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Il 9 ottobre 2026 è stato assegnato il premio Nobel per la pace a Navanethem ‘Navi’ Pillay, giurista sudafricana dalla lunga carriera internazionale. Giudice di diversi tribunali internazionali e Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, dal 2020 al 2025 ha presieduto la Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta dell’ONU sui Territori Palestinesi Occupati. È in quest’ultima veste che, nel settembre 2025, ha firmato il rapporto in cui la Commissione ha concluso, per la prima volta formalmente in sede ONU, che Israele stava commettendo un genocidio nella Striscia di Gaza.

L’assegnazione del premio, motivata con l’impegno della giurista “per promuovere la pace e il diritto internazionale”, arriva in un momento storico in cui il diritto internazionale è sotto attacco, da anni oggetto di critiche che ne hanno messo in discussione non solo l’efficacia ma la stessa legittimità. Il Comitato per il Nobel lo riporta al centro del discorso pubblico, sottolineando che “il diritto internazionale non è più soltanto un complemento alla pace e alla sicurezza: è una necessità assoluta”, e aggiungendo che il premio è un messaggio a chi cerca di minare il sistema internazionale.

Non sono mancate reazioni ostili alla decisione del Comitato norvegese. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accusato la giurista di aver “costruito un falso caso contro Israele”, e il Presidente statunitense Donald Trump ha affermato che “il Premio Nobel per la Pace è stato screditato per sempre da una manciata di ideologi radicali, antidemocratici e nemici della civiltà”. Inoltre, poche ore dopo l’annuncio, il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha annunciato che gli Stati Uniti imporranno sanzioni alla Corte Penale Internazionale, che ha definito una “corte canaglia” a causa dei mandati di arresto emessi contro esponenti israeliani e dell’indagine sui presunti crimini di guerra commessi da militari statunitensi in Afghanistan.

Il lavoro di Navi Pillay contro il crimine di genocidio

Nata nel 1941 a Durban in una famiglia di origini tamil indiane, Pillay è cresciuta sotto il regime di apartheid sudafricano. Laureatasi in giurisprudenza presso l’Università di Natal, ha poi conseguito un master in diritto e un dottorato in scienze giuridiche alla Harvard Law School. È stata la prima donna non bianca ad aprire uno studio legale nella sua provincia, e, come avvocata, ha difeso attivisti e oppositori politici del regime di segregazione razziale come Nelson Mandela.

Nel 1995 è diventata giudice dell’Alta Corte sudafricana, e, lo stesso anno, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite l’ha eletta giudice del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda. Il Tribunale è stato istituito nel novembre 1994 in seguito a diversi rapporti di esperti che avevano documentato un genocidio in corso in Ruanda. Gli attacchi di Israele nella Striscia di Gaza, infatti, non sono né la prima né l’ultima volta che il diritto internazionale si è trovato a indagare un genocidio: tra aprile e luglio 1994, in circa cento giorni, in Ruanda furono uccise tra le 800.000 e un milione di persone, in grandissima parte della minoranza Tutsi e Hutu moderati, massacrati dalle milizie statali e da civili Hutu aizzati dal regime.

Nei suoi vent’anni di attività il Tribunale ha incriminato 93 persone, in gran parte alti esponenti politici, militari e dei media ruandesi. Di questi, 61 sono stati condannati e 14 assolti, cinque casi sono stati rinviati a giurisdizioni nazionali, e un piccolo numero di latitanti è ancora ricercato.

È stato il primo tribunale internazionale della storia a pronunciare una condanna per il crimine di genocidio. Il termine genocidio, infatti, è stato codificato solo nel 1948 come reato autonomo nel diritto internazionale. È definito nella Convenzione sulla Prevenzione e la Repressione del Crimine di Genocidio come «ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro».

La definizione, però, lascia aperti nodi importanti: esclude i gruppi politici e il cosiddetto “genocidio culturale”, ossia la distruzione di una lingua o di una religione, e richiede la prova di un intento specifico di distruggere il gruppo, un elemento soggettivo spesso difficilissimo da dimostrare in giudizio. Anche l’espressione “in tutto o in parte” ha sollevato dubbi: quanto deve essere ampia la “parte” per configurare genocidio?

