medico-e-maestro

Pubblicato il 13/09/2026Tempo di lettura: 4 mins

Al San Raffaele, dove, giovane medico con molti sogni nel cassetto, ero entrato nella primavera dell’anno precedente, conobbi il mio nuovo primario, il professor Claudio Rugarli nel settembre del 1979, la mattina di una giornata di sole. È stato il mio maestro per vent’anni, trascorsi accanto a lui, con la sua guida autorevole a reggere il timone in quella irripetibile stagione di passioni intense, di studi rigorosi e di ricerche affascinanti e d’avanguardia, che hanno portato il nostro ospedale a diventare, in breve tempo, una delle istituzioni più prestigiose del nostro paese.

Ma anche quando ho lasciato il San Raffaele per altro incarico, il professor Rugarli, con un rapporto di affettuosa amicizia e reciproca stima, è rimasto sempre ben presente nel mio percorso professionale e ha ispirato, profondamente, il mio cammino, in cui ho cercato di assomigliargli almeno un po’.
Il giorno in cui ci siamo salutati, commossi entrambi: «Nel suo nuovo ruolo – disse – faccia in modo di comportarsi come il lampadiere, che, tenendo alto il lume, ha magari poca luce davanti a sé, ma illumina e rende chiaro il cammino di chi lo segue».

Ripensando spesso a quelle parole, mi sono reso conto che è proprio quello che ha fatto ogni giorno per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di essere suoi allievi, così come è stato, in fondo, per intere generazioni di studenti, attraverso le pagine del suo Manuale di Medicina interna sistematica, che è diventato presto il testo di riferimento in questa materia e di cui ricordo in particolare l’entusiasmo e l’emozione della prima edizione, nel 1990, dove volle che fossi uno dei collaboratori più assidui: un’opera nelle cui pagine si percepisce bene il suo progetto ideale di un’impostazione metodologica che integri fisiopatologia, clinica e diagnostica attorno alla figura centrale del paziente.

Una straordinaria passione per la medicina e il lavoro del medico

Sono davvero tanti gli episodi che ho condiviso negli anni con lui, ma, forse, per dare una misura della sua statura di maestro e dello stile elegante della persona, mi viene in mente di quella volta in cui mi chiamò nel suo studio al San Raffaele e, accogliendomi con un sorriso, mi volle ringraziare perché, al concorso per l’idoneità a primario (a Roma, nel gennaio 1991), ero risultato, tra le migliaia di candidati, uno di quelli ad aver conseguito il punteggio massimo: «Così facendo – disse – lei ha fatto un gran bel regalo anche a me, sono orgoglioso che faccia parte della mia scuola e per questo la ringrazio».
Standogli accanto a lungo, sono stato fortunato testimone della sua straordinaria passione per la medicina e per il lavoro del medico: la curiosità instancabile nel cercare di comprendere i fenomeni biologici che sottendono la malattia, il rigore essenziale del metodo, il ruolo centrale attribuito al ragionamento clinico. Ci ha insegnato che il cuore vero della Medicina interna sta proprio là, quando non ci si accontenta soltanto di riconoscere una malattia, la sua diagnosi e di stabilire una terapia, ma, come ha scritto una delle sue allieve, Patrizia Rovere Querini,
con parole davvero significative, “nel continuare a porsi delle domande, chiedersi perché, cercare di ricostruire i meccanismi che legano i fenomeni osservati e mantenere uno sguardo ampio e libero, capace di ricomporre la complessità del paziente, in cui la ricerca e la clinica non sono mondi separati, ma modi diversi di porsi, in singolare armonia, le stesse domande, con l’obiettivo di giungere di volta in volta alle risposte più appropriate”.
Un insegnamento prezioso e un patrimonio di valori, che ho portato con me nel mio percorso professionale e che ho cercato, umilmente, di trasmettere agli studenti e ai giovani medici che ho incontrato nelle aule dell’università e nelle corsie degli ospedali: gli elementi della conoscenza fondati sul rigore della scienza e, insieme, il senso profondo del nostro mestiere, in cui lo sviluppo della tecnologia, certo lodevole e importante, non può essere disgiunto dalla particolarissima attenzione verso il vero protagonista di ogni storia, la persona umana.

Una cultura non soltanto medica

Sono debitore al mio maestro del suo sconfinato amore per la cultura, non soltanto medica, e ricordo ancora, con immutato stupore, le sue piacevolissime chiacchierate in studio o in corridoio sui più svariati argomenti, dalla letteratura al cinema, dalla musica allo sport, dalla attualità alla politica, e tuttora mi sorprendo quando mi sovviene della sua stupefacente memoria. Ricordo quando diceva: «Viviamo tempi difficili e oscuri, di quelli che tolgono anche il respiro e la speranza. Ma nel Talmud sta scritto: “Con le pietre e i sassi che ci siamo scagliati contro, un giorno costruiremo una casa»; e aggiungeva: «Soltanto la cultura, in ogni campo del sapere, potrà consentire di realizzare questo miracolo».

Caro professore, quanto sono attuali queste parole: forse è solo un sogno e sognare in questo mondo, che misura ogni cosa, è diventato molto difficile, ma lei ci ha sempre esortato a continuare a farlo («La forza dei sogni – diceva – quella che spinge verso l’alto l’aquilone dei bambini»): coltivare la speranza, come si coltiva, con cura, un fiore e attendere i suoi colori a primavera, con tenacia, come le Vestali custodivano il fuoco, come la ginestra di Leopardi, che fiorisce, pur nel deserto. Di lui, come medico e come uomo, conserverò un caro ricordo nel tempo e continuerò a far vivere, per quanto possibile, il fascino e la bellezza dei suoi insegnamenti. Grazie maestro!

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