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Il 15 agosto i media hanno ricordato e, in qualche misura celebrato, il quinto anniversario della nuova presa di potere dei talebani a Kabul. Ma, a mio parere, l’immagine che racconta davvero il cambio di regime non è quella della vittoria dei miliziani entrati nel palazzo presidenziale, ma quella dei giorni successivi, all’aeroporto Hamid Karzai, con la folla afghana schiacciata contro le reti, i bambini passati di mano in mano oltre il filo spinato verso sconosciuti in uniforme, nella speranza che almeno loro avessero un futuro.

Erano bastati dieci giorni, tra il 6 e il 15 agosto 2021, perché cadessero tutti i 34 capoluoghi di provincia afghani: un collasso a catena che ha travolto il Paese da Zaranj, al confine iraniano, fino a Kabul, mentre l’esercito addestrato ed equipaggiato dall’Occidente per vent’anni si dissolveva quasi senza combattere e il 30 agosto, a cinque anni da oggi, l’ultimo C-17 americano decollava da Kabul poco prima di mezzanotte.

Sono tutti lì, in quelle scene, i segni della sconfitta: il tramonto di un disegno di democrazia, l’abbandono delle persone che ci avevano creduto e ci si erano impegnate, la ricaduta verso una teocrazia soffocante e intransigente, la rete di confine che mette da una parte il mondo occidentale e dall’altra ancora una volta la vecchia Asia o il Medio Oriente delle contrapposizioni geopolitiche.

Francesco Talò, allora ambasciatore italiano alla Nato e tra gli ultimi diplomatici occidentali a visitare Kabul prima del crollo, ricorda una frase che i talebani ripetevano ai negoziatori occidentali durante i colloqui di pace: «Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo». Frase icastica quanto non mai e ormai ben nota. Avevano ragione: sapevano di avere il tempo dalla loro parte, mentre l’Occidente aveva solo gli orologi di un ciclo elettorale.

Un Paese cuscinetto, da sempre

Tuttavia quella dell’Afghanistan non è una storia di pace che si interrompe nel 2021, il Paese conosce piuttosto una storia di potenze esterne che se ne sono servite più volte per poi lasciarlo alle proprie macerie. Nell’Ottocento è stato terreno di scontro tra l’impero britannico e quello russo, il cosiddetto «Grande Gioco», e ha ottenuto la piena indipendenza solo nel 1919. Dopo un periodo di modernizzazione moderata sotto la monarchia, il colpo di Stato comunista del 1978 e l’invasione sovietica dell’anno successivo hanno aperto un decennio di guerra contro i mujaheddin, armati e finanziati da Stati Uniti, Arabia Saudita e Pakistan.

Al ritiro sovietico del 1989 segue una sanguinosa guerra civile, poi l’ascesa dei talebani, che prendono Kabul nel 1996, dando ospitalità ad al-Qaeda. Dopo l’11 settembre, l’invasione a guida statunitense rovescia il primo Emirato e per vent’anni successivi supporta una repubblica Islamica fragile ma reale, con una Costituzione, elezioni, e progressi concreti, specie nelle aree urbane, sull’istruzione e sui diritti delle donne. La repubblica che il 15 agosto 2021 si è dissolta come neve al sole.

Centoquaranta ordini, e non solo contro le donne

Dal 2021 i talebani hanno imposto oltre 140 tra ordini e restrizioni, secondo il conteggio delle organizzazioni della diaspora afghana come Rawadari. Alle ragazze è vietato l’accesso all’istruzione oltre la sesta elementare; dal dicembre 2022 sono chiuse le università; dal dicembre 2024 anche gli ultimi corsi rimasti aperti alle donne, infermieristica e ostetricia, sono stati vietati. Una testimone di RAWA, l’associazione rivoluzionaria delle donne afghane, racconta cosa significhi oggi la parola apartheid di genere: esclusione sistematica dall’istruzione, dal lavoro, dalla vita pubblica; il controllo di movimenti, abbigliamento, persino della voce per strada.

