congedi-paritari:-dove-sbaglia-la-ministra-roccella?

Le parole della ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità pronunciate durante un’intervista al quotidiano la Stampa con le quali prende posizione anche contro l’ipotesi di rendere obbligatoriamente paritari i congedi parentali, hanno suscitato grande clamore. Parte delle critiche si è concentrata sul cambiamento di posizione di una ministra con un passato femminista, maturato negli anni e consolidato come parte dell’esecutivo. Altre hanno evidenziato che questa uscita rientra in un più ampio disegno di ripristino di ruoli di genere tradizionali, che alcuni commentatori attribuiscono alle destre al governo. Altri ancora hanno sostenuto che si tratta di una sortita funzionale alla campagna elettorale che il governo gioca in competizione con il partito Futuro Nazionale. 

Tutte interpretazioni valide e che condivido. Ma in questo dibattito forse si è sorvolato troppo sull’interpretazione delle norme proposta dalla ministra, che per molti aspetti richiama un’errata percezione di alcune tutele da parte di tutto il corpo sociale.

Parto dalla mia esperienza personale. Per oltre un decennio mi sono dedicata ad assistere donne lavoratrici e padri lavoratori a sbrogliarsi nella complessa rete della tutela individuale dei loro diritti lavorativi e sociali. Ho avuto a che fare con numerosi datori e datrici di lavoro. In ognuna di queste occasioni il primo passaggio è sempre stato il dover spiegare la ratio delle leggi e il rimettere in fila le ragioni che sottostanno ai diritti e agli obblighi. Solo dopo aver compreso il senso dell’impianto normativo le persone che ho assistito hanno potuto esercitare in piena libertà e consapevolezza i loro diritti. 

Cercherò nel breve spazio di questo articolo di fornire una più corretta interpretazione di alcune norme che disciplinano i diritti legati alla genitorialità, a uso della ministra, di altri politici, di molti commentatori e anche del senso comune.

Il contesto italiano

I dati mostrano quanto per le donne lo svantaggio lavorativo in conseguenza della nascita di un figlio resti concreto. Nel 2025 il tasso di occupazione delle donne tra 25 e 49 anni con almeno un figlio in età prescolare era del 58,1 per cento, contro il 77,4 per cento delle coetanee senza figli. Rispetto al 2014, l’indicatore è migliorato soltanto nel Mezzogiorno, mentre è peggiorato nelle altre ripartizioni geografiche. 

È una delle forme della cosiddetta child penalty, la penalizzazione che la maternità continua a produrre sul lavoro femminile. Secondo i dati raccolti da Save the Children il 20 per cento delle donne smette di lavorare dopo essere diventata madre.

Che cosa ha detto la ministra

«Non amo gli obblighi, specie quelli che entrano nelle relazioni», afferma Roccella sulla Stampa. «Dobbiamo far sì che la genitorialità non svantaggi né le aziende né le famiglie. Se resta uno svantaggio, suddividerlo non risolve il problema, semmai lo moltiplica». È sulla base di quest’asimmetria che la ministra motiva la propria contrarietà a rendere obbligatorio il congedo paritario. La sua posizione poggia sulla convinzione che esista una differenza tra maternità e paternità legata a gravidanza, parto e allattamento. 

Già nei mesi scorsi, nella trasmissione Ping Pong su Rai Radio 1 aveva sostenuto che la condivisione dei carichi di cura non potesse essere costruita trattando i due ruoli come perfettamente sovrapponibili: «Tra madre e padre c’è una differenza biologica e su questo non c’è parità che tenga. Le donne hanno la gravidanza, il parto e l’allattamento. Mirare a una condivisione paritaria del lavoro di cura va benissimo, ma non si può ottenere se riteniamo che madri e padri siano la stessa cosa». 
Le dichiarazioni della ministra giungevano in seguito alla bocciatura della proposta di legge delle opposizioni alla Camera in cui si puntava a introdurre un modello paritario con 5 mesi di congedo obbligatorio e non trasferibile riconosciuti a ciascun genitore, retribuiti al 100 per cento dello stipendio. 

Quello che Eugenia Roccella afferma nell’intervista a la Stampa si colloca chiaramente all’interno di una visione ideologica dei ruoli genitoriali segnata da un biologismo forzato che finisce per tradurre differenze fisiologiche legate a gravidanza, parto e allattamento in una divisione stereotipata dei ruoli di genere. 

Ma in quelle dichiarazioni c’è un dato che rimane sullo sfondo: la ministra sembra non tenere conto della norma che, per competenze dicasteriali, dovrebbe conoscere a fondo, nella lettera e nella ratio. E non è la sola, visto che politici e media continuano a parlare di congedi parentali in modo indiscriminato, mentre la legge 53 del 2000, che introduce e norma la disciplina, distingue tra congedi obbligatori e congedi parentali facoltativi, normandoli con articoli differenti.

Obbligo per chi?

La ministra fa intendere che esista un obbligo di astensione dal lavoro in caso di nascita di un figlio, ma in realtà non è così. Non si tratta di una quisquilia semantica ma di un equivoco che confonde le carte. L’astensione dall’attività lavorativa in conseguenza della nascita di un figlio per un periodo di 5 mesi da suddividersi in diverse opzioni tra i mesi a cavallo del parto è un diritto. Pertanto si tratterebbe di condividere un diritto e non un obbligo. 