In quanto giudice del Tribunale per il Ruanda, Navi Pillay ha svolto un ruolo fondamentale nell’evoluzione della definizione di genocidio, stabilendo che lo stupro e la violenza sessuale, quando commessi con l’intenzione di distruggere in tutto o in parte un gruppo protetto, possono essere considerati atti costitutivi di genocidio.

Pillay giudice della Corte penale internazionale

Dal 2003 al 2008 Pillay è stata giudice della Corte Penale Internazionale, il primo tribunale penale internazionale permanente della storia. Istituita nel 1998 da un trattato a cui oggi aderiscono 125 Stati, e operativa dal 2003, la Corte ai sensi del suo Statuto può processare individui per «i crimini seguenti: a) crimine di genocidio; b) crimini contro l’umanità; c) crimini di guerra; d) crimine di aggressione». Grandi potenze come Stati Uniti, Russia, Cina e India non ne fanno parte, ma la Corte può esercitare la propria giurisdizione sui cittadini di questi Paesi quando i crimini sono commessi nel territorio di uno Stato che fa parte della Corte, o quando il Consiglio di Sicurezza dell’ONU le deferisce una situazione.

L’unico caso di genocidio arrivato finora davanti alla Corte riguarda i mandati di arresto emessi nel 2009 e nel 2010 contro Omar Hassan Ahmad Al Bashir, Presidente del Sudan dal 1989 al 2019. L’ex Presidente è accusato di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, inclusi omicidio, tortura, sterminio, deportazione forzata e stupro, e di aver perpetrato un genocidio contro i gruppi etnici non arabi dei Fur, Massalit e Zaghawa durante il conflitto in Darfur. Il conflitto era esploso nel 2003 quando due gruppi armati non arabi avevano lanciato una ribellione contro il governo, e ha causato circa 200.000 morti.

Inoltre, nel novembre 2024 la Corte ha emesso due mandati di arresto nei confronti dei leader israeliani Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, per crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi a Gaza. L’ipotesi di genocidio, tuttavia, non figura nel capo di imputazione dei mandati.

Dal 2008 al 2014 la giurista ha ricoperto l’incarico di Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, e dal 2020 al 2025 ha presieduto la Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, compresa Gerusalemme Est, e su Israele. Si tratta della prima commissione d’inchiesta ONU senza un termine temporale prefissato, caratteristica che Israele ha contestato fin dall’inizio come segnale di parzialità, rifiutando ogni cooperazione.

In precedenti rapporti la Commissione aveva documentato crimini di guerra sia da parte di Israele sia da parte di Hamas e di altri gruppi armati palestinesi. La svolta è arrivata a settembre 2025, quando la Commissione ha pubblicato un rapporto in cui ha concluso per la prima volta che Israele ha commesso atti di genocidio contro la popolazione palestinese a Gaza. Ha inoltre concluso che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, il Presidente Isaac Herzog e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant hanno incitato al genocidio.

Oggi, a 85 anni, Pillay siede come giudice ad hoc della Corte Internazionale di Giustizia, principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, nel processo contro lo Stato del Myanmar per genocidio contro la minoranza Rohingya. Il caso nasce nel 2019, quando il Gambia, per conto dei 57 Stati dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, ha intentato una causa contro il Myanmar davanti alla Corte, accusandolo di aver perseguitato e sterminato i Rohingya, minoranza musulmana indo-ariana del Paese. Dal 1982 ai Rohingya viene negata la cittadinanza dal Myanmar sulla base della distinzione fra “razze nazionali” riconosciute e gruppi “estranei”. Per decenni sono stati soggetti a violenza, restrizioni dei movimenti, limiti all’accesso all’istruzione e alla sanità, e dal 2017 l’esercito birmano ha condotto una campagna di pulizia etnica, uccidendo decine di migliaia di Rohingya e costringendone circa 740.000 a fuggire in Bangladesh.

Davanti alla Corte è attualmente in corso anche un caso intentato dal Sudafrica contro Israele per la presunta violazione della Convenzione sulla Prevenzione e la Repressione del Crimine di Genocidio.