Il ministero del Vizio e della Virtù, istituito nel luglio 2024, ha vietato la musica, i saloni di bellezza e qualunque attività produttiva femminile, dentro o fuori le mura domestiche. Il regime usa il controllo delle SIM biometriche per identificare chi partecipa alle proteste, e secondo le testimonianze raccolte da RAWA gli operatori di telecomunicazione forniscono registrazioni vocali alle autorità quando richiesto, in particolare nelle province dove si sono svolte manifestazioni, come Herat e il Badakhshan.

Ma la repressione non colpisce solo le donne, per quanto siano il bersaglio principale. Il regime, per esempio, ha più volte tentato di spegnere del tutto internet, l’ultima volta a fine settembre, salvo fare marcia indietro in 48 ore quando l’economia, già in ginocchio, ha rischiato il collasso. Sulle attività economiche di ogni tipo, dal venditore ambulante ai matrimoni, pesano tangenti sistematiche, in un regime che le stesse fonti della diaspora descrivono ormai come apertamente mafioso. Le minoranze religiose ed etniche non sono risparmiate: nel Badakhshan i talebani combattono la popolazione ismailita per costringerla a convertirsi; a Herat, nel quartiere hazara di Jebrail, le proteste contro gli arresti per motivi di abbigliamento sono sfociate in scontri aperti con l’esercito.

Eppure la società afghana non si è arresa. A Herat, un gruppo di 49 giovani insegnanti che si definiscono “i tulipani rossi”, coordinate da una donna che chiamano Leila per proteggerne l’identità, ha continuato clandestinamente a far studiare 900 ragazze dopo che la loro prima scuola, sostenuta anche da una campagna di raccolta fondi del quotidiano Avvenire, è stata chiusa e le coordinatrici arrestate e interrogate per settimane. Le lezioni si tengono dentro stanze minuscole, spesso all’alba per non dare nell’occhio, se un talebano chiede cosa vi si insegni, la risposta pronta è sempre la stessa: il Corano.

Il racconto sul quotidiano cattolico si arricchisce di testimonianze: una delle allieve porta in classe la figlia neonata perché non ha nessuno con cui lasciarla. Un’altra racconta che aveva completato un corso di ostetricia, l’unico ancora aperto alle donne fino al 2024, ma poi il ministero della Salute talebano si è rifiutato di rilasciarle l’attestato: ha pagato le tasse, ma non può esercitare.

Un sistema sanitario allo sbando, un mondo che stacca la spina

I numeri restituiscono la scala del problema, e vanno letti su due piani: quello che riguarda in modo specifico le donne, e quello che riguarda l’intera popolazione afghana rispetto al resto del mondo. Sul primo piano, il dato più eloquente resta la mortalità materna: nel 2024 l’Afghanistan ha registrato 638 morti materne ogni 100.000 nati vivi, il tasso più alto dell’Asia, più del triplo della media mondiale (197 su 100.000). È un dato che nasce da una causa precisa: il divieto, imposto nel dicembre 2024, di formare nuove ostetriche e infermiere, sommato all’obbligo del tutore maschio per il personale sanitario femminile, che nella pratica dimezza le squadre mediche disponibili nei villaggi.

È quello che racconta Manizha (un nome di fantasia) una delle poche dottoresse rimaste attive nel Paese, la cui squadra è passata da 14 a 7 componenti per la mancanza di tutori maschi disposti ad accompagnarle nei villaggi rurali. esattamente la stessa carenza di personale sanitario femminile che pesa ogni giorno sul lavoro. 

È un dato che segna un’inversione di rotta, perché durante la fragile repubblica la mortalità materna afghana era scesa di quasi il 60%, da circa 1.600 morti ogni 100.000 nati vivi nel 2002 a 620 nel 2020. Il progresso più solido di vent’anni di presenza occidentale.

