paper-mills:-se-non-hai-tempo-per-scrivere-articoli-scientifici,-basta-comprarne-uno

Su Facebook esiste un gruppo chiamato “Scopus, WOS, publication”, dove “Scopus” e “WOS” (acronimo di “Web of Science”) sono i due database di articoli scientifici più importanti al mondo. Il gruppo è pubblico, ha più di dodicimila membri e nella descrizione è presentato come un luogo dove parlare di «tutto ciò che riguarda la ricerca, la scrittura scientifica, le statistiche mediche, le pubblicazioni, le riviste scientifiche», ecc. Nel momento in cui scrivo, il post più recente sul gruppo è un’immagine pubblicata appena un’ora fa con scritto (in inglese): «INVITO A PUBBLICARE», «Disponibili servizi di pubblicazione e scrittura» e l’elenco delle garanzie offerte: invio rapido, prezzi convenienti, testo 100% originale, pubblicazione veloce tra i cinque e i sette giorni. Per saperne di più basta scrivere su WhatsApp all’autore; il numero è scritto nella descrizione. 

Un post sul gruppo Facebook “Scopus, WOS, publication”.

Il gruppo è pieno di post simili in cui si chiede di essere contattati su WhatsApp per maggiori informazioni. Abbiamo scritto a uno dei numeri telefonici e ci siamo finti dei clienti interessati. La persona con cui abbiamo parlato su WhatsApp non ci ha rivelato il suo nome, si è solo presentata come il nostro “agente personale”. Ci ha chiesto a quale campo di ricerca fossimo interessati, abbiamo detto “fisica dell’informazione quantistica” e ci ha mandato una lista di articoli scientifici nei quali potevamo comparire come autori – pagando il necessario, ovviamente. Una delle possibili scelte era un articolo scientifico «sull’entanglement quantistico in presenza di rumore» che – così ci ha detto – era già in fase di pubblicazione su Physics Letters A: rivista specialistica di fisica di Elsevier, ovvero una delle case editrici più famose nel mondo accademico. La firma da primo autore costava 1050$, il secondo autore costava 730$, il terzo 550$ e il quinto 390$; il quarto autore risultava non disponibile, forse perché già acquistato. Ci è stato garantito che tutti gli articoli erano scritti da esseri umani, che non ci sarebbero stati problemi con il diritto d’autore e che la pubblicazione sarebbe avvenuta in circa quarantacinque giorni.

Alcuni messaggi con il nostro “agente personale”. Il prefisso telefonico è quello di una parte dell’Arkansas, Stati Uniti.

Ovviamente non abbiamo fatto nessun acquisto, abbiamo però avvisato Physics Letters A e le altre riviste nella lista e abbiamo chiesto loro di fare controlli sugli articoli trovati in vendita. Questa però è solo la punta dell’iceberg del mondo della compravendita di articoli scientifici: un tipo di frode molto diffuso che non è limitato a un singolo gruppo Facebook di poche migliaia di membri e in cui si muovono imprese specializzate dette “fabbriche di articoli scientifici”, o paper mills. 

«Vendimi questo articolo scientifico»

Sino a qualche secolo fa, l’unico modo per uno scienziato di condividere le proprie scoperte con il mondo scientifico era aspettare di averne accumulate abbastanza da poterci scrivere un libro; ma col tempo questa pratica è pressoché scomparsa a favore degli articoli scientifici, che hanno dei vantaggi non indifferenti: sono molto più snelli dei libri, dato che di solito non superano la decina di pagine, e vengono pubblicati su riviste specializzate su singoli temi molto specifici dove chiunque sia interessato all’argomento può trovarli facilmente. Solo Stati Uniti, Unione Europea e Cina pubblicano complessivamente due milioni di articoli all’anno; e il numero è in continua crescita.

Tuttavia, gli articoli scientifici ormai non sono più semplici vettori per la divulgazione di scoperte scientifiche, ma sono anche degli indicatori di prestigio accademico: la pubblicazione di molti articoli scientifici, ancor più se in riviste molto lette e citate come Nature o Science, apre sbocchi di carriera che altrimenti resterebbero preclusi. Ciò non è vero solo ufficiosamente, perché in tutto il mondo ai ricercatori è richiesto un certo numero di pubblicazioni e/o citazioni per ottenere determinate promozioni: in Italia per diventare professore ordinario di chimica organica servono 27 pubblicazioni nei dieci anni precedenti, con almeno 751 citazioni nei quindici anni precedenti; in botanica bastano 20 pubblicazioni e 227 citazioni negli stessi lassi di tempo; mentre in fisica sperimentale delle interazioni fondamentali servono 164 pubblicazioni e 7600 citazioni. 

Se ciò è per lo meno sensato per i ricercatori – il loro lavoro, come dice il nome, è fare ricerca scientifica –, è molto più problematico in casi come quello dei medici cinesi: nel 2020 il municipio di Pechino (ma politiche simili esistono in tutta la Cina) decretò che per diventare medico primario servissero almeno tre pubblicazioni da primo autore, anche se la mole di lavoro negli ospedali cinesi rende difficile a un medico trovare il tempo di fare ricerca. Questa è la fascia di mercato che cercano di intercettare le fabbriche di articoli: persone che hanno urgente bisogno di pubblicare articoli, ma che per qualsivoglia motivo non hanno il tempo di scriverne. 

