green-dressing:-vestirsi-senza-chiudere-gli-occhi

Pubblicato il 11/09/2026Tempo di lettura: 6 mins

Quanti abiti avete nell’armadio? Quante scarpe nella scarpiera, quante sciarpe nei cassetti?
Contarli, magari controllando anche la loro composizione, è l’esercizio che Caterina Moro propone quasi all’inizio di
Green Dressing (il Mulino, 2026). Un punto di partenza per ragionare su un problema che è sia massiccio sia intricato: quello dell’impatto dell’industria della moda. Un impatto ambientale, legato a varie forme di inquinamento, al consumo di suolo e risorse; ma anche sociale, perché quello della moda è un sistema che non si sviluppa nello stesso modo in tutte le aree del pianeta e segna diseguaglianze profonde per la salute e i diritti delle persone. 

L’elefante nell’armadio

Che l’industria della moda abbia un grave impatto ambientale e sociale è qualcosa che, tutto sommato, “si sa”, di cui è difficile essere del tutto inconsapevoli: vengono pubblicati report e articoli, ce ne parlano contenuti social; ce ne accorgiamo anche nei negozi, dove sempre più spesso abbiamo di fronte etichette che evidenziano un capo green, organic, recycled, e in parte anche quando, camminando per strada, ci imbattiamo in uno di quei grandi raccoglitori per gli abiti dismessi. Eppure, è tendenzialmente meno sentito rispetto ad altri gravi problemi ambientali e sociali; per Moro, però, è “un elefante nell’armadio”, perché «Il nostro rapporto con gli abiti non può non essere parte di un discorso sulla sostenibilità: rappresenta forse il punto centrale di tutta la riflessione».

Se – chi più chi meno – siamo comunque almeno vagamente consapevoli del problema, ben più difficile è riuscire ad avere un quadro d’insieme che permetta di mettere insieme i diversi pezzi del puzzle: quanto pesa effettivamente questa industria? Dove lo fa: nella scelta del materiale, nel suo smaltimento, nella produzione, nel trasporto? Vale la pena scegliere un tessuto piuttosto di un altro? Qual è il meno impattante? Quando, invece di buttare un abito nei rifiuti, lo getto nell’apposito raccoglitore, cosa avviene, e davvero aiuto a minimizzare quell’impatto? In che modo la politica, italiana ed europea, fa fronte a questo problema? 

L’enorme pregio di Green Dressing è tendere un filo (è il caso di dirlo) per cucire insieme tutti questi aspetti. Fornire, appunto, il quadro d’insieme, partendo proprio dalle basi: come si articola il sistema moda – di cosa parliamo quando parliamo di fast fashion e ultra fast fashion, ma anche di haute couture e prêt-à-porter, che ne sono comunque parte integrante e come tale hanno il loro ruolo e il loro peso. Ma anche di come è cambiato il nostro rapporto con gli abiti, di come sia influenzato e a sua volta influenzi l’industria che li produce. Dalle basi, attraversa la realtà di questo sistema, dai materiali alla loro lavorazione, dal consumo a ciò che avviene agli abiti dismessi, fino all’intero quadro normativo, che al riguardo è, proprio in questo anni, in piena trasformazione a livello europeo e nei singoli diversi Stati (ed è di recente l’introduzione in Francia di una tassa per contrastare l’ultra fast fashion).

Scelte responsabili

Moro riesce ad affrontare la complessità del tema in modo chiaro, lineare e, non meno importante, basandosi sui dati – dati che restituiscono l’enormità del problema. Per fare solo qualche esempio: «Secondo alcune stime – ed è bene ricordare che sono stime approssimative, basate solo sul numero dei capi venduti, perché i brand non divulgano il numero dei capi prodotti -, il sistema moda immette sul mercato circa 100 miliardi di capi l’anno […] Per immettere sul mercato più di 100 miliardi di capi l’anno, e buttarne via 100 milioni di tonnellate , il sistema moda produce ogni anno tra il 2 e il 10% delle emissioni globali di gas serra (stima UNEP, United Nations Environmental Program) e consuma 215 miliardi di metri cubi d’acqua […] Circa il 30% delle microplastiche (stima IUCN, International Union for Conservation of Nature) presenti nei mari viene dal tessile: dalla produzione dei tessuti sintetici così come quelle rilasciate nei lavaggi casalinghi». E ancora, poco dopo: «Lavorare nel sistema moda comporta, a livello globale, criticità strutturali: la presenza, ancora oggi, di lavoro minorile e lavoro forzato, la compressione di salari e tempi di lavoro, limitazioni alla libertà di associazione e, soprattutto, rischi legati a salute e sicurezza sul luogo di lavoro, che includono sia la sicurezza fisica degli impianti tessili sia l’esposizione degli operai a condizioni di lavoro pericolose, specialmente a causa delle sostanze usate per la produzione e il trattamento dei tessuti». Vale la pena fare uno spoiler: queste criticità non rimangono relegate ai Paesi asiatici e nemmeno l’Italia ne è del tutto esente. 

