È ampiamente condiviso come il cambiamento climatico si configuri come una reale emergenza sanitaria e una sfida epocale. Una riflessione su come tale emergenza sanitaria riguardi anche la salute e la sicurezza dei lavoratori è essenziale. Storicamente, la ricerca in ambito occupazionale ha consentito di identificare e caratterizzare rischi per la salute dei lavoratori dovuti a sostanze presenti anche negli ambienti di vita (solitamente a più bassi livelli di esposizione). Si pensi a come la grande maggioranza degli agenti cancerogeni siano stati identificati a partire dalla ricerca epidemiologica in campo occupazionale. Anche rispetto agli effetti sulla salute del cambiamento climatico, l’esposizione dei lavoratori ai fattori di rischio correlati è generalmente maggiore della popolazione generale in termini di frequenza, durata e intensità, rappresentando una sorta di evento sentinella, a sua volta mediato da condizioni sociali come la facilità di accesso ai servizi sanitari, le condizioni di deprivazione sociale ed il reddito. Certamente i lavoratori outdoor (ma non solo) rappresentano uno dei gruppi di popolazione più vulnerabili per la sussistenza di vincoli logistici, organizzativi e contrattuali al contrasto dell’esposizione. Il tema riguarda anche i lavoratori impegnati in ambienti confinati (indoor) non ventilati e non climatizzati, particolarmente se esposti anche a fonti di calore artificiali (ad es. forni, o macchinari che producono calore).
Il quadro concettuale complessivo per identificare come il cambiamento climatico possa influenzare la salute e la sicurezza occupazionale è stato ripetutamente sistematizzato, indicando una serie di linee di azione significative, fra cui l’aumento delle temperature ambientali combinate a elevati tassi di umidità, l’inquinamento atmosferico, l’incremento di esposizione a radiazioni ultraviolette, la frequenza di eventi meteorologici estremi, le malattie trasmesse da vettori e il rischio di esposizione ad agenti biologici e infine i rischi emergenti per la salute dei lavoratori correlati alla transizione industriale (produzione di energia solare ed eolica). Più recentemente, la letteratura ha evidenziato come gli effetti del cambiamento climatico sul lavoro non riguardino esclusivamente la salute fisica, ma coinvolgano anche dimensioni cognitive, psicologiche e organizzative, interagendo con fattori psicosociali che influenzano il benessere dei lavoratori.
In questo quadro d’insieme, il tema dell’esposizione al caldo dei lavoratori è certamente una priorità di ricerca e intervento e sono disponibili nel nostro Paese, una serie di risultati scientifici e di strumenti operativi di contrasto. Sul piano delle politiche di adattamento e degli interventi di prevenzione si deve segnalare come anche nel 2026, tutte le Regioni italiane (con l’eccezione di Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige) hanno emanato ordinanze per tutelare i lavoratori esposti al caldo estremo. Come già ricordato su questa rivista, per tutti i provvedimenti, le mappe di rischio e l’indicatore di esposizione disponibile sul portale del progetto Worklimate (Inail-CNR) hanno rappresentato lo strumento di riferimento. In particolare, la sospensione delle attività lavorative entra in vigore in tutte le Regioni quando, alle ore 12:00, le mappe segnalano un livello di rischio alto per i lavoratori esposti al sole e impegnati in attività fisicamente intense. La fascia oraria di sospensione delle attività è in tutti i casi dalle 12:30 alle 16:00 e i settori occupazionali coinvolti sono generalmente l’agricoltura, l’edilizia e il florovivaismo, ma in specifici contesti regionali, il divieto è esteso al settore lapideo e delle cave, alla logistica e alle consegne urbane (includendo i “riders”), al settore dell’igiene ambientale. La piattaforma previsionale fornisce, informazioni utili a una gestione più efficace delle attività lavorative in tutte le condizioni operative, consentendo di adottare misure organizzative calibrate e proporzionate alle condizioni previste, secondo una logica di gradualità degli interventi, con l’obiettivo di tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori. Non si tratta di un approccio meramente teorico: importanti realtà aziendali, caratterizzate da una presenza capillare sul territorio, hanno adottato sistemi di intervento graduati in funzione del livello di rischio previsto, modulando conseguentemente le misure di prevenzione e protezione.
I provvedimenti regionali rappresentano un significativo paradigma di fondazione di interventi di politiche di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro sulla base dell’evidenza scientifica e in un quadro di flessibilità territoriale. A partire dalla pubblicazione di mappe territoriali di rischio come puro output di ricerca, si è innescata un’attività di normazione via via più diffusa che ha riconosciuto un riferimento tecnico unitario e scientificamente fondato pur mantenendo la specifica capacità di rispondere alle esigenze particolari dei territori, ampliando i settori tutelati e prevedendo strumenti più dettagliati di prevenzione. Le misure riguardano oltre due milioni di lavoratori, configurandosi come un modello prezioso di interazione fra ricerca scientifica e politiche sanitarie.
