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La società Meta, che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp, è stata chiamata in giudizio da 29 Stati americani con l’accusa di aver progettato le proprie piattaforme in modo da favorire un uso compulsivo da parte di bambini e adolescenti, con possibili conseguenze sulla loro salute. Sono 47, in realtà, gli Stati americani (più il distretto di Columbia) che hanno intrapreso azioni legali contro Meta, ma il nucleo principale dell’azione legale è stato portato avanti da 29 Stati.

Secondo l’accusa, Meta avrebbe consapevolmente progettato i propri prodotti, gli algoritmi e le funzioni di Facebook e Instagram per creare dipendenza nei minori, sfruttando le loro vulnerabilità psicologiche e danneggiando la loro salute mentale, e avrebbe raccolto dati relativi ai minori di 13 anni senza il consenso dei genitori.

La causa si è conclusa però con un patteggiamento arrivato molto precocemente, al settimo giorno di un processo che avrebbe dovuto proseguire ancora per 5 settimane.
Sono state così evitate anche testimonianze particolarmente delicate, tra cui quella dell’ex vicepresidente di Meta che aveva denunciato i possibili rischi per la salute mentale di ragazzi e ragazze, così come è stata evitata la testimonianza di Mark Zuckerberg.

L’accordo: soldi e nuove regole per le piattaforme

L’accordo prevede il pagamento di 16,8 miliardi di dollari in 10 anni per chiudere il processo che rischiava di mettere sotto accusa non soltanto un’azienda, ma l’intero modello su cui oggi si fondano molti social network: catturare la nostra attenzione, trattenerla il più a lungo possibile, trasformare il tempo trascorso online in valore economico.

L’accordo prevede una serie di interventi sulle piattaforme: limiti giornalieri predefiniti, blocchi notturni, sistemi più stringenti per la verifica dell’età, maggiori strumenti di controllo per i genitori, limitazioni ad alcune funzionalità considerate problematiche e il blocco di notifiche e avvisi durante la notte e nelle ore scolastiche.

Alcuni di questi strumenti esistevano già. La novità più significativa è rappresentata dal limite predefinito di 2 ore. Come ha sottolineato anche Ivano Zoppi, segretario generale della Fondazione Carolina, non si tratta più semplicemente di un consiglio o di una funzione che l’utente deve cercare e attivare: diventa un blocco preimpostato.
Il blocco notturno impedisce l’accesso in determinate fasce orarie, lo scroll infinito viene interrotto, le notifiche vengono limitate. Resta però un elemento fondamentale: molte di queste protezioni possono essere modificate o disattivate dai genitori.

I limiti dell’accordo: chi decide davvero

La verifica dell’età, probabilmente lo strumento più importante per proteggere le persone più piccole, non diventerà immediatamente e pienamente operativa. Meta dovrà prima implementare, entro il 27 febbraio 2027, uno strumento in grado di individuare gli utenti con meno di 13 anni.

Ma la cosa più sorprendente è che queste restrizioni valgono soltanto per gli Stati Uniti e non per l’Europa. Ed è difficile non vedere una contraddizione: se queste misure vengono considerate necessarie per proteggere la salute di ragazzi e ragazze americani, perché non dovrebbero esserlo anche per i ragazzi e le ragazze europee?

Si tratta soprattutto di interventi sul prodotto, sulle modalità di utilizzo delle piattaforme, ma non di una modifica sostanziale degli algoritmi: quei meccanismi che decidono quali contenuti ciascuno di noi, e soprattutto le persone più giovani, vediamo, e che sono progettati per mantenere la nostra attenzione il più a lungo possibile. Il rischio è quindi quello di spostare gran parte della responsabilità sui genitori americani, chiamati ad attivare, controllare e far rispettare misure di protezione che possono, in molti casi, essere aggirate o disattivate.

Meta ha sostanzialmente fermato un processo che presentava molte insidie. Non è forse un caso che le azioni della società siano aumentate del 4% nello stesso giorno in cui è stato siglato l’accordo.

E allora la domanda è inevitabile: quanto cambierà davvero il sistema se non si interviene anche sui meccanismi che rendono i social network così attrattivi e potenzialmente compulsivi?

Non basta vietare: il ruolo della comunità educante

Che le piattaforme possano favorire comportamenti di uso problematico non è certo una scoperta di oggi. E sappiamo anche che gli strumenti che consentono di limitare il tempo trascorso sulle app, da soli, vengono spesso ignorati, aggirati o disattivati, sia dagli adolescenti sia dagli adulti. I device digitali fanno ormai parte della vita quotidiana dei nostri ragazzi e ragazze. Smartphone, tablet e computer sono strumenti importanti, capaci di offrire opportunità di apprendimento, comunicazione, creatività e socialità. Come accade per ogni strumento potente, però, è il modo in cui viene utilizzato a fare la differenza.

L’età in cui viene introdotto, il tempo trascorso davanti allo schermo, le modalità di utilizzo e soprattutto i contenuti a cui bambini, bambine e adolescenti accedono possono influenzare profondamente il loro benessere. Per questo non basta vietare.

E probabilmente neppure il patteggiamento di Meta, da solo, modificherà sostanzialmente la situazione. Anche perché la verifica dell’età può essere aggirata con relativa facilità dalle persone più giovani. D’altra parte, anche la vendita di alcol è vietata ai minorenni, ma sappiamo bene che molti minorenni riescono ugualmente a consumarlo.
Il divieto è importante. Le regole sono necessarie. I limiti devono esistere, ma vanno estesi a tutte le piattaforme e non solo in America.

Accanto ai divieti, tuttavia, bisogna informare, spiegare e accompagnare. A una persona giovane non basta dire che deve attivare il blocco delle 2 ore o quello notturno. Bisogna spiegare perché dovrebbe farlo. Bisogna aiutarla a comprendere quali sono i rischi di un utilizzo eccessivo e quali benefici possono derivare da un uso corretto e consapevole.

E questo compito non può essere lasciato soltanto alle famiglie. Spetta a tutta la comunità educante: alla scuola, ai pediatri, agli insegnanti, agli educatori, agli allenatori sportivi, ai parroci e a tutti gli adulti che accompagnano la crescita di bambini, bambine e adolescenti.
Dobbiamo quindi non solo continuare a pretendere che le piattaforme modifichino i loro algoritmi, ma anche aiutare genitori e caregiver a comprendere come utilizzare correttamente i device e quali possano essere i benefici, ma anche i rischi, di un loro utilizzo precoce, eccessivo o inappropriato.

Il bugiardino digitale

Perché non è normale consegnare a un bambino o a un adolescente uno strumento così potente senza prima spiegare come utilizzarlo.
E oggi la stragrande maggioranza dei genitori non possiede tutte le conoscenze necessarie per farlo. Non perché non voglia informarsi, ma perché spesso non ha il tempo, gli strumenti o la possibilità di orientarsi in un mare di informazioni, libri, siti, video e notizie, distinguendo quelle corrette da quelle false o interessate.

Serve allora uno strumento agile, semplice, facile da consultare, che contenga le informazioni essenziali. Ma soprattutto serve un’informazione libera e indipendente, senza conflitti di interesse.

Ed è qui che nasce l’idea del bugiardino digitale, validato dalla Società italiana di pediatria e dall’Associazione culturale pediatri, due importanti società scientifiche pediatriche del nostro Paese, e di cui torneremo a parlare.
 

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