In linea di massima, una fabbrica di articoli è un’attività che vende la paternità di articoli già scritti e di cui è garantita la pubblicazione; il prezzo dipende dalla posizione tra gli autori (il primo posto costa più del secondo, che costa più del terzo; ma volendo si può comprare anche tutto l’articolo) e dal prestigio della rivista scelta (più è letta e citata, più paghi). Per il resto, i dettagli cambiano da fabbrica a fabbrica. 

Alcune si pubblicizzano su gruppi Telegram e Facebook, ma altre hanno siti professionali e curati in cui si spacciano per attività legittime di sola revisione e traduzione degli articoli – servizi che però non potrebbero mai garantire la pubblicazione. Alcune fabbriche plagiano articoli già esistenti cercando di farli passare per qualcosa di nuovo; ma ce ne sono altre che preferiscono comprarli da ricercatori che mettono in vendita i posti da coautore dei propri lavori; altre ancora usano intelligenza artificiale e dati sanitari pubblici per scrivere da zero articoli di bassa qualità: in uno – e non è uno scherzo – si cercava un legame tra consumo di latte parzialmente scremato e depressione.

Anche la pubblicazione può essere garantita in modi diversi: un metodo semplice è mandare l’articolo a molte riviste e, quando una lo accetta, aggiungere i nomi dei clienti nella lista degli autori; ma le fabbriche più organizzate possono avere contatti dentro le redazioni delle riviste.

Una caccia difficile

La compravendita di articoli è particolarmente grave in Cina, tanto che Science nel 2013 parlava di «Bazar cinese delle pubblicazioni». Negli anni la situazione non è migliorata: Nature ha analizzato più di 1400 articoli scientifici sospetti pubblicati tra gennaio 2020 e marzo 2021: tutti avevano almeno un autore affiliato a un ospedale cinese. La ricerca scientifica cinese è «già rovinata, difficilmente qualcuno crederà o citerà articoli cinesi», dice il gastroenterologo Changqing Li a Nature. Ciò non significa che il problema sia limitato alla sola Cina: sono documentati legami con le fabbriche di articoli in Russia, Kazakistan, Emirati Arabi Uniti, Ucraina, Perù, Iran, India e Lettonia; e in molti di questi Paesi la compravendita di articoli non è nemmeno vietata dalla legge. 

Stimare la dimensione del problema però non è facile, in primis perché non è sempre immediato distinguere un articolo di fabbrica da uno legittimo. Gli articoli provenienti da una singola fabbrica sono spesso molto simili tra loro e usano gli stessi formati testuali, ma presi singolarmente non mostrano alcun problema: basta che una fabbrica non mandi allo stesso giornale più di pochi articoli all’anno per passare inosservata. A questo poi si aggiunge il fattore umano: l’accusa di frode scientifica può essere molto impattante su un ricercatore e non va presa sottogamba, per questo di solito si evita di bollare un articolo come fraudolento se non ci sono prove incontrovertibili. 

Alcune stime vengono da Nature, secondo cui nel solo 2022 sono stati pubblicati circa 70.000 articoli di fabbrica: il 2% di tutti quelli pubblicati quell’anno; ma la percentuale sale al 3% in medicina e biologia. La distribuzione non è però omogenea, perché le fabbriche prendono di mira le riviste su cui sono già riuscite a pubblicare in passato: in alcune riviste quasi metà degli articoli sottoposti per la pubblicazione mostrano tratti riconducibili alle fabbriche di articoli. I ricavi totali del settore non sono noti, ma si stima che, solo tra il 2019 e il 2021, una fabbrica di articoli russa chiamata International Publisher LLC (ancora attiva sul sito 123mi.ru) abbia guadagnato l’equivalente di 5,6 milioni di euro; non ci sono motivi per pensare che sia un unicum.

Fortunatamente, la comunità scientifica è sempre più consapevole del problema e, soprattutto dal 2020, le riviste identificano e ritirano sempre più articoli fraudolenti. Secondo Adam Marcus di Retraction Watch, un’organizzazione che tiene traccia degli articoli scientifici che vengono ritirati dalle riviste, «il tasso di articoli ritirati è aumentato costantemente negli ultimi 15 anni, […] passando da 500 all’anno a circa 10.000 nel solo 2025. […] Però crediamo che il numero di articoli che dovrebbero essere ritirati sia almeno il doppio, se non di più».

Ovviamente un articolo può essere ritirato per molti motivi, non necessariamente legati alle fabbriche di articoli: dei circa 70.000 articoli presenti nella banca dati di Retraction Watch, quelli che hanno le fabbriche di articoli come motivazione ufficiale del ritiro sono «il 17,4%, ma è una stima molto prudente», ci spiega Adam.

Tuttavia, la strada in cui ognuno si arma individualmente contro le fabbriche di articoli è, realisticamente, non troppo efficace: più diventiamo bravi a beccare le fabbriche di articoli (anche grazie all’intelligenza artificiale), più loro diventano brave a non farsi beccare: una sorta di «corsa agli armamenti», come la chiama Adam. Come tiene a precisare spesso Patrizia Caraveo negli articoli di Scienza in rete, e come ci ha detto anche Adam nel nostro scambio di mail: è il sistema stesso a privilegiare la quantità di pubblicazioni rispetto alla loro qualità. Finché ciò resterà tale ci saranno sempre persone disposte a pagare per avere qualche pubblicazione in più sul curriculum, anche se di bassa qualità. Adam lo definisce un «incentivo perverso».

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