Le critiche e le sanzioni contro la Corte Penale Internazionale

L’assegnazione del Nobel per la pace a Pillay ha scatenato dure reazioni soprattutto da parte degli Stati Uniti, che poche ore dopo l’annuncio hanno reso note nuove sanzioni contro la Corte Penale Internazionale. Il provvedimento, destinato a entrare pienamente in vigore tra sei mesi, vieterà alle persone fisiche e giuridiche statunitensi la gran parte delle transazioni con la Corte, tagliandone di fatto una parte sostanziale delle risorse operative.

Non è la prima volta che gli USA prendono di mira la Corte: già nel settembre 2020 Trump aveva imposto sanzioni all’allora Procuratrice Capo Fatou Bensouda per l’indagine della Corte su possibili crimini di guerra commessi dal personale statunitense in Afghanistan. In seguito, nel febbraio 2025, la seconda amministrazione Trump ha sanzionato il Procuratore Capo della Corte Karim Khan. Da allora la lista si è allungata, e sono stati sanzionati tredici giudici e procuratori, compresa, ad agosto 2026, la Presidente della Corte Tomoko Akane. Di conseguenza, questi esponenti della Corte non potranno entrare negli Stati Uniti, né utilizzare servizi finanziari e commerciali offerti da aziende statunitensi.

Tali misure hanno fortemente inciso sul funzionamento della Corte, dato che diversi fornitori di servizi, consulenti e organizzazioni non governative, anche non statunitensi, hanno sospeso la cooperazione o ridotto i finanziamenti all’istituzione. Le nuove sanzioni ora annunciate alla Corte nel suo complesso rischiano di aggravare drasticamente il quadro. L’obiettivo è quello esposto dal Segretario di Stato Rubio: «gli Stati Uniti proseguiranno la loro campagna per smantellare la CPI mattone dopo mattone, finché gli americani non saranno più minacciati».

Pillay ha reagito alla notizia affermando che “stiamo vivendo un’epoca in cui il diritto internazionale e i diritti umani sono sotto un significativo attacco politico. Questa realtà, che peggiora di giorno in giorno, è particolarmente visibile negli attacchi contro la Corte Penale Internazionale”.

Sul piano giuridico, le sanzioni unilaterali di uno Stato contro altri Stati o persone sono uno strumento consolidato della politica estera, non vietate in sé dal diritto internazionale, anche se da anni se ne discute la legittimità nel caso in cui, per esempio, colpiscano in modo massivo popolazioni civili. Diverso è il caso di sanzioni rivolte contro la Corte Penale Internazionale o suoi giudici o procuratori, che secondo alcuni giuristi contrastano con l’obbligo di cooperazione con la Corte e con le Nazioni Unite, con il divieto di interferire con procedimenti giudiziari internazionali e con l’immunità di cui gode il Procuratore Capo.

Le misure statunitensi si inseriscono in un più ampio contesto di critiche alla Corte. Fin dai suoi primi anni di attività, è stata accusata da diversi Stati membri dell’Unione Africana di esercitare la propria giurisdizione in modo selettivo: dei circa quaranta individui incriminati dalla Corte nei suoi primi quindici anni di attività, pressoché tutti erano cittadini di Stati africani. Il culmine del dissenso è arrivato con il caso Al-Bashir: dopo i mandati di arresto del 2009 e del 2010, diversi Stati africani hanno accolto il presidente sudanese sul proprio territorio senza arrestarlo, pur essendo parti dello Statuto della Corte.

Tuttora diversi Stati parte dello Statuto si rifiutano di eseguire i mandati di arresto emessi contro leader politici in carica: nel settembre 2024 la Mongolia ha accolto in visita ufficiale Vladimir Putin, e nell’aprile 2025 Netanyahu è stato accolto in Ungheria con onori militari.

Nonostante le pressioni a cui la Corte è sottoposta, l’assegnazione del Nobel a Navi Pillay riporta sotto i riflettori un’idea semplice ma, al giorno d’oggi, necessaria da ribadire: «un sistema giuridico internazionale in cui i criminali di guerra sono chiamati a rispondere e le vittime degli abusi vedono giustizia resa», ha scritto il Comitato per il Nobel, «è precondizione di un mondo in pace».

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