Si chiama obbligatorio perché la legge stabilisce che il datore di lavoro è obbligato al «divieto di adibire alla mansione». Questo perché storicamente senza l’obbligo al divieto, e la conseguente sanzione prevista in caso di mancata applicazione, i datori di lavoro tendevano a imporre alle donne di continuare a lavorare. 

La legge 53 del 2000 Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città, inserendo invece l’obbligo in capo alla parte datoriale ha reso effettivamente agibile il diritto al riposo lavorativo. A conferma di quanto espresso basta rivolgere lo sguardo al cosiddetto congedo obbligatorio per i padri, consistente in 10 giorni e non 5 mesi. 

In questo caso non vi è alcun obbligo in capo al datore di lavoro in tema di divieto alla mansione. Nel 2024 ne hanno usufruito 181.777 padri lavoratori dipendenti, poco più del 64 per cento degli aventi diritto. Il ricorso alla misura cambia molto in base al territorio e al tipo di occupazione: il 59 per cento dei beneficiari vive al Nord e l’utilizzo è più frequente tra chi ha un contratto stabile e un impiego full time. 

Anche su questo fronte la forbice tra diritto formale e utilizzo effettivo resta ampia: solo un quarto dei padri utilizza il congedo per la sua intera durata. L’analisi dei profili sociodemografici rivela che la possibilità di dedicarsi ai figli appena nati è fortemente influenzata dalla stabilità lavorativa e dall’età. Il 52 per cento dei padri che hanno usufruito della misura ha un’età compresa tra i 35 e i 44 anni. Ciò mette in evidenza come nel caso dei padri il congedo obbligatorio non sia in realtà un obbligo. Al contrario, l’uso improprio del termine da parte della ministra non solo rovescia il senso della legge, ma favorisce un’errata costruzione del senso comune.

Chi c’è al centro del diritto?

Dalla corretta interpretazione della legge, testo unico sulla maternità e la paternità (decreto legislativo 151 del 2001) compreso, emerge che, per il congedo obbligatorio, il soggetto principale portatore di diritto è il figlio nascituro. È suo il diritto alla salute, alla cura, all’accudimento che impongono l’astensione. Non a caso le stesse disposizioni impongono che, nel caso di una determinata serie di attività lavorative, esplicitamente individuate, anche in assenza di gravidanze patologiche il congedo obbligatorio anticipato parta dal momento della comunicazione dello stato di gravidanza e permanga fino al settimo mese di vita del bambino in virtù del cosiddetto rischio biologico. 

Il rischio biologico riguarda il nascituro e il bambino, giacché la madre, senza lo stato di gravidanza, può svolgere quelle attività lavorative senza nocumento. Appare dunque singolare che la ministra, vicina da anni ai movimenti cosiddetti pro vita, non riconosca che alla base della legge sulla tutela della maternità, in primis nel congedo obbligatorio, ci siano il diritto della madre a conservare il posto di lavoro alle condizioni pre-gravidanza e quello del nascituro a essere accudito. 

Dai diritti nascono nuove società

La richiesta che viene da anni da parte della società civile organizzata, dei movimenti e delle organizzazioni sindacali sull’estensione del congedo obbligatorio di 5 mesi anche ai padri avrebbe diversi effetti socioculturali. In un testo ormai famoso della giornalista Caroline Criado Perez, Invisibili, del 2020, questo processo virtuoso viene teorizzato e spiegato a partire dal caso studio dei paesi scandinavi. 

Secondo Criado Perez il congedo obbligatorio per i padri è uno degli strumenti più efficaci per abbattere il gender gap nel mondo del lavoro, riducendo in modo significativo il divario salariale tra generi. Partendo dal caso della Svezia, mostra come il reddito futuro di una madre aumenti del 7 per cento in media per ogni mese di congedo obbligatorio di cui usufruisce il padre. Mostra, inoltre, come i padri utilizzino il congedo solo quando la legge prevede delle quote di congedo obbligatorio specifico per loro, separato da quello delle madri. 

Inoltre la scelta di avere figli, in piena autodeterminazione e non per destino, non farebbe più considerare un investimento rischioso l’assunzione delle donne né gli sviluppi delle loro carriere. Criado Perez sostiene che l’assenza obbligatoria anche per i padri in conseguenza della nascita di un figlio imporrebbe alle aziende e al mondo del lavoro di modificare quelle dinamiche lavorative storicamente penalizzanti per le donne e che per estensione migliorerebbe la vita lavorativa di ogni persona. 

Non da ultimo, in Invisibili sostiene che il congedo obbligatorio per i padri modifichi permanentemente i comportamenti futuri dei padri, che si farebbero carico in modo pieno del lavoro di cura in condivisione con l’altro genitore. Il libro presenta dati che mostrano che i padri in caso di congedo obbligatorio continuino a dedicare nel futuro molte più ore settimanali alla cura dei figli. La chiave sta proprio nel coinvolgimento precoce e nell’eliminazione dello stigma del mammo, nel condividere pienamente il carico di cura. 

Si può supporre che le parole della ministra Roccella, travisando le finalità della legge, rischino di ostacolare proprio la trasformazione sociale che vede nel congedo obbligatorio per i padri un catalizzatore culturale capace di scardinare l’idea che la cura sia prerogativa delle donne, della loro natura femminile.
 

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