terra-dei-fuochi:-quale-scienza-serve-dopo-la-sentenza?

Il 30 gennaio 2025 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per non avere protetto adeguatamente la popolazione della Terra dei Fuochi da un rischio ambientale e sanitario conosciuto da molti anni. È trascorso più di un anno e mezzo: poco rispetto alla lunga storia di questo territorio, ma più che sufficiente per chiedersi che cosa la sentenza possa cambiare anche nel modo di produrre e utilizzare le conoscenze su ambiente e salute.

Naturalmente la questione ha una portata che supera la vicenda giudiziaria. Nel suo ragionamento la Corte attribuisce grande importanza al patrimonio di conoscenze accumulato nel tempo. Non cerca la dimostrazione di un rapporto causale tra l’esposizione e la malattia di ciascun ricorrente, né individua uno studio epidemiologico decisivo, ma considera piuttosto la convergenza di indagini ambientali, epidemiologiche e sanitarie e si domanda se quanto era noto fosse sufficiente a rendere prevedibile il rischio e a richiedere misure efficaci di protezione.

È un passaggio importante anche per la scienza perché mette al centro almeno due domande chiave: quanto dobbiamo sapere per agire quando sono in gioco rischi gravi e persistenti per la salute? E quale ricerca serve quando le conoscenze disponibili sono già sufficienti a giustificare la prevenzione?

Molte conoscenze, distribuite in modo diseguale

Negli ultimi dieci anni la ricerca sulla Terra dei Fuochi è proseguita intensamente. Facendo una rassegna personale su PubMed, su 23 lavori pubblicati tra il 2014 e il 2026 su ambiente e salute nella Terra dei Fuochi (o sovra o sotto insiemi) emerge una distribuzione piuttosto istruttiva: soltanto 2 sono studi di epidemiologia di popolazione; 7 riguardano biomonitoraggio umano, epidemiologia clinica e biomarcatori; 10 studiano ambiente, alimenti, indicatori di esposizione e relazioni One Health; 4 sono rassegne o contributi di integrazione delle evidenze, percezione del rischio e policy.

È cresciuta soprattutto la capacità di descrivere ciò che avviene lungo la catena che collega contaminazione ed effetti biologici: metalli e altri contaminanti nelle matrici ambientali e alimentari, dose interna, biomarcatori, alterazioni molecolari, salute riproduttiva, microbioma. Alcuni lavori più recenti cercano opportunamente di integrare salute umana, animale e ambientale secondo una prospettiva One Health.

L’epidemiologia di popolazione ha avuto uno sviluppo molto più limitato. Questo non significa che manchino dati sulla salute. Una parte rilevante delle informazioni proviene dai sistemi istituzionali: mortalità, ricoveri, registri tumori, anomalie congenite, studi SENTIERI. Il risultato è però un patrimonio conoscitivo ricco ma al tempo stesso frammentato, prodotto con scale geografiche troppo ampie, periodi di osservazione e finalità eterogenei e, soprattutto, riferito a periodi non sufficientemente aggiornati.

Anche il quadro ambientale resta in evoluzione. Molte delle pressioni che hanno caratterizzato la Terra dei Fuochi non appartengono soltanto al passato: persistono siti contaminati, discariche e aree interessate da abbandono o gestione illecita dei rifiuti, mentre gli interventi di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica procedono con tempi spesso molto lunghi. A ciò si aggiungono pressioni ambientali attuali, non necessariamente coincidenti con quelle che hanno originato la vicenda. Una geografia delle esposizioni così complessa rende ancora più necessario aggiornare e integrare la sorveglianza ambientale e sanitaria.

A questa persistenza e trasformazione delle pressioni ambientali corrisponde un quadro sanitario che continua a presentare segnali di attenzione, anch’essi distribuiti in modo molto eterogeneo. 

I segnali sanitari persistono, ma cambiano da luogo a luogo

Il Sesto Rapporto SENTIERI, pubblicato nel 2023 su dati di mortalità 2013-2017 e ospedalizzazione 2014-2018,  continua a rilevare nel Litorale Domizio-Flegreo e Agro Aversano eccessi per mortalità generale, tumori e diverse patologie considerate a priori di interesse per le pressioni ambientali presenti. Ma lo stesso rapporto sottolinea un limite fondamentale: un’area comprendente 77 comuni è troppo vasta ed eterogenea perché un unico indicatore epidemiologico possa descriverla adeguatamente. Da qui la raccomandazione di sviluppare sorveglianza a scala comunale e sub-comunale e studi integrati ambiente-salute. 

