La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplicemente l’assenza di malattie o infermità. Adottata nel 1948 dall’Organizzazione mondiale della sanità, questa visione trasforma la salute in un diritto umano fondamentale.
Tuttavia, quando sir Michael Marmot, epidemiologo di fama mondiale ed esperto di disuguaglianze sociale, chiedeva: «Perché curare le persone per poi rimandarle nelle stesse condizioni che le hanno fatte ammalare?», indicava un limite strutturale dei sistemi sanitari contemporanei.
Oggi, secondo le stime dell’OMS, oltre il 50% della nostra salute dipende dai cosiddetti determinanti sociali: livello di istruzione, condizione abitativa, rete relazionale, isolamento, stabilità economica. Nelle sale d’attesa dei medici di medicina generale questo si traduce quotidianamente in un 20-30% di consultazioni che riguardano problemi non strettamente clinici: ansia, depressione, solitudine, incapacità di gestire il tempo libero. Nella terza età queste forme di disagio si somatizzano spesso in disturbi fisici, portando a sovraprescrizioni farmacologiche o ad accessi impropri presso i pronto soccorso.
Dalla polifarmacia al deprescribing
Il ricorso alla risposta farmacologica per bisogni di natura psicosociale ha contribuito all’esplosione della politerapia. Secondo il Rapporto dell’Osservatorio sull’impiego dei medicinali dell’AIFA (OsMed), nel 2025 quasi 7 italiani su 10 hanno ricevuto almeno una prescrizione nel corso dell’anno, con un forte incremento di politerapia, in particolare tra gli anziani. La spesa farmaceutica è stata pari a 39.3 miliardi (+6% rispetto all’anno precedente), di cui la spesa pubblica pari a 28.4 miliardi e quella direttamente sostenuta dai cittadini salita a 10.7 miliardi (+7.5%).
Oltre il 60% degli ultraottantenni assume quotidianamente almeno 5 principi attivi e oltre il 30% ne assume 10 o più ogni giorno. In questo scenario di polifarmacia emerge la necessità di deprescrizione (deprescribing), ovvero il processo pianificato e supervisionato di riduzione o sospensione dei farmaci la cui utilità è venuta meno o i cui rischi superano i benefici. La letteratura scientifica dimostra che sospendere alcuni farmaci, in particolare nell’anziano, non è solo sicuro, ma migliora la qualità di vita e riduce la mortalità complessiva. Deprescrivere non significa somministrare meno cure, ma cure migliori e più appropriate.
È in questo scenario che si inserisce la prescrizione sociale (social prescribing), una pratica nata e istituzionalizzata nel Regno Unito e oggi al centro di un crescente interesse globale.
Prescrizione sociale in pillole
Dai primi pioneristici esperimenti condotti tra il 1926 e il 1950 (Peckham Experiment), fino all’istituzione delle Rete nazionale di prescrizione sociale nel 2016 e alla nascita della Social Prescribing Academy nel 2019, la prescrizione sociale è un percorso strutturato, metodologico e personalizzato per connettere i pazienti a risorse non cliniche del territorio, articolato in quattro fasi.
Prima il medico di medicina generale individua l’utente con bisogni psicosociali, solitudine o patologie croniche che potrebbero beneficiare di interventi di stile di vita e di comunità. Il paziente viene quindi inviato a una figura chiave di riferimento, il Link Worker (“connettore”), figura istituzionalizzata nel regno unito nel National Health service nel 2019, che applica un approccio basato sul “cosa conta per te?” piuttosto che il classico “che cos’hai?” e co-progetta con l’assistito un piano personalizzato.
A questo punto il link worker attinge a un database di risorse locali quali associazioni di volontariato, biblioteche, cori, orti urbani, dove indirizzare il paziente. Infine si misura l’impatto sul benessere della persona e si valuta il rispetto degli obiettivi prefissati.
Il Toolkit dell’OMS e la visione salutogenica
A toolkit on how to implement social prescribing è una guida pratica messa a punto dall’Ufficio regionale occidentale dell’OMS, indirizzato alle organizzazioni, ai decisori e ai singoli professionisti sanitari che vogliano aggiungere questa opportunità all’offerta rivolta agli utenti dei servizi sanitari. In Italia è stato tradotto e diffuso dal Cultural welfare center, nato il primo giorno di lockdown per rispondere alle sfide di salute accentuate dalla pandemia, in collaborazione con l’Istituto superiore di sanità.