Sul piano della popolazione nel suo complesso, il quadro è più sfumato di quanto ci si aspetterebbe. L’aspettativa di vita alla nascita resta bassissima rispetto alla media dei Paesi OCSE: circa 66 anni contro oltre 81, ma il divario di genere al suo interno non è quello che si potrebbe immaginare: nel 2023 le donne afghane vivevano in media 67,5 anni contro i 64,5 degli uomini, un vantaggio femminile in linea, anche se ridotto, con quello osservato quasi ovunque nel mondo. Lo stesso vale per la mortalità sotto i cinque anni: nel 2024 era di 48,9 morti ogni 1.000 nati vivi tra le bambine e di 57 tra i bambini, di nuovo coerente con il pattern biologico globale. 

Il vero differenziale di genere in Afghanistan, insomma, non emerge nell’infanzia ma più avanti, nell’età adulta e riproduttiva: è lì, nell’accesso alle cure ostetriche e nella libertà di movimento necessaria per raggiungerle, che si concentra la discriminazione.
A peggiorare le cose, dal 2025, si è aggiunto il ritiro degli aiuti americani. Gli Stati Uniti, attraverso USAID, coprivano oltre il 40% di tutti gli aiuti umanitari afghani. Dopo lo stop firmato dall’amministrazione Trump, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità oltre 200 strutture sanitarie hanno chiuso nel solo Afghanistan, e l’UNFPA (l’agenzia delle Nazioni Unite per la popolazione) stima che la sola interruzione dei servizi materno-infantili possa causare 1.200 morti materne aggiuntive entro il 2028.

Anche la copertura vaccinale infantile (DTP3, terza dose), pur non disaggregata per sesso nei dati ufficiali, racconta la stessa traiettoria spezzata: era salita dal 27% del 1999 al 60% del 2023, per poi tornare a scendere dal 2019, contro una media OCSE che sfiora il 95%.

Non esiste, in Afghanistan, un registro tumori nazionale né una sorveglianza sistematica della mortalità cardiovascolare, tantomeno disaggregata per sesso. Mentre nei Paesi OCSE la sopravvivenza a cinque anni per i tumori più comuni supera spesso il 60-70%, in Afghanistan questo dato semplicemente non viene misurato: le diagnosi arrivano quasi sempre in stadio avanzato, e per le donne pesano barriere aggiuntive di accesso alle diagnosi e alle cure. 

Gli orologi, il tempo, e ciò che si sarebbe potuto fare

Negli anni Ottanta gli Stati Uniti finanziarono generosamente i mujaheddin afghani in funzione anti-sovietica, senza tuttavia la capacità o la volontà di trasformare questo sforzo in un impegno sul futuro. Lo racconta molto bene il film La guerra di Charlie Wilson (2007), con Tom Hanks nel ruolo del deputato che ottenne miliardi di dollari per armare la resistenza. 
Nel finale del film, a ritiro sovietico avvenuto, Wilson prova a far stanziare dal Congresso anche solo un milione di dollari per ricostruire scuole e infrastrutture afghane: non trova alcun sostegno politico. L’interesse era tutto nella sconfitta di Mosca, nessuno nel dopoguerra.

È lo stesso schema che si è ripetuto quarant’anni dopo, su scala molto più grande: vent’anni di presenza occidentale, con investimenti reali su istruzione e diritti delle donne (Talò ricorda gli incontri con le delegazioni istituzionali afghane a Kabul, dove di fronte ai diplomatici italiani, tutti uomini, sedeva sempre almeno una donna, a rappresentare una società capace di coltivare valori universali) interrotti di colpo per un calcolo di politica interna occidentale ben poco lungimirante.

Talò definisce il ritiro del 2021 una delle pagine della sua vita professionale di cui si sente più responsabile: sapeva che si trattava di una scelta sbagliata, ma la posizione intransigente dell’amministrazione Biden fu decisiva. E avverte che il segnale dato al mondo, l’Occidente non mantiene i propri impegni, potrebbe aver contribuito alla decisione di Putin, pochi mesi dopo, di invadere l’Ucraina.