Può anche sembrare strano, o anche stonato, che Moro sia una fashion designer, una parte integrante di questo sistema così problematico. Ma sono proprio il suo lavoro e la sua formazione a garantire uno sguardo completo e informato – e la posizione personale dell’autrice è, quasi relegata, nelle ultime pagine del saggio: «il punto di partenza necessario per salvare il pianeta è smettere di considerarci separati dalla natura». 

Green Dressing è un riferimento eccezionale per chi questi problemi li conosce poco o nulla. Perché non sono problemi che si possano ignorare: vanno conosciuti, e vanno conosciuti nella loro complessità. Così come è un riferimento eccezionale per chi è almeno in parte già consapevole e, oltre a desiderare di approfondire, cerca di fare scelte quotidiane più sostenibili. Perché come sempre la responsabilità non è di un solo brand, di una sola industria: anche la moda è un sistema e, come scrive Moro, «Nessuno si sente mai pienamente responsabile, ma il sistema si regge su una catena in cui ciascun anello contribuisce a produrre un impatto reale e tangibile». Nel saggio, infatti, non ci sono eroi e dannati: ci sono pratiche e scelte che riguardano sia i produttori (tutti i produttori) sia i consumatori. Tanto che Moro evita il termine sostenibilità, «abusato, talvolta ambiguo, che può significare tutto e il contrario di tutto», preferendogli quello di responsabilità, «perché tutti – aziende, consumatori, governi – abbiamo delle responsabilità: verso gli altri esseri umani e verso il pianeta che ci ospita».

Mettiamolo subito in chiaro, comunque: non esistono un tessuto, un materiale, un abito, un brand, una tipologia di produzione o di riciclo – non esiste nulla che sia a impatto zero. È un concetto fondamentale, che non a caso in Green Dressing ricorre sottolineato più volte. Non c’è una soluzione magica, e proprio questo rende la sostenibilità, o responsabilità, così fondamentale per minimizzare l’impatto delle nostre scelte. E infatti questo non è un manuale d’istruzioni, non offre la risposta per chiudere la questione. Fornisce però gli strumenti per metterle in pratiche, quelle scelte responsabili – per noi consumatori, leggere un’etichetta, riflettere sui propri acquisti, usarli (perché sì, anche il modo in cui li usiamo ha un impatto non trascurabile: basta pensare all’energia richiesta per il lavaggio e a come le caratteristiche di quest’ultimo possano influenzare la durata dell’abito), smaltirli. Una cosa è certa: anche se non regala soluzioni salvifiche, alla fine di questo libro non comprerete più un abito nello stesso modo, né lo indosserete come prima.
 

Quanto pesa la macchina bellica sul clima

Pubblicato il 11/09/2026

Le emissioni di eserciti, operazioni militari e industria della difesa sono state a lungo solo parzialmente incluse negli inventari climatici nazionali.

Related Post

Fare chiarezza su tutte le energie del mondo

Pubblicato il 03/10/2025Tempo di lettura: 7 mins«In Italia il dibattito pubblico sull’energia ha la brutta…

Il Congresso americano riduce quasi a zero i tagli alle agenzie scientifiche voluti da Trump

Tutti noi abbiamo sempre guardato con ammirazione alle istituzioni scientifiche statunitensi. Università e centri di…

Il rapporto tra politica e sanità visto dalle Marche, l’Ohio d’Italia

Lo spunto per questo contributo mi è venuto da un articolo de la Stampa sulle…