L’Atlante regionale della mortalità 2006-2014, pubblicato su Epidemiologia&Prevenzione nel 2020, aveva mostrato una distribuzione non omogenea degli eccessi.  La ASL Napoli 2 Nord presentava una mortalità generale significativamente superiore alla media campana in entrambi i sessi e diversi eccessi per cause specifiche; Caserta mostrava un profilo più selettivo.

Dati più recenti della Regione Campania mostrano bene il problema della scala.  Nel Distretto 46 di Acerra, nel periodo 2020-2022, la mortalità per tutti i tumori non risulta complessivamente superiore a quella regionale, ma emergono eccessi rilevanti per alcune sedi: negli uomini, per esempio, i tassi sono più elevati per tumori della laringe, testa-collo e mieloma; nelle donne per laringe, testa-collo, stomaco, vescica e linfoma non Hodgkin. I piccoli numeri e gli ampi intervalli di confidenza impongono cautela, ma proprio questa instabilità mostra quanto servano osservazioni continuative e territorialmente dettagliate. 

La “Terra dei Fuochi”, dunque, è un nome necessario per identificare un fenomeno storico, ambientale e sociale, ma comprende una popolazione non uniformemente esposta a rischi ambientali, con uno stato di salute eterogeneo, con un profilo di vulnerabilità molto complesso.

Comporre il puzzle

La priorità scientifica diventa allora integrare conoscenze che oggi procedono ancora troppo spesso su binari paralleli, per comporre il percorso che dalle pressioni ambientali determina impatti sulla salute, passando attraverso la catena contaminazione-esposizione-effetti biologici precoci-malattia.

La ricerca recente ha prodotto molte tessere di questo puzzle, specie nella parte centrale della catena, ma ciò che ancora di fatica a vedere è l’immagine complessiva. Conoscere come cambia questa catena da un territorio all’altro, quali popolazioni sono maggiormente esposte, come evolvono nel tempo esposizioni e salute non è solo uno scopo di ricerca ma una componente fondamentale per la sanità pubblica: conoscere quale parte dei cambiamenti osservati possa essere messa in relazione con le trasformazioni ambientali e con gli interventi effettuati. 

Questo richiede non solo più epidemiologia ma anche un’epidemiologia diversa da quella utilizzata per documentare il danno: sorveglianza continuativa, scale territoriali più fini, integrazione con dati ambientali e biomonitoraggio, capacità di identificare gruppi vulnerabili e disuguaglianze. Richiede inoltre dati accessibili e sistemi informativi capaci di dialogare fra loro.

Nuovi studi sono sempre utili, ma occorre chiarire a quale domanda debbano rispondere. Questo approccio è necessario per evitare che vengono utilizzati per rinviare l’azione fino alla scomparsa di ogni incertezza, col rischio di prolungare quel tempo dell’attesa che ha caratterizzato la storia della Terra dei Fuochi.

Servono studi per stabilire dove intervenire prioritariamente, quali esposizioni ridurre e se gli interventi stanno funzionando, che siano cioè una parte integrante del sistema di prevenzione.

Dalla documentazione del danno alla valutazione degli interventi

È forse questa una delle conseguenze scientificamente più interessanti della sentenza di Strasburgo. Le conoscenze disponibili hanno già avuto, nel ragionamento della Corte, una forza sufficiente a fondare un obbligo di protezione. I limiti conoscitivi mantengono tuttavia tutta la loro importanza per orientare quell’azione e valutarne i risultati.

Questa esigenza è anche della Sentenza: tra le misure indicate dalla Corte figura proprio l’istituzione di un meccanismo indipendente di monitoraggio, insieme a una strategia complessiva e a una piattaforma pubblica di informazione. La questione diventa quindi anche quali indicatori utilizzare per verificare nel tempo l’efficacia delle azioni intraprese.
La domanda epidemiologica dovrebbe quindi evolvere per definire dove si concentra oggi il rischio, quali popolazioni sono maggiormente esposte, quali interventi producono maggiori benefici.

A domandarsi se le esposizioni ambientali a rischio stiano diminuendo e la salute stia migliorando sono sia gli epidemiologi sia le persone residenti.
Il tempo trascorso dal gennaio 2025 conta anche per questo. La Corte ha riconosciuto che le conoscenze accumulate rendevano necessario proteggere la popolazione e ha indicato nel monitoraggio indipendente uno degli strumenti necessari. La sfida scientifica che ne deriva è costruire gli strumenti per sapere, negli anni che vengono, se quella protezione sta realmente avvenendo.

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