La nuova vergogna dei rimpatri

Cinque anni dopo le immagini dei bambini issati oltre il filo spinato dell’aeroporto di Kabul, la direzione del flusso migratorio si è invertita: si discute apertamente di come rimandare in Afghanistan chi ne è fuggito. 

Il 23 giugno 2026 una delegazione di cinque rappresentanti dell’Emirato ha incontrato a porte chiuse, a Bruxelles, funzionari della Commissione europea e di quindici Stati membri per discutere di rimpatri. Un incontro presentato come puramente tecnico, ma che i talebani stessi hanno definito storico, rivendicando la ripresa di servizi consolari e l’invio di nuovi diplomatici in Europa. 

La Germania è il Paese capofila: ha già deportato almeno 200 migranti afghani. Diversi governi, incluso quello italiano, hanno sollecitato formalmente la Commissione ad aprire un dialogo sui rimpatri con un regime che la stessa Unione Europea non riconosce, i cui vertici sono soggetti a mandati d’arresto della Corte penale internazionale.

Dodici giorni prima dell’incontro, l’11 giugno 2026, il Tribunale permanente dei popoli ha chiesto formalmente all’Unione Europea di ritirare l’invito ai talebani, definendo la mossa «un pericoloso passo verso la normalizzazione del regime». L’appello, come quelli delle organizzazioni per i rifugiati, non è riuscito a fermare l’incontro di Bruxelles.
Le organizzazioni per i rifugiati denunciano l’assenza di qualunque garanzia: non esiste un sistema indipendente per monitorare cosa accada a chi viene rimpatriato, e le testimonianze di chi è stato espulso da Iran e Pakistan raccontano di controlli dei telefoni, interrogatori, in alcuni casi persone uccise al ritorno.

Il Relatore speciale ONU sui diritti umani in Afghanistan parla apertamente di una tendenza generale alla normalizzazione del regime: repressione e discriminazione introdotte gradualmente, per non allarmare la comunità internazionale, mentre i talebani aspettano solo un pretesto, anche minimo, come un accenno di riapertura delle scuole superiori, per ottenere dall’Europa quella legittimazione che finora nessuno, salvo la Russia di Putin, ha concesso formalmente.

In questo quadro, l’unico strumento di giustizia rimasto alle donne afghane rischia a sua volta di sparire. La Corte penale internazionale, che nel 2025 ha emesso mandati d’arresto contro il leader supremo Hibatullah Akhundzada e il capo della magistratura Abdul Hakim Haqqani per persecuzione di genere, è ora sotto attacco diretto dell’amministrazione Trump, che ha promesso di «smantellarla mattone dopo mattone» dopo aver già sanzionato giudici e procuratori.

Per l’avvocata per i diritti umani Binaifer Nowrojee, che ha condotto le prime indagini internazionali sullo stupro come crimine di genocidio durante il conflitto ruandese, il collasso della Corte non farebbe piacere solo ai talebani, ma anche a Putin, alla giunta birmana e a tutti i leader che oggi temono di dover rispondere dei propri crimini: senza quella Corte, per le donne afghane non resterebbe alcuna sede, nemmeno simbolica, a cui rivolgersi.
Un altro tentativo, anche se privo di potere coercitivo, è arrivato ancora una volta dal Tribunale permanente dei popoli: la sua 55ª sessione, dedicata alle donne afghane e richiesta da quattro organizzazioni della società civile (Rawadari, AHRDO, DROPS e HRD+), ha tenuto udienze pubbliche a Madrid dall’8 al 10 ottobre 2025, raccogliendo la testimonianza di 24 donne. La sentenza, letta l’11 dicembre 2025 all’Aja, ha condannato le autorità talebane per un sistema di persecuzione di genere che i giudici hanno definito una forma di «cancellazione dell’umanità».

L’Occidente, tuttavia, guarda altrove. Miope e colpevole.
 

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