Chissà cosa avranno pensato i partecipanti alla Air, Space, Cyber Conference quando, lunedì 14 settembre, Troy Meink, Segretario dell’Aeronautica statunitense, nel suo intervento ha annunciato che Washington dispone di armi attive «in orbita», il cui compito è «il controllo dello spazio». Aggiungendo anche che «Oggi continuiamo a garantire di essere pronti ad affrontare le sfide poste dalle minacce in continua evoluzione, ovunque esse si manifestino».
Qualcuno deve essere caduto dalla sedia, perché si trattava della prima ammissione pubblica su un tema generalmente coperto da segreto militare.
Meink ha affermato che non sarebbe sceso nei «dettagli» riguardo a tali armi. Tuttavia, un portavoce della US Space Force ha spiegato che il controllo dello spazio può riferirsi all’«impiego di mezzi cinetici [leggi: missili che distruggono l’obiettivo] e non cinetici [leggi: laser, microonde o disturbo elettronico che danneggiano senza distruggere l’obiettivo] per incidere sulle capacità avversarie».
Per evitare fraintendimenti, il portavoce ha aggiunto che «Tali capacità possono essere impiegate per scopi offensivi e difensivi». Per completezza bisognerebbe aggiungere che le capacità di cui sopra possono essere utilizzate anche a scopo dimostrativo, come è successo nel corso di esperimenti di guerre stellari noti come DA-ASAT (Direct Ascent Anti-Satellite), durante i quali un missile lanciato da terra distrugge un satellite in disuso della stessa nazione che funge da bersaglio. Questo esercizio di precisione non può passare inosservato, perché produce una nube di detriti che continuano a muoversi seguendo l’orbita del satellite dal quale provengono. Nel corso degli anni, queste azioni dimostrative sono state condotte dalla Cina (nel 2007), dagli USA (nel 2008), dall’India (nel 2019) e dalla Russia (nel 2021). Tecnicamente non è un atto bellico perché le varie nazioni hanno colpito dei loro satelliti, ma il grafico dei detriti in orbita bassa in funzione del tempo mostra chiaramente gli aumenti improvvisi dovuti a questi tiri al bersaglio spaziali.
La crescita più evidente è quella dovuta al test cinese del 2007 che, distruggendo un satellite a 700 km di altezza, ha prodotto 2000 frammenti, gran parte dei quali sono ancora pericolosamente in orbita, obbligando la Stazione Spaziale Internazionale a effettuare manovre per schivarli. Per contro, i test antisatellite eseguiti da USA e India hanno distrutto oggetti a meno di 300 km di altezza e i detriti sono stati ripuliti dall’atmosfera.
Diversa è la storia del DA-ASAT russo del novembre 2021, che è avvenuto a un’altezza compatibile con quella della Stazione Spaziale e ha generato un serio stato di allerta a bordo. Mentre lo U.S. Space Command cercava di tracciare l’orbita dei 1.500 detriti che erano improvvisamente comparsi sugli schermi, gli occupanti della ISS (astronauti e cosmonauti) sono stati svegliati, hanno dovuto indossare la tuta di volo e imbarcarsi sulle navette Crew-Dragon e Soyuz, che erano state attivate per essere pronte a staccarsi in caso di impatto. Dopo qualche ora l’allerta è rientrata, ma la cosa ha creato non poche frizioni tra russi e americani. Alla fine è emerso che nemmeno Roscosmos, l’agenzia spaziale russa, era stata informata del test deciso dal Ministero della Difesa senza tenere in nessuna considerazione l’incolumità dei cosmonauti russi. Senza contare gli altri occupanti della ISS e i taikonauti cinesi a bordo della stazione Tiangong.

Numero degli oggetti monitorati in funzione del tempo: in blu i satelliti attivi (con la salita molto pronunciata degli ultimi anni), in rosso quelli morti, in verde avanzi di varia natura, per lo più pezzi di lanciatori, in grigio i detriti spaziali ed in nero la curva totale. La curva dei detriti mostra come il loro numero sia decisamente preponderante rispetto a tutte le altre componenti della popolazione degli oggetti orbitanti. Tratto da Ecologia Spaziale (Hoepli 2024)
È in questo quadro che si è inserito l’annuncio della vice-presidente USA Kamala Harris che, il 18 aprile 2022, parlando alla base della Space Force a Vandenberg, ha detto che gli Stati Uniti avevano deciso di sospendere i test anti-satellite per evitare la proliferazione dei detriti che renderebbero meno fruibili le orbite basse a detrimento delle attività svolte dai satelliti.
Al momento si tratta di una decisione unilaterale ed è, più che altro, una dichiarazione di principio, dal momento che l’ultimo test DA-ASAT americano è del 2008, ma certo rivela la preoccupazione dell’amministrazione USA sul sovraffollamento delle orbite circumterrestri.
Per questo è ragionevole pensare che le armi evocate da Meink siano di tipo non cinetico e che utilizzano laser, fasci di microonde o qualche disturbo elettronico capace di accecare momentaneamente oppure di mettere definitivamente fuori uso i satelliti avversari. Chi controlla il traffico orbitale ha anche rivelato movimenti sospetti di satelliti che manovrano per avvicinarsi ad altri, magari per intercettare le trasmissioni. Attenzione, perché l’attacco non deve necessariamente essere diretto contro satelliti militari. Mettere fuori uso, o anche solo disturbare, i satelliti per le comunicazioni, per esempio, creerebbe danni per tutti gli utilizzatori. Starlink sostiene di avere più volte sventato attacchi russi, senza però dare dettagli.
Da notare che sono tecniche che rendono inoffensivo un satellite senza farlo esplodere evitando di produrre una nuvola di pericolosi detriti, che è facilmente rivelabile.
Di fronte alle parole di Meink, la Cina ha invitato a non militarizzare lo spazio e martedì la Russia ha risposto attraverso il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, affermando che «Lo spazio deve essere libero da qualsiasi arma». Belle parole, ma che purtroppo non corrispondono alla realtà: è ben noto che tutte le grandi potenze spaziali dispongono di sistemi difensivi che, all’occorrenza, possono diventare offensivi. Quello delle armi spaziali era un segreto di Pulcinella, ma la prima conferma pubblica dell’esistenza di tali capacità in orbita potrebbe accelerare una pericolosa corsa agli armamenti.
Per chi si interrogasse sugli aspetti legali collegati alla messa in orbita di armi di offesa e difesa, occorre precisare che lo Outer Space Treaty del 1967 non vieta categoricamente di mettere in orbita qualsiasi tipo di armi. Quello che è proibito è l’utilizzo di armi nucleari o di altre armi di distruzione di massa, vuoi in orbita terrestre vuoi nello spazio. Per questo la pratica annunciata dal segretario della Air Force non viola il diritto internazionale.