Tuttavia, è necessaria una riflessione sugli elementi di criticità tutt’ora aperti e sulle prospettive. Rimane la necessità di definire un framework nazionale che integri e uniformi le politiche territoriali, rafforzando al contempo l’attuazione delle misure organizzative e individuali per la protezione dei lavoratori, considerando che è necessario fare riferimento ad indicatori di rischio sanitario e non meramente meteoclimatici. Inoltre, è necessario determinare le condizioni per potere misurare l’effettiva applicazione dei provvedimenti di sospensione delle attività (soprattutto in agricoltura ed edilizia) previsti dalle ordinanze. Questo dato è necessario per affinare i modelli di stima degli effetti in termini di diminuzione degli infortuni di tali provvedimenti. Recentemente, un’analisi esplorativa ha mostrato una riduzione significativa del tasso di infortunio per il periodo estivo (1° luglio-31 agosto 2024) nelle Regioni che hanno emanato le ordinanze di contrasto all’esposizione occupazionale al caldo per il settore dell’edilizia, e con minore evidenza per il settore agricolo, probabilmente anche in relazione alla dimensione del lavoro atipico e poco tutelato contrattualmente presente in questo comparto. Si tratta di una grande questione perché non vi può essere alcun dubbio sul fatto che capolarato, irregolarità contrattuale e lavoro nero siano condizioni strutturali che incidono direttamente sulla sicurezza del lavoro ed anche sull’impatto sanitario del cambiamento climatico.
Accanto agli aspetti normativi e organizzativi, emerge inoltre il tema della consapevolezza del rischio. I risultati di una recente indagine condotta nell’ambito del progetto Worklimate mostrano infatti come, anche nei gruppi maggiormente esposti, la percezione del rischio non sempre si accompagni ad una adeguata conoscenza dei suoi effetti e delle corrette misure di prevenzione. Oltre un terzo dei lavoratori intervistati non era in grado di riconoscere i sintomi del colpo di calore e quasi la metà non conosceva le principali procedure di primo intervento; analogamente, risultavano poco conosciuti gli effetti del caldo sulla salute renale e mentale. Particolarmente critiche sono apparse le condizioni dei lavoratori più giovani, degli operai e degli occupati nelle micro e piccole imprese. Lo studio evidenzia inoltre un fenomeno di apparente familiarità con il rischio da caldo che può tradursi in una sopravvalutazione delle proprie conoscenze e in una minore propensione ad adottare comportamenti preventivi.
Dal punto di vista della produzione scientifica epidemiologica, sono disponibili risultati significativi. Due studi recenti pubblicati sulla rivista internazionale Environmental Research hanno mostrato per la prima volta nel nostro Paese l’associazione tra esposizione a temperature elevate e infortuni occupazionali con esito mortale e hanno stimato l’impatto futuro degli infortuni correlati al caldo in relazione a diversi scenari di cambiamento climatico e sviluppo socioeconomico e demografico. Pubblicati nello stesso numero della rivista, i due studi offrono un quadro epidemiologico coerente.
I risultati mostrano che nelle giornate caratterizzate da caldo estremo il rischio di decesso per infortunio è del 61% più alto rispetto alle giornate con temperature moderate. L’esercizio epidemiologico stima che, nel periodo considerato, circa 84 decessi nei luoghi di lavoro siano attribuibili all’esposizione a calore estremo (circa 15 casi per anno). L’associazione è più marcata nei settori dell’agricoltura e delle costruzioni. Un aumento del rischio è stato osservato anche in alcune attività svolte al chiuso caratterizzate dalla produzione di calore, come la lavorazione dei metalli e la ristorazione. Sul piano demografico, i lavoratori stranieri, i più giovani (sotto i 35 anni) e i lavoratori con più di 60 anni mostrano stime di rischio più elevate, così come i lavoratori delle regioni del Sud Italia.
L’andamento degli infortuni caldo-correlati nei decenni futuri indica che, in assenza di misure di adattamento, il numero di infortuni attribuibili al caldo è atteso in aumento in tutti e tre gli scenari, con incrementi compresi tra circa 260 e circa 540 casi aggiuntivi all’anno entro il decennio 2070-2079 a seconda dello scenario considerato. Questo incremento emerge nonostante la contrazione demografica prevista per la popolazione italiana, il che sottolinea il ruolo indipendente del cambiamento climatico come fattore di rischio occupazionale. Il settore agricolo mostra le frazioni attribuibili più elevate, circa tre volte superiori al valore medio nazionale, mentre l’impatto è proiettato come più consistente nelle città del Nord e del Centro Italia, riflettendo la maggiore concentrazione di attività economiche in queste aree. Lo studio sottolinea la necessità di affiancare politiche complessive di mitigazione climatica alle misure preventive nei luoghi di lavoro.
I risultati dei due studi forniscono una base epidemiologica solida per orientare le politiche di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. In questa prospettiva, la prevenzione del rischio da caldo richiede un approccio integrato che combini misure tecniche e organizzative, formazione efficace e sistemi di monitoraggio e sorveglianza della salute. La rimodulazione degli orari di lavoro, l’accesso ad acqua potabile e aree di ristoro, i programmi di acclimatazione e gli strumenti previsionali rappresentano interventi fondamentali, ma devono essere inseriti in strategie più ampie di promozione della salute e del benessere organizzativo. In un contesto di cambiamento climatico, la capacità di riconoscere precocemente condizioni di affaticamento fisico, riduzione delle capacità cognitive e segnali di disagio psicologico diventa parte integrante della tutela della salute e sicurezza dei lavoratori.