Il kit è molto più di un manuale di strumenti, propone una visione, illustra un modello organizzativo e un percorso strutturato per orientare i clinici a rispondere ai bisogni del paziente, in particolare quelli più fragili. Si legge nel documento: «La prescrizione sociale è un processo che consente di allontanarsi da un modello riparativo per dirigersi verso un sistema salutogenico, che aiuta a costruire e promuovere la salute: non solo pazienti con bisogni, ma, prima di tutto, persone con bisogni da condividere nella società. Il punto di forza è mettere al centro la persona».
La prescrizione sociale nel mondo e lo scenario italiano
Diversi sono i Paesi che si stanno muovendo per strutturare delle proprie realtà di prescrizione sociale. I Paesi Bassi parlano di “prescrizioni per il benessere”. Nel resto del Nord Europa e in Portogallo si sviluppano programmi incentrati sull’accesso alla natura e sulla prescrizione culturale per favorire l’equità sociale. In Nord America crescono le reti associative e i progetti pilota con l’obiettivo di estendere l’accesso a terapie artistiche e comunitarie su larga scala.
In Italia il social prescribing è ancora a una fase embrionale o legato a sperimentazioni locali o regionali. In ambito sanitario il Piano della prevenzione 2025 ha avviato gruppi di cammino di cittadini, gruppi di Esercizio fisico strutturato (EFS), gruppi di attività fisica e motoria adattata (AFA o AMA) e promozione di pratiche di salute in ambito lavorativo (Workplace health promotion). Il Piano della cronicità prevede percorsi di salute diagnostico-assistenziali per pazienti affetti da patologie croniche. Anche nel mondo culturale, ci sono progetti apripista riconosciuti a livello europeo, tra cui la Rete MTA-Musei Toscana per l’Alzheimer o l’iniziativa Nati per leggere, attiva ormai dal 1999 che accompagna i neogenitori alla scoperta della lettura condivisa con il bambino, o il progetto nazionale Dance Well, iniziativa nata per i pazienti affetti da malattia di Parkinson, considerata modello di danza inclusiva.
Anche lo studio multinazionale coordinato dall’OMS Music and Motherhood ha valutato la possibilità di attuazione in diversi Paesi europei, Italia compresa, di un intervento di canto di gruppo a sostegno delle madri con sintomi di depressione post-partum, iniziativa già sperimentata con successo nel Regno Unito.
Le evidenze scientifiche: salute e impatto economico
Gli studi sul social prescribing si sono moltiplicati nell’arco dell’ultimo decennio, guidati in particolare dagli enti di ricerca del Regno Unito, dove il National health service (NHS) ha istituzionalizzato la figura del Link worker dal 2019. I benefici riscontrati spaziano su più livelli. Revisioni sistematiche (BMJ Open e Centre for Evidence-Based Medicine di Oxford) mostrano effetti positivi tangibili sulla salute individuale, con una riduzione significativa dei livelli di ansia, depressione e percezione dell’isolamento. In termini economici e di sostenibilità del sistema sanitario, la presenza di un programma di prescrizione sociale strutturato mostra una riduzione degli accessi presso il medico di medicina generale del 18-28% e dei ricoveri impropri in Pronto soccorso del 15-24%, con un ritorno sull’investimento compreso tra 2 e 5 sterline per ogni sterlina investita. Uno dei punti di forza è quello di creare collegamenti con servizi che nella maggior parte dei casi, sono già disponibili nelle comunità locali.
Come ribadito nell’ultimo aggiornamento della Carta di Ginevra per il Ben-essere: «La prescrizione sociale rappresenta una corretta interpretazione delle comunità locali che promuovono ben-essere sostenibile». In termini di coesione sociale trasforma i cittadini da consumatori passivi ad attori attivi della propria comunità.
Il momento è adesso
Oggi l’Italia vive un momento cruciale. La riforma della sanità territoriale prevista dal DM 77/2022 sostenuta dai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) con al centro le Case della comunità pensate come luoghi di integrazione sociosanitaria e di partecipazione comunitaria, non sembra aver centrato in pieno l’obiettivo. Ma la strada è quella. Come affermava sir Michael Marmot, «La salute si costruisce dove viviamo, lavoriamo, cresciamo e invecchiamo. Non è solo l’assenza di malattia, ma la capacità di avere il controllo sulla propria vita».
Di fronte alla domanda “Di cosa abbiamo bisogno oggi per sentirci bene?”, la prescrizione sociale offre una risposta ampia, umana ed ecologica: un approccio olistico alla persona, che promuove una cura integrata basata sulla comunità locale e che aiuta a demedicalizzare l’offerta dei servizi sanitari.







